Che una Metropoli per oltre un mese si faccia 'attraversare' dal Teatro, dal suo teatro e non solo, è segno innanzitutto di un grande amore corrisposto, ma soprattutto di una capacità di generarlo (il teatro), custodirlo e fecondarlo ben oltre il concetto stesso,
spesso da altri male interpretato e ancora più spesso abusato, di “Tradizione”.
Questo è stato ed è “Campania Teatro Festival 2026”, diretto nella sua diciannovesima edizione ancora da Ruggero Cappuccio, a Napoli e sue prossimità, un “universo di Pace” accaduto dal 12 giugno al 12 luglio.
Napoli, si sa e si dice a volte anche con troppa superficialità, è un 'palcoscenico' naturale, ma la sua diffusa e condivisa comunità culturale ai facili sfondi da 'cartolina' preferisce e, in particolare durante i giorni del suo Festival Teatrale, i sipari e le pareti dei suoi numerosi e bellissimi teatri, insieme alle 'quinte' inusuali ma illuminanti dei suoi diffusi palazzi storici, le cui architetture costellano il territorio e insieme presidiano come cippi viari la geografia e la storia di quella stessa millenaria comunità culturale.
Con il Festival è come se si ricomponesse magicamente un insieme, un affresco dell'anima più profonda della città, amalgamando con speranza cultura e società, politica ed esistenze individuali ma mai 'slegate' e abbandonate nella ricerca del traguardo di questo 'Risiko' rischioso e fortunoso come un tempestoso ribaltamento, un vero e proprio 'fortunale' estetico che cerca la sua e la nostra 'meraviglia'.
Ma con un di più ormai consueto, quello della idea della Pace, un idea che sembra essersi ribaltata angosciosamente nel suo contrario, trasfigurando in bellicismo ogni desiderio di pace, e l'idea stessa della sua ricerca, istanza di volontà e insieme di azione concreta. Un “Universo di Pace” come luogo concreto che chiama a raccolta forze residue ma resilienti, e insieme come metafora da espandere oltre i confini di quel luogo stesso, 'exempla' che vogliono e cercano di insinuarsi nottetempo in un territorio divenuto 'ostile'.
Si dice, nelle varie presentazioni anche istituzionali, e si pratica dunque un Festival che non sia solo un accessorio della polis e della politica, l'utile idiota che offre distrazione e conforto, ma che sia attore attivo di quella polis e di quella politica, 'nuda' come il Re della Favola, per includere, ampliare e creare il nuovo, in questo senso il tema della Pace diventa dirimente anche per l'arte teatrale, pietra di paragone o sua cartina al tornasole, e alla fine anche 'giudizio'.
Perché, e ci piace dirlo con le parole del Direttore Artistico Ruggero Cappuccio, “La realizzazione della pace è un processo che riguarda i singoli e la latitudine della non belligeranza, dell'ascolto e della sintonizzazione trova il suo luogo naturale nell'arte”.
Proprio perché il suo tema di fondo è un caleidoscopio di suggestive linee di fuga e di tendenza, il “Campania Teatro Festival” è stato anche in questa edizione tutt'altro che monocorde, e attraverso le sue nove sezioni ha donato oltre un centinaio di spettacoli, nella forme più diverse tra musica e letteratura, teatro e danza e quant'altro, costruendo un panorama culturale tanto vasto da circondare la città, l'Italia e il Mondo.
Ho vissuto in compagnia del Festival dall'8 al 10 luglio e queste sono alcune mie brevi riflessioni critiche.
IO E L'IA / Fabio Pisano
In una Società che ci sottrae 'vita' sempre di più, così da farle dimenticare ogni articolo determinativo o aggettivo possessivo ('la' 'mia' vita), la perdita e l'assenza producono angoscia e depressione in quantità industriale. IO (nome e insieme 'sigla' del sè) è una professoressa universitaria di Storia Medievale (quanto di più inutile per troppi) che ha 'una' vita insoddisfacente, tra un padre bisognoso di cura, un marito da cui divorziare ed un'amica invadente che la trascina a incontri anch'essi privi di soddisfazione. È il vuoto dell'oggi che aspira come una pompa pneumatica ogni traccia di sentimento, così condannandoci alla solitudine. Per meglio procedere nel suo intento la Società si è inventata l'I.A. che surroga e sostituisce la fatica ormai inutile del vivere, anestetizzandoci in fondo dal suo (del vivere) dolore. L'occasione attesa è la stesura di un discorso per un'importante conferenza accademica che, su consiglio dell'amica, IO affida, e con grande e liberatorio successo, ad una applicazione appunto di Intelligenza Artificiale. L'amo è lanciato e la nuova preda è catturata, una preda che ormai si affida ad essa I.A. per gestire anche i suoi rapporti umani (?) sottraendoli e sottraendo sé stessa alla realtà, supposto che per lei ancora esista una 'realtà'. Ciò che però vi è di più interessante in questa anche perturbante drammaturgia di Fabio Pisano è che riesce a mostrarci l'ironico paradosso che la narrazione nasconde, quello per cui alla fine l'I.A. per sopravvivere sembra avere innanzitutto bisogno del 'nostro' sentimento, della nostra umanità di cui come un parassita si alimenta. C'è nel racconto, infatti, quello che gli psicologi chiamano 'effetto paradosso' per il quale lo spossessarsi in favore dell'I.A. della nostra umanità, che nessun altro umano sembra più desiderare, può farcela riscoprire e farcene riappropriare. Così alla fine della storia, ritornata alla sua cattedra ormai coperta da un telo come un mobile dismesso, IO può riabbracciare, in corpo e anima, quel suo studente, ivi nascosto, che ha custodito per lei una antica citazione da “L'amor cortese”, una delle più profonde espressioni culturali della relazione tra uomo e donna mediata nell'intimo dal sentimento. La bella regia di Marcello Cotugno, su concept di Nadia Carlomagno che ne è anche protagonista insieme al bravo Emanuele Valenti, asseconda con proprietà il discorso scenico che partendo dalla trasformazione in immagine virtuale dei protagonisti, presenti e non, proiettati come 'anime' (nel senso di animazioni video opportunamente 'corrette') si conclude con la 'presenza' concreta e vitale dei due attori che finalmente si abbracciano. Una presenza che sottolinea la differenza tra l'immagine mediata dalla I.A., che tende alla uniformazione e al conformismo (sembrano tutti avere la stessa 'matrice'), e la presenza del corpo che resta irriducibile nella sua 'difformità'. Un lavoro complesso, nato da un importante progetto di ricerca dell'Università “Suor Orsola Benincasa” e presentato in forma di 'primo studio' ma che mostra già qualità narrative e sceniche notevoli, riflessivo e in fondo e per fortuna ancora 'ribelle'.
TESTO ORIGINALE FABIO PISANO. CONCEPT, SOGGETTO E DIREZIONE SCIENTIFICA NADIA CARLOMAGNO. REGIA, COLONNA SONORA E IDEAZIONE SPAZIO SCENICO MARCELLO COTUGNO. CON NADIA CARLOMAGNO ED EMANUELE VALENTI. VOCE IA MICHELE ENRICO MONTESANO. AIUTO REGIA ARIANNA RICCIARDI. ASSISTENTE ALLA REGIA / STAGISTA MASTER TEATRO, PEDAGOGIA E DIDATTICA UNISOB ARIANNA AVOLIO, INES SIRANNI. REALIZZAZIONE META HUMAN ALESSANDRO MORINI. COSTUMI LEONARDO VALENTINI. MOVIMENTI COREOGRAFICI VALERIA APICELLA. DISEGNO LUCI LUCIO SABATINO. CON IL SOSTEGNO DI TEATRO AUGUSTEO SRL, NAPOLI E SINGER GRUPPO CARUSO – CONSULENTI PER LE TELECOMUNICAZIONI.
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE PIÙ A.R.I. – AZIONI + RELAZIONI + INIZIATIVE APS
Sala Assoli 8 luglio, ore 20:00. Sezione Progetti Speciali. Primo studio.
R3V@LUT1@N – IL FILM / Corrado Ardone
Sarà capitato a molti credo, mentre assistono ad uno spettacolo teatrale, di immaginare di esserne in qualche modo parte se non protagonista. In questo caso succede. Sperimentale e immersivo, utilizzando innovative tecnologie di ripresa a 180 gradi e con qualità 6K, infatti questo racconto teatrale non esiste ma accade davanti ai tuoi occhi che sono gli occhi del protagonista del racconto che vedono e vivono il racconto stesso e, attraverso la maschera che li copre, arrivano ad occupare l'intero orizzonte percettivo. È una sorta di ossessione di sapere che animando la narrazione, tra il dramma processuale ed il thriller ma dotato anche di una forte dimensione 'sociale', anima la tua virtuale recitazione dentro una virtuale rappresentazione. Come per ogni buon giallo non ne racconteremo l'esito ovvero non sveleremo il colpevole del femminicidio di cui si racconta, basti dire che al racconto si accompagna costante un giudizio sul mondo che viviamo, tra corruzione economica e radicato pregiudizio. Ma ciò che qui più conta è ovviamente, come direbbe Umberto Eco, il linguaggio, la forma e il mezzo che illuminano, deformandoli, contenuti e significati. La presentazione definisce questo eterodosso spettacolo un viaggio sensoriale, ma mi sentirei di definirlo più precisamente un viaggio 'mentale', ove la mente è il luogo in cui precipitano le emozioni dei sensi e ove queste emozioni vengono selezionate e rese effettive, fino a trasformarsi come nelle immagini involontarie sartriane, in 'sentimento'. Spetta a noi saperne fare buon uso. È il primo film di lunga durata (40 min.) che utilizza questa tecnologia, in grado di produrre un realismo che, come nei sogni, arriva a superare la realtà ma consolidandola paradossalmente. Alla fin fine un teatro agito in prima persona da chi è abituato ad solo assistervi, con risultati ironici e fin paradossali, ma anche un po' inquietanti e pur sempre coinvolgenti.
SCRITTO E DIRETTO DA CORRADO ARDONE, CON MARZIO HONORATO, MASSIMO PELUSO, ANNALISA PENNINO, RITA RUSCIANO, FEDERICA AIELLO, PEPPE ZARBO. SCENOGRAFIA PEPPE ZARBO. MONTAGGIO ED EFFETTI VISIVI CESARE PISTILLI. PRODOTTO DA WIPLAB, MAXIMA FILM, THE CULT FILM. PRODUZIONE ESECUTIVA FERNANDO PINTUS, CORRADO ARDONE, MARZIO HONORATO. REALIZZATO CON IL PATROCINIO MORALE DEL COMUNE DI CASAGIOVE E CON IL SOSTEGNO DELLA BANCA BCC TERRA DI LAVORO – S. VINCENZO DE’PAOLI. UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE MARCO CALAFIORE E SANTE COSSENTINO
Teatro Tedér 9 – 12 luglio. Sezione Progetti Speciali
IL TERZO INCOMODO / Ivan Cotroneo
Una commedia brillante e piacevole, molto ben scritta, Tra Edoardo Erba, David Mamet e Woody Allen, che utilizza in maniera un po' patinata e hollywoodiana la sintassi del melodramma classico con tanto di lieto fine. Un melodramma capace di accantonare il dolore per una sorta di pantheon del 'volemose bene' inclusivo di tutto ciò che fino all'altro ieri suscitava riprovazione e scandalo. La drammaturgia racconta della scomoda' scoperta fatta da due figli maschi (di madri diverse), mentre sistemano una baracca sul mare appartenuta al padre da poco deceduto, della relazione omosessuale di questo con un compagno nascosto a tutti e che improvvisamente compare (“Il terzo incomodo” appunto) davanti a loro, svelandosi e 'rivelando' il loro genitore. Lo spettacolo regge bene ogni sua fase, sia in scrittura che per regia, ed è interpretato con molta qualità e spontaneità dai tre protagonisti, ma sostanzialmente l'happy end è più da cartolina che da realtà sociale. È certamente encomiabile l'inclusione ma a volte attribuire la primazia dell'amore buono e positivo solo ad una parte non rende ragione della realtà, esistenziale e sociale. La tradizionale relazione eterosessuale di coppia, infatti, è carica di problematiche ora più evidenti di un tempo, che però non fanno esenti le 'nuove' relazioni di genere, a volte e da taluni viste come ultima 'ridotta' dell'amore vero. Così si rischia di perdere quella complessità emotiva che caratterizza i sentimenti (senza genere annesso) e che è il fine dichiarato del racconto scenico.
DI IVAN COTRONEO, CON FRANCESCO DI LEVA, ADRIANO PANTALEO E GIUSEPPE GAUDINO. REGIA GIUSEPPE MIALE DI MAURO. SCENE LUIGI FERRIGNO. LUCI LUIGI BIONDI E DESIDERIA ANGELONI. COSTUMI GIOVANNA NAPOLITANO. SOUND DESIGNER ITALO BUONSENSO. VIDEO PIETRO DI FRANCESCO. AIUTO REGIA MARCELLO MANZELLA. DIRETTORE DI SCENA FRANCESCO BELLELLA. ASSISTENTE ALLE SCENE ALESSIA DI PACE. PRODUZIONE NEST – NAPOLI EST TEATRO.
Teatro Nuovo 10 luglio, ore 19:00. Sezione Italiana.
CORALIN ALLA FINE MUORE / Rossella Pugliese
Il genere e la sintassi 'Crime' è oggi una delle più utilizzate, a teatro e non solo, per raccontare la Società e l'Individuo che la abita essendone influenzato, forse perché ha dentro di sé la grammatica della complessità, una complessità che nei nostri giorni difficili tende a contorcersi su sé stessa e a coartare ogni giudizio. O forse anche perché, e proprio per questo, è diventata più attrattiva per l'artista e più attraente per lo spettatore. Questa drammaturgia assume con convinzione il paradigma della complessità come crimine sociale, o viceversa del crimine come segno della complessità sociale, e attorno ad esso paradigma costruisce una storia assai stratificata, che mescola pulsioni ossessive e suicidarie, con la violenza di relazioni affettive complicate e tendenti a degenerare. La storia: Una sorta di “Sindrome di Stoccolma” coinvolge una donna, l'avvocato Coralin, e un uomo Timoleone Rinaldi, un poliziotto suo rapitore 'per caso', in una relazione fin troppo ricca di sottotesti e sottintesi che, talora, la stessa drammaturga e regista Rossella Pugliese, di ottima scuola, fatica a districare nella coerenza e nell'equilibrio della narrazione scenica. Molto la aiutano i due protagonisti, la stessa Rossella Pugliese ed il bravo Adriano Falivene (lo ricordiamo nella fiction “Il commissario Ricciardi”), con qualità di recitazione, in mimica, dizione, utilizzo del corpo e del movimento, assai apprezzabile e apprezzata. Questo spettacolo in fondo sembra quasi tentare di mappare le forme delle relazioni umane, la loro violenza e il loro riscatto. Alla fine Coralin 'non' muore e l'abbraccio con il suo rapitore pone fine improvvisa ad un turbine di accadimenti cui forse non si sapeva porre fine in altro modo. Interessante soprattutto per l'encomiabile tentativo della Pugliese di non limitarsi alla superficie ma di tentare, teatralmente e dunque esteticamente, il mare procelloso delle menti e dei cuori umani.
SCRITTO E DIRETTO DA ROSSELLA PUGLIESE, CON ROSSELLA PUGLIESE E ADRIANO FALIVENE. VOCE FUORI CAMPO FLAVIO INSINNA. MUSICHE ORIGINALI IVO PARLATI. COSTUMI GIUSEPPE AVALLONE, SARTA DI SCENA FRANCESCA ROMANO. SCENOGRAFIA PAOLO IAMMARRONE E VINCENZO FIORILLO. DIRETTORE TECNICO ERRICO QUAGLIOZZI. AIUTO REGIA ARINA SAZONTOVA. PRODUZIONE DENEB ETS.
Sala Assoli 10 luglio, ore 21:00. Sezione Italiana.