Forse occorre comprendere per paradosso ciò che si vede nello spettacolo “Un po’ meno fantasma”: in scena c’è un solo personaggio, Marcello (Tommaso Bianco) che sembra aver fatto, per natura o scelta, della quasi assoluta invisibilità la sua cifra personale,
il suo modo di stare al mondo. Non lascerà impronte del suo passaggio nella storia, ma nessuno potrà affermare d’esser stato da lui ferito, pestato, importunato. Il progetto è coprodotto dalla compagnia Kronoteatro di Albenga e dal Nazionale di Genova con altri apporti. Drammaturgia e regia sono di Francesca Sarteanesi, che condivide progetto e scrittura (ma si direbbe anche stile minimalista e attenzione per la dimensione culturale della provincia) con Tommaso Cheli, invece il costume (colorato, vistoso, buffo: un passerotto, un fantasma timido ma col cuore a vista, un tappetino colorato) è di Rebecca Ihle. Ma che cos’è quest’invisibilità? Gentilezza, certo, e mitezza e incapacità d’invadere e occupare lo spazio altrui: tener fuori dal proprio essere ogni forma di prepotenza diretta o indiretta, lasciare che siano piuttosto gli altri a sgomitare, urlare, intimidire, fare del male. A guardare bene insomma non si tratta veramente d’invisibilità ma di una totale refrattarietà a farsi omologare dalla chiassosa, prepotente, sgomitante, in un’ultima analisi violenta normalità del mondo. Al contrario, e appunto per paradosso, se qualcosa viene esibita, questa è la sua fragilità: fragilità consapevole, che vuol quindi dire autenticità. Autenticità nei sentimenti, nelle relazioni, nel rispetto, nella fedeltà, nella gestione degl’incontri, nei desideri e nell’espressione di essi. Autenticità che è svelata dall’invadenza degli altri nello spazio di pensiero e d’azione di Marcello: lui che parla lentamente, correttamente, rispettosamente, sottovoce, gli altri (il maestro di scuola dai modi spicci, il padrone di casa, l’amico fissato coi trenini, il datore di lavoro, i parenti) che urlano, esibendo allegramente e talvolta sguaiatamente le più disparate inflessioni dialettali. Lui che si ritrae o semmai sorride timidamente e cerca la risposta giusta, la parola giusta, la soluzione giusta, il bottone giusto. Tutto questo accade in scena e nel contesto dell’interpretazione di un monologo: il tono è sospeso, sussurrato, volutamente monocorde, ipnotico, attraversato improvvisamente da vibrazioni, piccole illuminazioni, affondi di senso (ironia, comicità leggera, critica sociale e politica, che sono la caratteristica migliore di questo lavoro), mentre la struttura della costruzione è vagamente circolare. Che cosa non convince? La sostanziale stabilità del personaggio che non intraprende alcuna azione né sviluppa alcun reale cambiamento interiore (evoluzione, superamento) e il tono dell’espressione che spesso abbandona (e in questo caso ha abbandonato) il sussurrato della recitazione e per diventare un sottovoce difficilmente udibile. Visto a Sansepolcro, il 18 luglio scorso, nel contesto del festival Kilovatt.
Lisa. 18 luglio, Sansepolcro (Ar), Auditorium di Santa Chiara, nel contesto del Festival Kilowatt 2026, XXIV Edizione. Progetto, regia e drammaturgia di Francesca Sarteanesi, ideazione e drammaturgia Tommaso Cheli. Con Tommaso Bianco. Scene e costumi di Rebecca Ihle, responsabile tecnico Alex Nesti, supervisione progetto Maurizio Sguotti. Coproduzione del Teatro Nazionale di Genova, con il sostegno di PimOff, Spazio Zut!, L’arboreto/Teatro Dimora, Teatro Moderno di Agliana, Gli Scarti/Fuori Luogo. Crediti fotografici di Luca Del Pia