“Medea” è un enigma, una domanda che attraversa i millenni, un archetipo che trascina dall'oscurità del tempo e dello spazio il senso profondo di un femminile insieme luminoso e notturno, il Sole e la Luna che generano la vita, la custodiscono ma anche la portano via con sé,
la uccidono quando transitano nella costellazione del tradimento.
È il mistero arcaico del potere di dare insieme la vita e la morte, come una Accabadora (anche la Sardegna è un'isola), che fonda quel matriarcato che precede e supera la Storia, quando questa procede in direzione del progressivo tentato asservimento e controllo da parte del maschile di quello stesso potere.
Medea è anche un continuo movimento musicale che si esprime con melodie diverse e a volte contrapposte producendo narrazioni che la cultura e la storia intercettano e utilizzano per cercare di capire oltre il tempo del loro accadere.
Da Euripide, all'alba di un patriarcato che ne rapisce il segno metaforico che si illumina nel mito arcaico del “Vello d'Oro” capace di guarire e insieme di uccidere, un patriarcato che vuole controllare l'unico potere capace di metterlo in discussione, e poi a Seneca che, blasfemo, mette in scena il figlicidio, a Heiner Muller che trasforma la vicenda in metafora dell'oppressione che dal genere si espande al mondo intero, a Krista Wolf che fa della ribellione di quella (finalmente) 'donna' il centro di ogni giudizio e riflessione e infine a Pier Paolo Pasolini e alla splendida Maria Callas.
Ma come diceva Edoardo Sanguineti ogni traduzione/travestimento, anche se effettuata a “calco”, è un tradimento, però sempre necessario per cercare di meglio penetrare l'enigma che ci costringe a riflettere.
“Medea Killer”, la drammaturgia di Lelio Lecis e Patrizia Filia, diretta dallo stesso Lecis, vista al Festival Lunaria 2026 di Genova, è in questo senso un tradimento necessario (ma anche un 'pretesto' scrive il regista) che mette al centro l'omicidio o meglio gli 'omicidi' di questa maga/principessa che si duplica in donna della modernità ma senza abbandonare l'arcaico archetipo che sembra guidarla, quasi 'costringendola' dentro le sue azioni.
In questo gioco di doppi che si specchiano, in un dialogo giocato tra prima e terza persona, la giovane donna moderna dal nome Medea, che si illude seguendo l'avventura del suo Jason, per amore o forse solo per attrazione, compie le stesse azioni del mito ma alienandosi da esso nella modernità del 'gioco dell'uccidere', nel femminicidio ma non solo, che sembra attraversare potente l'oggi di un patriarcato decaduto e degenerato alla ricerca di potere e ricchezza.
In questa contingenza Medea è sempre la vittima sacrificale che in un mondo senza più Dei si ribella accettando fino in fondo le stesse armi dei suoi persecutori. Una Medea che man mano si “appassiona” al delitto, giustificandolo quasi ma sempre mantenendo la distanza del dolore che la attraversa e la perseguita fino alla sua fuga sul Carro del Sole.
C'è dunque una modalità assai perturbante in questa interessante messa in scena di Lelio Lecis, giocata sulla rivendicazione profonda (“uccidere in fondo mi piace” dice a un cero punto la sua Medea scenica) ma sempre 'distaccata' come fosse di altri, della Medea arcaica di cui racconta, di ciò che è stata indotta a fare.
La ribellione giusta al tradimento di tutti gli uomini da cui è assediata, dal sacerdote che le insegna il sacrificio umano, al fratello Absirto, a Giasone e alla dinastia da salvaguardare, diventa così l'atto 'tremendo' del togliere la vita anche ai propri figli per non dare discendenza al traditore Giasone.
Una sorta di shock per cercare di sottrarsi, forse, alla dimensione tradizionale e talvolta consolatoria del mito attraverso la psicologia del personaggio stesso.
Ma soprattutto io credo, nelle intenzioni dei drammaturghi, lo svelamento dell'ultima arma di un patriarcato in crisi, quella della corruzione e della cooptazione del femminile nei tentacoli illusori della con-partecipazione ai propri atti facendo di Medea una 'qualunque' assassina.
Sulla scena la brava Tiziana Martucci ha a che fare con una Medea piuttosto eterodossa, spinta al limite della propria coscienza, nel luogo più oscuro e protetto di quella stessa coscienza che si rivela, anzi ha a che fare con due Medea, l'arcaica maga e la moderna donna che cerca e rivendica il suo spazio e il suo potere anche attraverso la prima, ma padroneggia entrambe con buona capacità recitativa, tra mimica e dizione, coinvolgendo spesso chi la guarda e ascolta nel suo stesso processo di immedesimazione e poi di alienazione critica.
Lo spettacolo è nel complesso ben strutturato, sia nelle scenografie di Valentina Enna che nei costumi di Marco Nateri, in un ambiente musicale reso suggestivo dalle musiche di Philip Glass e Olivier Casas.
Intenso e concentrato è stato ben apprezzato dal pubblico presente.
LUNEDÌ 27 LUGLIO 2026 ORE 21.15 PIAZZA SAN MATTEO GENOVA. Nell'ambito del Festival in una notte d'estate – percorsi: L'architettura della parola tra la Natura e l'Altro (SCELTE) diretto da Daniela Ardini.
“Medea killer” di Lelio Lecis e Patrizia Filia (ispirato dalla Medea di Euripide) con Tiziana Martucci, costumi Marco Nateri, spazio scenico Valentina Enna, regia e messinscena Lelio Lecis, assistente Antonella Fiori, musiche Philip Glass e Olivier Casas, produzione Akròama.