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"Le Illusioni", termine che ha visto prevalere nella nostra modernità una coloritura prevalentemente negativa (sei un illuso o un'illusa!) e che invece io credo sia ciò che è più lontano dalle vuote 'apparenze', è l'esergo tematico di questa settima edizione di “Ginesio Fest”, ideato e organizzato con passione e dedizione da Isabella Parrucci

e sin dall'inizio diretto con competenza e intelligenza estetica dal Direttore Artistico Leonardo Lidi, con al suo centro incastonato il gioiello del Premio “All'arte dell'attore” (da quest'anno Premio “Remo Girone all'arte dell'attore” per la dedica al compianto attore che lo inventò e ne presiedette la giuria).
Quest'anno la variegata e competente Giuria presieduta da Alessio Boni e composta da Rodolfo di Giammarco, Iaia Forte, Manuela Mandracchia, Francesca Merloni, Lino Musella e Giampiero Solari lo ha meritatamente attribuito a Maria Paiato e a Valerio Binasco, rispettivamente migliore attrice e migliore attore della stagione. Io credo un giusto riconoscimento per entrambi e per il loro modo di essere attori.
“Illusioni” abbiamo scritto, non solo perché l'arte in genere e il Teatro in particolare è 'illusione', nel senso più pieno e migliore del termine, una illusione cioè che è capace di intercettare la realtà, individuale e sociale, per rendercela 'percettibile' e 'consapevole' oltre, come già detto, ogni 'apparenza' o 'maschera'.
Ma soprattutto perché è giusto continuare ad 'illuderci' e a credere di potere ancora plasmare quella stessa realtà verso la bellezza, verso il bello e il meglio che si accoppiano da sempre attraverso il meccanismo estetico del Teatro, che è anche e non a caso, come scrive la presentazione, “una splendida occasione di incontro, scambio e crescita collettiva”.
Illusione è infatti anche la capacità di guardare il futuro, di immaginare un futuro anche con il meccanismo della Utopia; purtroppo però spesso nelle generazioni più giovani questa capacità sembra essersi esaurita in una sorta di immobile disperazione, certamente influenzata da ciò che socialmente accade e fatta di solo presente, come è emerso soprattutto dall'interessante laboratorio condotto da Alessio Maria Romano invitato dal Direttore Artistico proprio a sondare questa fatica, questa 'assenza' per cercare di affrontarla.
Una 'Utopia' anche questa, forse, ma non meno reale dell'onda che sembra travolgerci, tra sociale e A.I., in grado anzi di combattere forse con le stesse armi del suo avversario e quindi magari con la speranza di alla fine 'vincere'.
Dal 25 al 30 agosto 2026, sei giorni dunque non solo di spettacoli, con una sezione dedicata a Bambini e Famiglie, o vivaci laboratori di formazione (per l'infanzia e l'adolescenza, guidato da Ivan Mistereko, e per giovani attori, guidato dal già citato Alessio Maria Romano), con relative restituzioni al pubblico, ma anche incontri con la cittadinanza per meglio avvicinarla agli ospiti del Festival, presentazione di libri, un forum sul “Borgo dell'Attore” in cui si è riconosciuta San Ginesio.
E poi tavole rotonde sul futuro di un luogo ancora ferito dal sisma del 2016, anche se tornando anno dopo anno si può osservare che qualche passo verso la ricostruzione si sta facendo, ma ci vorrà ancora tanta applicazione da parte di tutti, a partire da chi ha accettato il compito politico e amministrativo di farlo.
Sono stata ospite dal 28 al 30 agosto e qui restituisco alcune brevi riflessioni.

SPETTACOLI

ginesio261MINE HAHA / Marco Corsucci.
L'altrove che, attraverso la lente dell'illusione, l'intero Festival guidato da Leonardo Lidi sembra esplorare, è anche il luogo ove l'idea di sé che elaboriamo attraverso la consapevolezza del corpo (che è materia e spirito) si scontra con le strutture storiche della Società che, inevitabilmente, tendono a piegarla, quella idea di sé, alle proprie esigenze se non addirittura a coartarla. Questo interessante spettacolo, tratto dal romanzo di Franz Wedekind ma evidentemente suggestionato anche dalle sue opere teatrali (si pensi ad esempio a “Risveglio di Primavera”), può percepirsi come una sorta di trasfigurazione corporea della flaubertiana “Educazione sentimentale” (il sotto titolo del romanzo è appunto “Per una educazione Fisica delle Ragazze”), riportando in un certo senso la sovrastruttura dell'esserci alla sua struttura. Il processo di trasformazione dall'infanzia all'adultità, sondato da Freud (uno dei tre grandi paradigmi tra '800 e '900) e che metaforizza latamente il transito dalla Natura alla Società, è da Wedekind indagato attraverso il corpo femminile che mostra con più evidenza i segni del passaggio puberale e in cui, come noto, precipitavano tutte le sue ossessioni da equivoco ed equivocato femminista che le donne temeva e forse non amava. La bella riscrittura per la scena di Marco Corsucci rende concretamente corporea la parola letteraria, facendola 'guardare' scenicamente e quasi performando la recitazione efficace della brava Matilde Bernardi in un processo di trasfigurazione e trasformazione di un corpo che diventa protagonista fino a produrre la scomparsa del volto stesso coperto da una calza, così forse da renderlo 'metafisico'. D'altra parte quella angoscia, che penetra e distilla nello spettatore che assiste e che caratterizzava la scrittura di Wedekind alle prese con un femminile che non si rendeva più disponibile, riesce ad agevolmente intercettare temi e problemi della modernità, ormai riassunti in una condizione femminile percepita come oggettivamente e talora soggettivamente antagonista e per questo attaccata anche con la violenza di un femminicidio che sembra dilagare con sempre maggiore crudeltà. Un bello spettacolo dunque che fa riflettere e in questo ultra-politico, capace cioè di sondare esteticamente i rapporti diseguali di un potere impastato di dolorose differenze, di genere, economiche e culturali, uno spettacolo che non propone ricette ma le sollecita efficacemente attraverso il Teatro. Molto applaudito.
Ideazione e regia Marco Corsucci, dal romanzo di Frank Wedekind, un progetto di Marco Corsucci e Matilde Bernardi, ideazione e regia Marco Corsucci, con Matilde Bernardi, spazio e luci Flavio Pezzotti, suono Federico Mezzana. Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa.
Il 28 agosto all'Auditorium Sant'Agostino, ore 18

ginesio262TOTO E VICE' / Enzo Vetrano e Stefano Randisi.
Con questo testo, del compianto Franco Scaldati e che fa ormai parte della storia del teatro contemporaneo, siamo anche drammaturgicamente in quell'altrove di cui abbiamo spesso parlato, in quella zona sospesa tra cielo e terra e tra sonno e veglia (ricordate Sartre e le sue immagini ipnoagogiche) in cui domina l'immaginazione e nascono le illusioni e le chimere dell'anima, quei varchi in cui si insinuano la vita e la morte. Surreale, è un Universo 'gnostico' in cui domina la coppia, il duale che serve a riconoscere l'unità e l'identità, solo all'apparenza, e nella forma, beckettiano ma ove al cinismo e alla freddezza raziocinante del drammaturgo irlandese subentra la forza del sentimento che è conoscenza, forse proprio perché si ferma in quell'altrove senza precipitare nella presupposta realtà che ci hanno e ci siamo imposti di vivere. Enzo Vetrano e Stefano Randisi hanno da tempo fatto proprio quel testo, quasi che fosse stato scritto da loro stessi, in una sorta di reggenza scenica dell'autore di cui sono alter ego e rappresentanti. Sono capaci così di 'sopportare' un dialogo fitto di sentimenti senza mai cadere in sentimentalismi ma componendo una sorta di 'melodramma' sull'amore con la A maiuscola e senza aggettivi (quello che “muove il cielo e le altre stelle”) che ricorda i menestrelli provenzali o i cantori e cantastorie di strada di tanta tradizione siciliana. Ne nasce un dialogo poetico più che lirico, fatto di frasi improvvise e spezzate che compongono, come sulla lavagna appunto di un cantastorie, una trama narrativa e estetica coerente, legata a sé e a noi da quel tema dominante che, come in un sinfonia lega le singole variazioni melodiche e ritmiche. Due clochard che al contrario di Vladimiro ed Estragone vogliono e si vogliono bene e non hanno timore a pensarlo e a dirlo. Quel dialogo penetra così man mano come una sonda nello spirito di chi ascolta e guarda dalla platea, ed è infine capace di estrarre da ciascuno di noi quel poco di amore che rimane sotto le macerie di una società ipocrita, imbarbarita e imbastardita dal mito del denaro che di tutto è capace tranne che di amare senza retorica. Uno spettacolo che non sente e non si preoccupa del Tempo, uno spettacolo in un certo senso Fuori Tempo e niccianamente Inattuale, ma per questo ancor di più universale. Dopo tante repliche sempre un successo.
Di Franco Scaldati, regia ed interpretazione di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, disegno luci Maurizio Viani, costumi Mela Dell’Erba, tecnico luci e audio Antonio Rinaldi. Una produzione Diablogues / Compagnia Vetrano-Randisi.
Il 29 agosto al Chiostro Sant'Agostino ore 21,15.

ILLUSIO / Riccardo Micheletti
Il titolo non ha ovviamente bisogno di ulteriori specificazioni ed è una delle tante frecce che il Festival di Leonardo Lidi ha scagliato per centrare l'obiettivo che si era proposto, quasi sempre riuscendovi. Non ancora uno spettacolo pienamente performato, questo 'primo studio' di un bravo Riccardo Micheletti più che una danza è una performance di corpi e volti coreografati come in un 'coro tragico' e sembra voler portare in scena le due facce dell'Illusione. Quella scura della sconfitta e dell'irrilevanza e quella luminosa della ribellione e della libertà, due facce che per tutto lo spettacolo mescolato di bella musica, tra Orwell, Chaplin e altre utopie, ucronie e distopie, si fronteggiano per poi forse liberarsi e librarsi in rinnovata speranza, in quanto, ambigua come l'illusione, la convivenza umana può degenerare in 'massa indistinta' o al contrario può aspirare, attraverso la contrapposizione al potere, a diventare 'comunità consapevole', Polis. Il teatro è un strada di questa trasformazione. Ricco di suggestioni lo spettacolo si dipana tra corpi in movimento ed espressioni che segnano i volti dei performer, segni e simboli che emergono dalla intimità singolare e spiegano quello che le membra non possono interamente spiegare. Interpretato dai giovani e già bravi allievi del Teatro Stabile di Torino è concettuale ma insieme è una fonte di energia primaria che coinvolge. Molto applaudito alla fine.
Il 30 agosto al Chiostro di Sant'Agostino, ore 11.30.

ALTRO
Come anticipato questo Ginesio Fest 2026 non è stato solo spettacoli. Tra le sue pieghe vorrei citare brevemente solo due eventi.
Il primo è il forum “DAL FESTIVAL ALLA DESTINAZIONE” che ha affrontato i temi della identità culturale del borgo, come noto San Ginesio è il Santo Patrono degli attori, che proprio questo ha voluto esplicitare nel suo chiamarsi “Borgo degli attori”. Una identità che peraltro si intreccia e fa i conti con una ricostruzione dei danni del sisma del 2016 che procede ma non alla velocità che si vorrebbe. In questa occasione si sono potuti confrontare con chiarezza e onestà, il commissario alla ricostruzione, il Sindaco di San Ginesio e l'ideatrice, organizzatrice e anima del Festival Isabella Parrucci, che ha saputo ben sottolineare i legami profondi tra i due problemi.
Il secondo, e chiudo, è “ISLAND 3” la restituzione al pubblico del laboratorio per giovani attori condotto da Alessio Maria Romano, cui abbiamo accennato in premessa e che rappresenta l'ultima tappa di un percorso che attraverso la disillusione spesso disperata di buona parte delle nuove generazione, approfondita anche in questo contesto su stimolo del Direttore Artistico, vuole avviare un percorso in cui Illusione, Utopia e Speranza tornino ad essere opzioni spendibili, una carta da giocare per recuperare il futuro.

Foto Cecilia Salerno