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“Archiviozeta”, la compagnia 'itinerante' fondata da Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni nel 1999, più che un archivio, della memoria è la trincea, l'ultima (Z è l'ultima lettera dell'Alfabeto e anche il segno che designava i caduti contro la Dittatura dei colonnelli Greci degli anni '60)

prima che il ricordo del nostro agire esondi e invada la pianura dell'oblio, l'oblio dell'inconsapevolezza che pervade le anime dell'Ade contemporaneo, e non per caso la Compagnia viaggia da sempre a cavallo della storica Linea Gotica dell'Italia della guerra civile.
Questo per dirne concettualmente, esteticamente però è anche e soprattutto un Teatro en plein air, un teatro 'alla luce del sole', in tutti i significati che tale espressione custodisce, è un teatro diurno come l'antica Tragedia che vedeva confluire negli spazi aperti al confine della polis i cittadini insieme ai quali narrare per non dimenticare e per essere coscienti di sé.
Nella 'Natura' in fondo, ma in una natura mai nostalgicamente 'mitizzata' e 'trasfigurata' in un ritorno impossibile, ma una natura antropizzata dai segni che l'Umanità vi ha lasciato e lascia a preservare il proprio posto nel mondo che ci è stato dato.
Esteticamente è dunque fare un teatro nella materia (che è sempre 'storica') e della materia di cui siamo fatti, dal corpo (anche quello dello spettatore) che si muove nello spazio, alla voce che vi risuona naturale e viva senza distorsioni meccaniche, alle parole stesse che sono la carne, le membra del nostro agire e capire in quel mondo, alla luce del sole appunto, perché il suono di quelle parole, ci ha insegnato Edoardo Sanguineti, è la materia stessa della nostra 'intelligenza' di vivere, impastate sempre nel sentimento interiore che pavesianamente ci insegna il mestiere di vivere.
In questo contesto (fisico e mentale) affascinante, Il processo di Franz Kafka, la drammaturgia e regia di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni la cui seconda parte ha esordito lo scorso 25 luglio ancora al “Cimitero Germanico” della Futa di Firenzuola, è solo un'altra tappa di questo girovagare alla ricerca di senso, e delle verità salvifiche esse stesse senza alcuna retorica.
Se la prima parte è andata in scena nello stesso luogo l'anno scorso, e in proposito rimandiamo alla recensione su queste stesse pagine di Paolo Randazzo, la seconda ne completa il percorso, aggiornandolo in un esito che si fa ancora doppio ma espressivamente unitario di cui è possibile dare ora nuovamente e complessivamente conto.
Il “Cimitero Germanico”, è opportuno e giusto ricordarlo ancora, fu inaugurato in collaborazione con le autorità tedesche a fine anni '60 del secolo breve e raccoglie oltre 30.000 soldati tedeschi (in gran parte giovani e giovanissimi) caduti nell'ultimo anno della seconda guerra mondiale appunto sulla Linea Gotica, a promuovere quella Pìetas che sempre deve riguardare tutti i morti, una compassione palpabile che perdona e però non dimentica, né assolve il male che attraverso quei giovani uomini, forse in parte non consapevoli, ha insanguinato quelle terre (vicini due luoghi dei più feroci eccidi nazisti e fascisti, quello di Marzabotto e quello se possibile ancora più atroce di Sant'Anna di Stazzema).
Una compassione che si sente nella carne e che si mescola come un lievito nell'impasto di una drammaturgia che 'miete' dal romanzo incompiuto di Kafka, intercettandone lo spirito profondo insieme ai segni della storia personale che lo attraversano, a partire dall'essere Kafka stesso un ebreo la cui famiglia fu sterminata dopo la sua prematura morte per Tisi (1924) e quindi metafora irriducibile della tragedia che ha attraversato l'Europa con le due guerre mondiali che entrambe al loro epicentro videro la Germania.
Ma c'è anche, dichiarata, in questa scelta una sorta di continuità, un passaggio di testimone con la Montagna incantata di Thomas Mann, il precedente spettacolo di archiviozeta, vista come una sorta di biografia anticipata ma immaginaria dello scrittore Kafka e insieme di Joseph K, il protagonista de Il processo, tra guerre e sanatori che ne accomunano l'infelice destino, segnando quasi l'angoscia metafisica dell'esserci che esteticamente trova le sue forme, storiche ma anche universali, nella cultura, nell'arte e nel Teatro.
Tutti più o meno conosciamo le vicende del bancario boemo alle prese con un giudizio che emana da un universo gnostico e che per questo, mascherandosi nelle forme esteriori di un 'procedimento penale', lo travalica mentre lo imprigiona nella gabbia del 'non senso', il virus di quel 'male di vivere' che Pavese, e torniamo alla scrittore suicida, ci ha così bene narrato.
Ma c'è un elemento che, almeno a mio parere, colpisce in questo doppio ma unitario spettacolo, un elemento sottolineato da molta saggistica europea ma poco praticato almeno in Italia, quello dell'Ironia (uso la maiuscola apposta) che Franz Kafka utilizzava da una parte per evitare le trappole della angosciante immedesimazione e dall'altra, nella improvvisa scissione del tragico nel comico e nella divaricazione significativa che questo comporta nel lettore/spettatore, per rendere meglio perspicuo il procedere di una narrazione dagli evidenti tratti 'filosofici', ed il suo significato psicologico e sentimentale, nella concretezza del racconto stesso.
Un'ironia che si manifesta scenicamente anche nel continuo 'slittamento' della dramatis persona Joseph K tra un attore e l'altro, così da sottolineare anche, io credo, la doppia qualità del testo, ben colta nella traduzione, che è paradossalmente auto-biografico ma insieme visionario, quasi come l'Apocalisse di Giovanni, raccontando ciò che è accaduto e ciò che accadrà o potrà accadere ma forse sta già accadendo in questo nostro presente di dittature nascenti da poteri nascosti, ovvero come scrivono i drammaturghi “ormai kafkiano” per definizione.
Lo scenario sembra senza confine ma la messa in scena riesce a concentrarne gli elementi essenziali alla ricerca di una non ancora perduta 'irriducibilità' del nostro essere nel mondo.
I bravi attori in scena, Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, insieme agli stessi Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, sanno distillare con proprietà le indicazioni drammaturgiche e registiche e dimostrano tutti notevoli qualità in mimica, prossemica (in uno spazio con riferimenti lontani) e dizione a voce nuda.
La scenografia è ovviamente semplice ma oggettualmente immersiva, ed è a cura degli stessi drammaturghi che disegnano anche i costumi, in bilico sul Tempo tra abiti contemporanei e le rituali vesti della pìetas arcaica, suggerendo un tratto pasoliniano.
Uno spettacolo che non perde tensione tra le due parti e che in stagione sarà anche adattato in rappresentazione singola per il palcoscenico tradizionale in una nuova tournée.
Bello e perturbante ma capace anche di sciogliere l'angoscia ed il dolore nella condivisione della scena, proponendoci sguardi rinnovati e orizzonti 'diversi'.
Molti gli applausi e anche le riflessioni del pubblico, presente in gran numero.
Purtroppo però, ed è notizia appena arrivata da “archiviozeta”, questo sarà l'ultimo spettacolo ambientato al Cimitero Germanico della Futa poiché la direzione dello stesso ha deciso di revocare il permesso che da 23 anni consentiva l'utilizzo teatrale di quel luogo. Qualunque ne sia la motivazione, una tale inaspettata decisione provoca un danno non solo alla Compagnia, al suo teatro e al suo pubblico, ma anche al luogo stesso e alla comunità circostante, che dall'attività di archiviozeta ha potuto trarre grande beneficio culturale ed anche economico, e infine alla cultura in generale. Un vero peccato.

“IL PROCESSO” di Franz Kafka, drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, con Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni, consulenza musicale Patrizio Barontini, scenografia, costumi, oggetti Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, direzione di scena e tecnica Elio Guidotti, foto di scena Franco Guardascione. Produzione archiviozeta in collaborazione con Le Parole di Hurbinek (Pistoia) e con il contributo di Regione Emilia Romagna, MIC Direzione generale spettacolo.
Al Cimitero Futa Pass (Firenzuola FI) dal 25 luglio al 23 agosto. Visto il 1 (prima parte) e il 2 agosto (seconda parte).