Si conclude questo ricco Festival e per noi si è concluso con la visione di uno spettacolo che ha colpito fortemente il pubblico, dal punto di vista della coscienza politica, etica e personale. Lo spettacolo della esplosiva Marina Otero, classe 1984, nata a Buenos Aires,
ma attiva a Madrid, riporta in scena una questione importante, sviluppata partendo da un’esperienza intima e personale. L’attrice, regista, autrice, artista a tutto tondo, conduce per mano gli spettatori e presenta loro AYOUB, che dà titolo dello spettacolo in scena presso la Sala Assoli/Enzo Moscato, nome del personaggio che ci accompagnerà e accompagnerà la Otero per una parte della sua vita. Questo spettacolo rimane a lungo nella mente e nel cuore degli spettatori, ritorna durante la quotidianità grazie anche ad una canzone che si imprime fortemente nell’animo di chi ha seguito e ascoltato il racconto scenico e soprattutto ci riporta alle profonde emozioni che ci ha trasmesso l’artista. La Otero, infatti, si mette a nudo sul palcoscenico, raccontando le sue fragilità, i suoi interrogativi, il confronto con la sua psiche e il mondo, alternando privato e pubblico, quotidiano e storia contemporanea, intimità e attualità, attraverso un gioco di contrasti che solleva interrogativi e stimola sensazioni forti. La storia di Ayoub è la storia di Marina Otero, che durante un viaggio in Marocco, a Tangeri, decide di intraprendere un percorso per salvarsi dalla solitudine, dal suo male di amare e di esistere, che poi è un po’ quello che caratterizza tutti noi. Il risvolto importante di questo percorso artistico-psicologico diventa universale. Marina sceglie di affiggere un messaggio, in cui dice che sposerà un uomo e lo porterà in Europa. Un messaggio che inizialmente appare come una richiesta disperata di amore, ma nel momento in cui risponde un padre che offre il figlio sedicenne, proposta ovviamente rifiutata dalla donna, comincia ad incrinarsi qualcosa, sebbene il pubblico ancora non sia consapevole dell’evoluzione. L’artista filma e fotografa i momenti più importanti di questo viaggio, reale e interiore, e proietta tutto, mentre racconta, narra, attraverso una tecnica antica, che piace agli spettatori, cioè il racconto sincero di una storia. Otero racconta la sua vita e questo spettacolo è caratterizzato dall’ossessiva e violenta veridicità, agganciando fortemente l’attenzione del pubblico, che rimane in assoluto silenzio. Si ride, si piange, si partecipa al dolore dell’attrice, ci si rivede in lei; Marina si innamora di un giovane venditore di dolci, Ayoub appunto, e apre le porte ad un amore a distanza, ad un viaggio, ad una vita in Europa, a cui costringerà il giovane ragazzo. Una storia d’amore intensa, combattuta, reale, ma ad un tratto, nel corso del racconto, l’attrice parlerà di “Colonizzazione amorosa”, “Colonizzazione dei sentimenti”. In quel momento la storia cambia. Marina Otero racconta di un caro amico poeta, morto sulla Striscia di Gaza, associa il nome di Ayoub a quello di tantissimi bambini palestinesi, di cultura e lingua arabe, uccisi barbaramente. Ad un certo punto si chiede se la sua ricerca di un amore a tutti i costi, per combattere la solitudine e il dolore, diventi poi una sorta di colonizzazione imposta dalla donna occidentale nei confronti di un uomo, più giovane e di altra cultura. Proprio in questo momento la visione cambia, gli spettatori sono quindi condotti verso una riflessione ad ampio raggio e lo spettacolo pone davvero un interrogativo importante: possiamo mai essere così egoisti da pensare di condurre nel nostro Paese un uomo che ha accettato di cambiare la sua vita per amore (forse!), coinvolto in una cultura lontana dalla sua e memore di violente colonizzazioni storiche, che oggi continuano, persistono e distruggono. Il racconto personale esplode dunque nella descrizione di un Occidente che impone, anche nei sentimenti, che è cieco, che è violento, che desidera e ottiene con la forza. Un risvolto che si accenna all’inizio dello spettacolo, quando viene proiettato il testo di una mail, inviata dal referente di un Teatro tedesco, che chiede alla Otero di modificare il suo spettacolo, perché la declinazione intrapresa, ossia la denuncia contro l’Occidente, non piacerebbe molto. L’attrice si batte da tempo per la questione palestinese, che ha toccato inevitabilmente la sua vita, i suoi amici, e ha cambiato il suo modo di pensare. La conoscenza di Ayoub l’ha aiutata a conoscere la profondità della cultura araba, ha imparato la lingua, perché per amore si fa anche questo, ma ha compreso che il suo egoismo, all’interno della sua microstoria, è retaggio di secoli di dominazione che l’Occidente impone all’Oriente ed altre culture più fragili da un punto di vista economico e militare. Marina Otero è fortemente carnale, sensuale, iraconda, violenta nella gestualità e dolcissima nel racconto; alcune scelte registiche diradano la narrazione, smorzando i toni o sbloccando l’immedesimazione. Donna dal corpo atletico e muscoloso, combatte contro un sacco da boxe pieno di farina, smorza la sua rabbia, ricopre il pubblico di polvere bianca svolazzante, ricordando i poveri palestinesi uccisi mentre raccoglievano la farina, necessaria per sfamare un po’ la famiglia. Questo spettacolo solleva numerosi interrogativi, ma è costruito attraverso una forma ibrida che in qualche modo risveglia le coscienze e conduce ogni spettatore verso una strada specifica, una scelta di osservazione univoca e personale. Entra in scena anche l’intenso Ibrahim Ibnou Goush che interpreta Ayoub, immaginato dopo molti anni. La Otero ci spiega che lasciar andare il ragazzo è stato doloroso, ma eticamente corretto e l’attore ci mostra come sarebbe stata la vita tra i due se Ayoub non fosse tornato in Marocco. L’amore si sarebbe trasformato in odio, le culture si sarebbero sovrapposte, ma le motivazioni di questa unione sarebbero poi emerse. Il finale di questo spettacolo non è cinico, né spinge ad evitare relazioni multietniche o fusioni culturali, ma ci parla del concetto di salvezza e di scelta mirata ad essa. Se imponiamo delle scelte politiche, culturali e purtroppo militari, la pacifica convivenza tra i popoli non esisterà, ma si tratterà sempre di colonizzazione forzata. La parte finale dello spettacolo è affidata alla musica e alla danza, quest’ultima liberatoria, sensuale, un vortice che ricorda la mistica danza Sufi, per poi trasformarsi in amplesso amoroso e in gioia di vivere, in scontro di boxe, in abbraccio profondissimo. Nonostante tutto, bisogna salvarsi. Chiudiamo questo festival invitandovi ad ascoltare la canzone simbolo di questo spettacolo e forse di tutto il Campania Teatro Festival 2026, firmata dal cantante algerino Mok Saib, “El Ghorba”- “All’esilio”: «We used to be good, in harmony with each other/ You were in my side, but never thought to drift apart/ You were with me, I gave you my heart but you left me alone/ I'm in love but my heart is injured /You see how life cycle turns on you/ Just tell me what we won/ The loss of your love killed me and your life becomes a trouble/ I'm damaged because of you and my heart is injured/ And I'm taken by the waves/ Left my heart broken /And I would like to know where is my destiny/I left my mother crying/ And I'm taken by the strangeness/Left my heart broken […]».
CAMPANIA TEATRO FESTIVAL 2026
AYOUB
SALA ASSOLI/MOSCATO
5-6- LUGLIO 2026
Performative Conference
TESTO E REGIA MARINA OTERO
IN SCENA IBRAHIM IBNOU GOUSH E MARINA OTERO
RIPRESE VIDEO FLORENCIA DE MUGICA
COORDINAMENTO TECNICO E TECNICO IN TOURNÉE VÍCTOR LONGÁS VICENTE – CELSO HERNANDO
DISEGNO LUCI FACUNDO DAVID
DISEGNO SONORO ANTONIO NAVARRO
OPERATORE SUONO E VIDEO IN TOURNÉE IVÁN FERRER OROZCO
MONTAGGIO VIDEO DANIELA GARCÍA
SUPERVISIONE DEL TESTO MARÍA VELASCO
COLLABORAZIONE JAVIER MONTERO
TRADUZIONE IN DARIJA FARAH HAMDAOUI KADAOUI
ARRANGIAMENTI MUSICALI JUAN PABLO DE MENDONÇA
FOTOGRAFIA ANDRÉS MANRIQUE, ANDRÉS CARNALLA, ANALU ZAPATA
SARTORIA GUADALUPE BLANCO GALÉ
PRODUZIONE GENERALE ED ESECUTIVA MARIANO DE MENDONÇA
DISTRIBUZIONE INTERNAZIONALE TECUATRO – PTC TEATRO – OTTO PRODUCTIONS
Si ringraziano Nuria Güell, Andrés Manrique, Somaya Taoufiki, Martín Flores Cárdenas, Adrián Carrasco
Foto by Cennamo