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“Lunaria Festival” di Genova e non solo, fondato e con intelligenza diretto anche in questa ventinovesima edizione dalla brava Daniela Ardini, non è solo e come sempre un'emozione di luoghi 'inconsueti', ma è anche e soprattutto un'occasione offerta al pubblico

per conoscere da una parte ciò che di giovane e nuovo offre il Teatro Italiano, che spesso vive nel breve tempo di una “Residenza” e poco oltre, e dall'altra di riappropriarsi di spettacoli magari assai più famosi, premiati e di più lunga vita per sottrarre anch'essi a quello che credo sia il male attuale del nostro sistema, la 'precarietà', quella economica e quella, più sottile e maligna, dell'oblio favorito da insincere spinte al 'nuovo' (anche, mal-pensando, per elemosinare finanziamenti ministeriali).
“Un bès-Antonio Liguabue” di Mario Perrotta, proposto giovedì 16 luglio al Festival nella genovesissima piazzetta San Matteo, ne è credo una piacevole conferma, e rivederlo rinnova, per chi già lo ha visto, un'emozione che quasi naturalmente non è mai uguale a se stessa.
Il testo è una 'torsione' drammaturgica che va ben oltre il tradizionale teatro di Narrazione, in cui si è giustamente lamentato lo scrittore/attore/regista leccese di essere troppo spesso e un po' superficialmente imprigionato, che penetra profondamente nella vita del pittore pazzo Antonio Liguabue e, dimenticando ogni biografismo da “biopic”, ne riemerge portando con sé, come il suo scheletro irriducibile, l'anima 'sentimentale' ed umana di Ligabue, così mostrandoci i suoi profondi addentellati con una condizione 'universale' che riguarda innanzitutto lui drammaturgo, che esplicitamente lo 'ammette', e poi, ma non in maniera subordinata, tutti noi che ascoltiamo quelle parole e guardiamo quel volto, quel cuore e quella mente finalmente illuminati e illuminanti, sciolta l'ombra della notte.
Un andare e un tornare con un tesoro di empatica condivisione ma anche di comprensione e compassione del mondo, guidato da una parte da una lingua spuria, quasi 'sporca', che mescola italiano, tedesco e dialetto reggiano così da poter dire le molte 'piaghe' di quell'anima e della sue vicende terrene, e dall'altra da una mimica corporea quasi danzante, che dispiega le ossessioni profonde della pazzia e le rare 'oasi' (di cui la “Natura” è chiara metafora) in cui calmare una sete di amore, fisico e psicologico, mai soddisfatta.
E poi il colore, tagliente e quasi ipnotico, dei quadri di Antonio Ligabue, solo richiamato dal gesto in bianco e nero con cui il protagonista disegna con il carboncini (e direi con molta abilità e competenza figurativa) le tele di carta che come una scenografia semplice e insieme complessa e dolente quale la sua mente, occupano come impalcature il palcoscenico, anch'esse in continua fascinatoria coreografia.
Un elemento, quest'ultimo, essenziale del raccontare e soprattutto del 'fare' la vita di un uomo con lo schermo della drammaturgica rappresentazione, dentro il quale è lo stesso Ligabue, con la mediazione di Mario Perrotta, a dirci non soltanto e non tanto chi è stato lui, tra Svizzera e bassa reggiana, tra abbandoni e allontanamenti dall'unica 'mutter' che mai lo abbia amato, ma chi siamo noi, ieri come oggi.
Come le due madri/matrigne che l'hanno accompagnato alla vita spingendolo su strade dolorosamente divergenti, così quella stessa vita che da una parte l'ha imprigionato nella follia e nella (molto) supposta 'demenza', dall'altra attraverso l'arte, la sua grande e inquietante arte pittorica così legata alla natura, tra aquile e caprette, tigri e caprioli, tra essere predato e predare, è stata la via per liberare la sua umana e contraddittoria sensibilità, nutrita di desiderio in fondo più 'puro' che 'ingenuo', lasciandocene una traccia di riscatto.
Un paradosso dell'arte che lo stesso drammaturgo sembra condividere e vivere lui stesso con intima convinzione.
Una drammaturgia del dolore in fondo, del male di vivere caricato su un solo uomo che, forse , alla fine si dimostra attraverso il suo essere artista più forte di quello stesso dolore, aiutandoci in qualche modo ad esserlo anche noi, 'più' forti.
Mario Perrotta è ancora una volta efficace nello scritto e nell'agito in scena, mostrando qualità recitative capaci di dare colore ad ogni personaggio, senza dimenticare mai l'impatto estetico, quello storico e infine quello sociale che quello stesso personaggio e il suo accadere hanno e devono manifestare nella rappresentazione.
Un segno che, a partire dal Teatro dell'Argine che ha contribuito a fondare, scrive ancora qualcosa nel mondo del teatro di oggi, ben più credo di quanto appaia.
Il pubblico presente, coinvolto da subito, ha a lungo gratificato l'artista con molti applausi e numerosi richiami alla scena.

Nell'ambito del Festival in una notte d'estate – percorsi: L'architettura della parola tra la Natura e l'Altro (SCELTE).
Di e con Mario Perrotta, collaborazione alla regia Paola Roscioli. Produzione Permar / Teatro dell’Argine.
Premio Ubu 2013 - Miglior Attore. Premio Hystrio Twister 2014 – Miglior spettacolo dell’anno a giudizio del pubblico. Premio ANCT 2015 – al Progetto Ligabue. Premio Ubu 2015 – Miglior Progetto al Progetto Ligabue.

Foto Luigi Burroni