È un 'nessun luogo' che per questo raccoglie e suggerisce infiniti luoghi, tra boschi, ville e sentieri sullo sfondo del lago manzoniano. Per arrivarvi, l'hanno infine chiamato Campsirago, si sale dalla pianura del consueto, annebbiata dai luoghi comuni del fare (e guadagnare, anche in Teatro)
anzi accecata dagli schemi quasi indotti dell'oggi e dei suoi giorni senza 'ombra', attirati fuori dalla trappola dal sussurro delle “Esperidi” che ne custodiscono, tra il vespro e la notte, il giardino dai rari '”pomi d'oro” della sotterranea creatività umana.
Questo “Festival” che spesso si libera da ogni schema pur essendo sempre profondamente 'riconoscibile', giunto alla XXII Edizione sotto la Direzione Artistica di Michele Losi, è soprattutto una tappa, un luogo di sosta, la stazione di Posta di una scarrozzante peripezia artistica che punta a tornare all'origine e all'umanità che vi nasce, attraversando l'arte del teatro (attraversamento è una delle immagini più significative della sua presentazione), anzi attraversando, come l'Ulisse omerico e Dantesco che di ogni peripezia del ritorno è metafora ben nota, innanzitutto con la mitezza di un monaco buddista il 'racconto' del Teatro.
Un 'non luogo' mentale ed estetico però, come abbiamo avuto modo di sottolineare commentando i nostri precedenti incontri e su cui, guardando oltre, non è pertanto necessario ritornare, profondamente intrecciato con i luoghi fisici e geografici in cui accade, ma capace anche di integrarsi e di 'inferire' con essi senza snaturarli.
Così, mentre la chiesetta montana sta per essere pienamente restaurata e un nuovo sistema fognario capace di rigenerare le acque scorre al loro interno come un sistema circolatorio di cui il “Festival” è il cuore pulsante, installazioni e sentieri 'tematici' rimangono, inerpicandosi fin sui pendii del “Sacro Monte”, custode di un 'sacro' che va oltre le singole religioni per farsi percezione dell'atteggiamento dell'umano verso il divino che circuita e ritorna nelle forme che 'spontaneamente' e 'sentimentalmente' ha scelto e continua a scegliere.
D'altra parte, per citare Jean Soldini, filosofo e critico d'arte svizzero di anima ticinese (quindi molto vicina), il “giardino” o “hortus non conclusus” è quel luogo metafisico ed antropologico in cui le identità sbocciano intrecciate nella relazione con l'altro, fino a manifestarsi e differenziarsi nella “piazza aperta” esistenzialmente e socialmente intesa.
Se questo è il contesto, dal 27 giugno al 5 luglio a Campsirago, tra Lecco e la Brianza di gaddiana ascendenza e memoria, “Il Giardino delle Esperidi” è vissuto di tante e interessanti esperienze raccolte nella molto limitativa definizione di “performing art nel paesaggio”, in fondo uno dei tanti modi di dire Teatro senza tema di essere smentiti dai professionisti delle settorializzazioni che nonostante tutto imperano.
Spettacoli dunque, e performance site specific nonché esperienze itineranti nella natura si sono succedute tra il Monte di Brianza, il Parco del Monte Barro e il Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone, con il contributo essenziale ma anche molto 'sentito' da parte delle Istituzioni di quel Territorio, un territorio che ha capito da tempo che ciò che il teatro chiede, il Teatro restituisce 'esponenzialmente'.
Sono stata ospite dal 2 al 4 luglio. Queste alcune 'restituzioni' critiche.
UN'ALTRA MEDEA / Margine Operativo
Lo spettacolo è la traslazione 'drammatica' del romanzo di Christa Wolf “L'altra Medea” e credo che il cambio dell'articolo, da determinativo ad indeterminativo, non sia in qualche modo neutrale od 'innocente', volendo secondo me indicare ed esplicitare l'uscita del personaggio dal mito che l'ha prodotta e che l'avvolge. Infatti la messa in campo non parla della maga infanticida per vendetta giunta con il marito Giasone, che la tradisce, dall'oscurità dell'Oriente, ma bensì ci dice di una donna 'libera' e indipendente che denunzia l'infamia e l'ingiustizia, e la conseguente diseguaglianza non solo di genere, sepolta nel potere della città/mondo di Corinto, venendone punita con la morte. Più Antigone e Cassandra dunque, e in questo custode del femminile del 'secondo sguardo' (che spesso è anche quello del Teatro), lo sguardo che vede oltre le mura e oltre il tempo che inattualmente più non la riguarda. In un certo senso così la scrittura della Wolf libera la Medea del mito dalle menzogne in cui l'interpretazione 'patriarcale' e maschile l'avevano egemonicamente ristretta, e facendo questo sembra indicare al femminile la via della libertà che sta solo nella ribellione a quella costrizione. Un meccanismo metaforico che il testo padroneggia con rigore, del resto Christa Wolf è stata colei che, al pari di Bertolt Brecht, ha scelto di restare al di là del “Muro” per costruire il nuovo, forse subendo quelle stesse 'gabbie' ideologiche. Un rigore, però, che la messa in scena talora non riesce a riproporre con la stessa forza, nonostante una profonda adesione, disperdendosi forse nell'ambiente aperto o meglio disperdendone il filo. È comunque appassionata Lucia Cammalleri, la performer protagonista, ma non sempre il segno performativo riesce a trascinare con sé la metafora nascosta nel testo, ricostruito e diretto con sentimento.
Ideazione Alessandra Ferraro e Pako Graziani, regia Pako Graziani, performer Lucia Cammalleri, sound designer Dario Salvagnini, light designer Camila Chiozza. Produzione Margine Operativo.
Giovedì 2 luglio ore 21 alla Villa Sirtori di Olginate.
LA CONGIURA DEI NESSUNO / Sergio Beercock e Giovanni Alfieri
Accecare il Ciclope per conquistare la libertà così che tutti i 'nessuno' che popolano il mondo possano ritrovare un nome, il proprio nome. L'occhio unico di Polifemo infatti è stato da sempre un simbolo, prima, nel mito, dello sguardo ostile degli Dei e poi, nella Storia, di quello altrettanto ostile di un controllo prima metafisico e poi sociale delle individualità (sono sempre un pericolo per il “Potere”), dal triangolo che ci osserva dai Cieli alla camera fissa di Orwell 1984. In questo vasto campo disboscato si muove lo spettacolo inquietante di Sergio Beercock, che lo interpreta insieme a Giovanni Alfieri, facendo della distopia uno strumento di analisi del presente ossessionato da tecnologie e Intelligenze più o meno Artificiali. È satira e insieme ironia il codice linguistico che, come un virus informatico, cerca di rompere l'algoritmo, uno per ciascuno, che ci governa (ricordate “Matrix”?). La parola lirica e umana con la sua 'musica' irriducibile è la chiave di questo linguaggio che sembra lottare contro il mondo per liberarlo anche se ancora non sa per 'cosa'. Il dilemma è consueto e universale poiché l'identità per essere sembra avere bisogno di schemi che talora però la imprigionano. Una drammaturgia dunque ricca di idee e suggestioni ma che qualche volta, anche perché trattandosi di una anteprima nazionale non è ancora perfettamente rifinita, sembra perdersi nel labirinto delle proprie e altrui intenzioni. Comunque una scrittura dalle buone qualità drammaturgiche, ben portata in scena e ben recitata.
Con Giovanni Alfieri e Sergio Beercock regia e testo Sergio Beercock liberamente ispirato a “Ciclope” di Euripide aiuto regia e movimento scenico di Ludovica M. Poerio musiche originali di Sergio Beercock contributi creativi di Giovanni Alfieri, D. Cirri e G. Bodenza ideazione scenica La Mandria produzione BABEL con il sostegno di Campsirago Residenza LaMaMa Umbria International, Spazio Franco.
Giovedì 2 luglio ore 22 alla Villa Sirtori di Olginate.
MUMBLE MUMBLE / Giulio Santolini e Lorenza Guerrini
In psicologia si definisce 'confabulazione', il rotolarsi del pensiero dentro di noi e dentro sé stesso fino a far perdere, estremizzando alla 'patologia', il contatto con la realtà che ci circonda. Icasticamente un fumetto (“mumble mumble” appunto) che interrompe una narrazione, la rappresentazione del sé. L'assolo della brava Noemi Piva utilizza la danza vista nel suo rapporto con l'altro, nel suo faticoso 'apparire' davanti al pubblico. È una danza arricchita di drammaturgia della parola, come consueto ormai per la danzatrice che tende a raccontare quello che sta danzando, a se stessa prima che agli altri, e insieme sa costruire i segni evidenti di un “Teatro di Figura” funzionale e quasi 'piegato' alla coreografia curata da Giulio Santolini e Lorenza Guerrieri, quest'ultima impegnata anche nella cura drammaturgica. Il meccanismo estetico è quello dello sdoppiamento, iconicamente simboleggiato dalla maschera di se stessa che la danzatrice per un po' indossa, che porta in scena il dialogo tra l'identità che danza e quella che la danza concepisce, improvvisamente e anche dolorosamente dissociate prima di fondersi, corpo e pensiero, nella danza stessa. Uno spettacolo 'riflessivo' che come uno specchio riflette e fa riflettere chi nello specchio guarda. Tecnica e sentimento sono in continuo e creativo equilibrio.
Di Giulio Santolini e Lorenza Guerrini con Noemi Piva dramaturg Lorenza Guerrini sound Design Simone Arganini props ATTO SECONDO laboratorio scenografico assistenza Marialice Tagliavini distribuzione Andrea Martelli progetto sostenuto da CollettivO CineticO nell’ambito di Ipercinetico ospitato in residenza P.A.R.C. / Fabbrica Europa – Festival Nottenera / Campsirago Residenza.
Venerdì 3 luglio ore 21 Campsirago Residenza.
GRAMSCI Antonio detto Nino / Ura Teatro
L'intellettuale 'organico', definizione si sa disegnata e non sempre con piena sincerità sulla figura 'pubblica' e 'politica' di Antonio Gramsci, si trasfigura qui in quello che si può definire con una certa audacia l'Organo 'Intellettuale' Antonio detto Nino, andando a cogliere ciò che sta dietro lo specchio di Alice, dietro l'immagine di un uomo offerto alla Storia come un sacrificio. Dietro c'è il desiderio e anche il dolore della vita 'privata' (che a lui in effetti è stata 'privata') scandagliata nel corpus delle lettere che Antonio scrisse ai familiari per rivendicare sé stesso, staccandolo come in un affresco dallo sfondo tormentato della sua vita politica, tra PCI e Internazionale Socialista, tra Stalin, Togliatti e un Mussolini che mai volle perdonarlo, fino alla solitudine del carcere che lo portò ad una morte abbandonata da gran parte dei suoi più intimi affetti, a partire dalla moglie. È utile soffermarsi sulla vita privata di un uomo pubblico, di un intellettuale ormai consegnato alla Storia? In questo caso la risposta è affermativa poiché la drammaturgia di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno, costruita come un teatro di 'affabulazione' quasi pasoliniana più che di 'narrazione', sa cogliere il nesso imprescindibile che le unisce. Ci parla di un uomo sfortunato e colpito da subito dalla malattia e poi di un uomo che nonostante tutto si è saputo 'coltivare', coltissimo e 'occhiuto', capace di 'vedere' come pochi altri fin dalla sua attività, purtroppo poco ricordata, anche di sapiente critico teatrale. Un uomo quasi strappato da questo ricco humus per portare 'bandiere' tormentate e tormentose, ma anche talora 'deformate' come la sua profonda idea di 'egemonia'. Il bravo Fabrizio Saccomanno, che lo interpreta, appare spesso immobile, quasi 'imprigionato' nella scena, come Antonio nella sua vita. Commovente e razionale.
Di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno con Fabrizio Saccomanno collaborazione artistica Fabrizio Pugliese consulenza scientifica Maria Luisa Righi, Fondazione Gr organizzazione Laura Scorrano produzione Ura Teatro con la collaborazione di Carcere di Turi (Bari) Festival Collinarea (Lari) L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino I cantieri dell’Immaginario – L’Aquila Thalassia – Residenza Memoria migrante di Mesagne, Premio della Critica – Palio Ermocolle 2017.
Venerdì 3 luglio ore 22 Campsirago Residenza.
MY AGE # estratti / Qui e Ora Residenza Teatrale
In una metafisica del Tempo in cui il Tempo si dissolve ben oltre la psicologica percezione di Agostino, l'Età di ciascuno diventa una semplice 'convenzione' che si àncora alla immagine sociale di un Io che resta comunque riluttante, continuando ad appoggiarsi a ben diversi parametri che alla Società sfuggono ove non vengano addirittura repressi. Silvia Gribaudi, la coreografa di questo 'spettacolo in sauna', ha lavorato con Pina Bausch che, come si sa, studiava e rappresentava il corpo anziano appunto come segno coreografico capace di superare il Tempo, dentro il movimento musicale e coreografico. In tutto questo resta residuale il nostro corpo che, al contrario del nostro spirito, è immerso nel tempo che biologico scorre e che continua a mandarci segnali, sorta di avvisi ai naviganti di questo breve attraversamento esistenziale. Il corpo come un enigma da interpretare alla luce della nostra 'sapienza' spirituale che è ovviamente cieca. Esporre il proprio corpo coperto solo da un piccolo asciugamano è dunque rappresentare l'enigma e la sua risposta, diversa per ciascuno di noi. Uno spettacolo assai interessante che pone domande inconsuete.
Con Francesca Albanese Silvia Baldini e Laura Valli regia coreografica Silvia Gribaudi testi e ricerca materiali Francesca Albanese Silvia Baldini Silvia Gribaudi Laura Valli con la collaborazione di Loredana Savino produzione Qui e Ora Residenza Teatrale.
Sabato 4 luglio ore 19 Campsirago Residenza.
SE DOMANI / TIR Danza, Elisa Sbaragli e Alice Raffaelli
Nel mondo di oggi, ma chissà anche in quello di ieri, costruito per schemi e sulle convenzioni che riproducono e fanno accettare le diseguaglianze quali surrogati della 'differenza' umana, anche l'individuo è 'schematico', è la reiterazione di un luogo 'comune', ove comune non è la condivisione ma bensì la differenziazione. L'individualità dunque vive “in una collettività rinchiusa in una monade di schemi, barriere e protezioni”. Ma, come nel mondo subatomico, le monadi/individuo mentre percorrono le loro traiettorie rettilinee e parallele improvvisamente incontrano l'altro e nella relazione si trasfigurano in 'specificità'. La bella coreografia di Elisa Sbaragli mette in scena questa sottile suggestione, che nella vita reale si fa coppia diversa dalla somma di due unità. Nel movimento coreografico coinvolge così Lorenzo De Simone suo partner e specchio compiuto della 'differenza'. Il racconto scenico, strutturato dalla drammaturg Eliana Rotella, emana improvviso il calore del sentimento. Piuttosto interessante.
Coreografia Elisa Sbaragli danza Lorenzo De Simone, Alice Raffaelli dramaturg Eliana Rotella suono Edoardo Sansonne voce Elena Griggio luci Fabio Brusadin costumi Chiara Corradini cura Marco Burchini produzione TIR Danza coproduzione ArtGarage con il sostegno di Citofonare PimOff, HOME Centro Creazione Coreografica 2023 / Perugia progetto residenze di Dance Gallery, Scintille – Festival delle Arti Performative, Sosta Palmizi, Cross Project, Anghiari Dance Hub, Teatro della Contraddizione, Fondazione Armunia / Festival Inequilibrio, South East Dance (UK), D.ID Dance Identity choreographic Centre Burgenland (AU) con il contributo di IIC di Londra, IIC di Vienna selezionato alla NID Platform 2025 – Programmazione e NID Platform 2024 – Open Studios | menzione Aerowaves 2026 vincitore Premio Danza&Danza 2025 – Produzione italiana / Autore emergente.
Sabato 4 luglio ore 22 Campsirago Residenza.
Sabato 4 luglio ho potuto anche assistere all'ultimo studio di Oscar De Summa, PASSATO REMOTO, un lavoro in farsi apparso già di grande qualità, tra autobiografia e narrazione, luogo prediletto di Di Summa. Uno spettacolo però da giudicare pienamente quando nella prossima stagione assumerà la sua forma definitiva. Con questo arrivederci chiude anche la mia esperienza annuale al Festival, mentre sul territorio restano, a disposizione di chi vorrà, gli affascinanti sentieri tematici, quello delle Acque e quello di Giano, e il ricordo dell'incontro con il monaco giapponese Seigaku e con le sue pratiche zen che ci hanno mostrato quella umiltà che è forza e mai 'umiliazione'.