powered by social2s

Cosa proporre quest’anno come spettacolo finale alle tre classi quarte della scuola primaria dove porto avanti il progetto di Attività Espressiva Teatrale? Questa è la domanda che mi pongo fin dalla prima lezione, nella quale incontro sessantatré bambini di 9/10 anni

e le loro docenti, insieme alla mia collega Alessandra Sartori. Che meraviglia la scuola, già. Uno dei pochi posti dove è possibile incontrare individui di ogni classe sociale, provenienti da tante parti del mondo, con fragilità linguistico/didattiche o plusdotazione, figli unici o appartenenti a famiglie numerose. E potrei andare avanti, le differenze non si fermano certo qui. Numerosi sono altresì i tratti che li accomunano: il desiderio di divertirsi, gli occhi che brillano, i sorrisi sornioni, l’irrequietezza propria dell’età, alla quale gli anni di Covid e la metropoli caotica nella quale viviamo non hanno certo giovato, anzi.
Grazie a un’osservazione più attenta noto quest’anno un altro punto in comune tra tutti loro, anche se ciascuno lo esprime in modalità differente: un utilizzo problematico della lingua parlata.
Li ascolto chiacchierare in piccoli gruppi, rispondere alle docenti, raccontarmi come hanno trascorso il weekend. L’eloquio è brioso e spumeggiante, ma al contempo affrettato, impreciso, approssimativo. Spesso viene utilizzato un vocabolo al posto di un altro, le frasi non vengono terminate, all’interno di esse sopraggiungono inferenze che in quattro e quattr’otto deviano il discorso in un’altra direzione, poi un’altra ancora finché ci si dimentica il punto di partenza e l’interlocutore non riesce più a raccapezzarsi.
A ben guardare, non è solo il linguaggio a soffrire di tali imperfezioni. Il corpo nello spazio e nella relazione con l’altro rivela altrettanto caos: movimenti incoerenti, ripetuti, che rubano energia inutilmente; gesti pressoché assenti, comunicazione non verbale non pienamente strutturata, tanto che spesso gli alunni decodificano a fatica persino i miei interventi non verbali (composti cioè solo da mimica facciale, gestualità e postura) compiuti appositamente per mostrare loro che il corpo parla, sempre. E se il corpo e il linguaggio (sia verbale che non verbale) soffrono delle evidenti carenze appena descritte, non è difficile immaginarsi che anche il pensiero non sia poi così ordinato e ben organizzato. Bene, mi dico, per lavorare su tutto questo non c’è niente di meglio del Teatro Ragazzi.
Conduco laboratori di teatro con bambini e adolescenti all’interno degli istituti scolastici ormai da quasi trent’anni. In questo contesto, l’arte scenica si offre agli allievi come strumento sopraffino per potenziare una serie infinita di abilità e competenze, atte a rendere ciascuno dei partecipanti maggiormente consapevole, rispettoso di sé, degli altri e dell’ambiente. Tra gli aspetti più importanti, gli alunni vengono stimolati a maneggiare il linguaggio conoscendone le regole e applicandole immediatamente (con il corpo e nello spazio) all’interno della finzione teatrale dove si può sempre sbagliare e ricominciare senza alcuna conseguenza, come accadrebbe nella vita reale. Negli istituti scolastici pertanto, occorre non dimenticare mai che il teatro dev’essere a servizio dei bambini e ragazzi, andando a operare laddove la didattica non arriva e non può arrivare. Non per formare attori ma per formare persone.
Partiamo, dunque. Iniziamo con il corpo, dal quale nasce e si sviluppa ogni tipologia di apprendimento, grazie ad attività di propriocezione, respirazione, consapevolezza. Passiamo allo spazio, a cui aggiungiamo i vettori e la rotazione. Poi il ritmo, l’espressività, l’ideazione per permetterci di giungere alla recitazione vera e propria E, finalmente, alle storie.
Narro a ciascuna classe una fiaba. Ho scelto, in accordo con le docenti, Il pifferaio magico, Il gatto con gli stivali, I vestiti nuovi dell’imperatore. Procedo solo con la narrazione orale, senza l’ausilio di illustrazioni già precostituite, per stimolare nella mente dei bambini immagini proprie e originali. Senza affidarsi all’esterno dunque, ma creando la sequenza dall’interno, esattamente come accade quando si legge un libro o si ascolta un racconto. Terminata la narrazione, invito ciascun allievo a inserirvi qualcosa di unico, che scaturisca dalla propria immaginazione: un evento o un personaggio che dovranno coerentemente integrarsi con la vicenda senza farla deviare dai binari principali. Ed ecco che il pensiero di sessantatré bambini si attiva, sfornando idee brillanti e interessanti, che arricchiscono notevolmente le fiabe. Ciascuno espone la sua idea davanti a tutti, organizzando il pensiero in modo che il linguaggio sia chiaro, immediato, comprensibile. Si sbaglia, si ricomincia, si fa attenzione alla consecutio temporum, al cambio di soggetto, all’inserimento della narrazione nel giusto contesto. E anche in questo caso la narrazione del singolo suscita le immagini corrispondenti nella mente di tutti.
È arrivato ora il momento di creare la drammaturgia, improvvisando direttamente con ogni attore e attrice, i quali vedono nello spazio scenico le proprie idee prendere vita, passare da racconto orale a personaggi in carne e ossa che compiono azioni, provano emozioni, pronunciano battute. Il tutto viene trascritto, fissato su carta per poter essere in seguito memorizzato. Nel corso del lavoro arrivano nuove idee e intuizioni, che vengono inserite nella messinscena solo se da tutti condivise. Non si perde l’attenzione però alla narrazione principale, allo sviluppo degli eventi fino alla conclusione del terzetto di fiabe, che deve avvenire nei tempi che ci siamo prefissati. E siamo pronti a riprovare tutto da capo: a limare il superfluo o approfondire i passaggi appena accennati, provando a porci dal punto di vista del pubblico (grazie agli esercizi spaziali sulla rotazione scendiamo dal palco e con una rotazione di 180° non siamo più attori ma spettatori) che deve poter godere di un prodotto ben confezionato e comprensibile in ogni suo snodo. All’interno di ogni drammaturgia, chiedo di tanto in tanto ad alcuni dei bambini di uscire dal personaggio e porsi come narratori, in un dialogo diretto con il pubblico che assisterà. Anche stavolta ogni allievo conosce l’episodio che deve raccontare: deve quindi traslare quel pensiero in linguaggio spontaneo affinché chi ascolta sia pienamente edotto sul prosieguo della vicenda.
Le settimane corrono veloci, le prove si fanno più serrate, i costumi e le scenografie sono pronti. Ma la cosa più soddisfacente sono i nostri bambini. Hanno acquisito maggiore sicurezza e una nuova coerenza tra corpo e linguaggio, si muovono sul palco come non avessero mai fatto altro in vita loro. Tra qualche settimana le docenti mi aggiorneranno in merito alle felici ricadute che questo lavoro ha avuto sulla didattica, soprattutto nell’esposizione delle materie orali.
Ma ora godiamoci ancora per un istante il lavoro sulle tre messinscene. All’interno di esse alcuni bambini si rivolgono direttamente al pubblico, altri recitano con l’illusione della quarta parete. Tutti gestiscono l’ansia da prestazione; ognuno sa di aver creato e preso parte a una cosa grande, condivisa con i compagni, della quale ognuno è responsabile.
Si spengono le luci, parte la musica, si alza il sipario.
Signori, si va in scena.