powered by social2s

Stagione 2026-2027 | Piccolo Bellini

16 set > 26 set
DESERT FILMS
scritto da James Franco
regia James Franco e Peter Gold
con James Franco e Blaine Kern III
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, Ashton Ramsey
Desert Films è una performance teatrale dal vivo con protagonisti James Franco e
Blaine Kern, parte di una serie di narrazione cinematografica che esplora la
natura e il prezzo della fama. Questo lavoro riprende il personaggio ispirato a
Robert Blake dal film Highway, presentandolo come una misteriosa
manifestazione che affronta un giovane attore - rapito e legato - e pronuncia un
monologo inquietante sulla seduzione e le trappole della celebrità.
La performance sfuma intenzionalmente il confine tra cinema e teatro, realtà e
finzione, creando un’esperienza intima e perturbante in cui il pubblico ha la
sensazione di assistere a qualcosa di crudo e immediato - quasi come se una
scena cinematografica prendesse vita sul palcoscenico.
“Uno dei miei principali interessi è Hollywood - leggo ogni libro possibile sui film
del passato, su quelli contemporanei, e sulle star, i registi, i montatori, i direttori
della fotografia e gli sceneggiatori nel corso della storia di questo mezzo - anche
gli scenografi. Amo profondamente l’arte e il mestiere del cinema e le persone
che vi si dedicano. Sono anche molto interessato alle storie che riguardano
Hollywood come una sorta di dipendenza, storie in cui le persone amano
Hollywood così tanto che qualcuno finisce addirittura per morire a causa della
sua vicinanza al “calore” di Hollywood.”
James Franco

29 set > 11 ott
MARE DI RUGGINE
La favola dell’Ilva
testo e regia Antimo Casertano
con Daniela Ioia, Luigi Credendino, Francesca De Nicolais, Antimo
Casertano
musiche originali Paky Di Maio
disegno luci Paco Summonte
costumi Pina Sorrentino
scenografie Flaviano Barbarisi
laboratorio scene Giovanni Sanniola
cura del movimento Carlotta Bruni
datore luci Lud Sciannamblo
comunicazione web Rosa Lo Monte
produzione esecutiva Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
un progetto Compagnia Teatro Insania
Spettacolo vincitore del
Premio ANCT 2025 (Premio Nazionale della Critica)
Premio Nuove Sensibilità 2.0 2022
Premio Fersen
Premio Antonio Conti di Pesaro
Premio Speciale Felicetta Confessore – Ritratti di territorio
Mare di ruggine è un viaggio tra memoria collettiva e identità operaia, tra lotte
sindacali, deindustrializzazione e ferite sociali lasciate dal tempo.
Mare di ruggine dà voce a una generazione che ha creduto nella fabbrica come
promessa di riscatto e si rivolge alle nuove generazioni, affinché possano
immaginare un futuro diverso, libero dai mostri del passato.
Lo spettacolo riflette sul valore del lavoro, sulla perdita di identità industriale e
sulla necessità di ricostruire un senso comune. Un atto d'amore verso le radici
sociali del nostro Paese, tra utopia e disincanto.
Note di regia
MARE DI RUGGINE è una favola, anche se una favola non è.
È la storia di un padre raccontata al figlio. Una storia familiare, lunga cinque
generazioni, che viaggia in parallelo con la storia dello stabilimento ex Ilva, poi
Italsider di Bagnoli.
È il racconto dell’unica possibilità, l’unica alternativa che la fabbrica - ‘o cantiere
- ha rappresentato per la mia famiglia in particolare e per tante, tantissime altre
famiglie; a Napoli come a Taranto, a Genova come a Piombino.
È il racconto del diritto al lavoro e di come esso rappresenti l’unica certezza di
esistenza nella stessa società. Un racconto che non può non tenere conto del
quadro politico, sociale, ed economico del nostro paese. Il suo sviluppo, nel bene
e nel male, le sue modifiche nel tempo della storia attraverso la pelle dei
protagonisti, il piano di deindustrializzazione locale e nazionale. Ma è anche la
volontà di raccontare della identità operaia, della voglia di sentirsi
orgogliosamente parte di quella classe, delle lotte e delle conquiste e soprattutto
della sua fine.
MARE DI RUGGINE è una favola, anche se una favola non è, contro l’abbandono
perpetuo.
La voglia di riappropriarsi del bene comune, la lotta contro la privatizzazione e lo
sciacallaggio. Immagine, purtroppo, di un incubo ancora presente. Ma è anche
un’indagine sulla vita e la morte, amore e odio, promesse e compromessi,
soprusi e tentativo di riscatto sociale. Forse sono vecchio, eppure continuo a
credere che le storie, quelle semplici, conservano una potenza e una magia che
non invecchia mai.
Una storia semplice come seme per il cambiamento, memoria di un periodo in
cui l’unico argomento di interesse pare essere sempre altrove, inafferrabile, da
qualche altra parte.
La speranza che i nostri figli possano raccontare una storia diversa, una realtà
nuova e libera da mostri. In definitiva, è l’impegno morale di fare luce sulla
vicenda dell’Italsider che da tanti, troppi anni, giace dimenticata al suo stato di
abbandono.
Antimo Casertano
dance&performance

16 ott > 18 ott
ROMEO & JULIET PROJECT
Direzione artistica Claudio Malangone
Creazione e regia Lindsay Kemp
Coreografie e collaborazione alla regia Daniela Maccari
Interpreti Adriana Cristiano, Maite Rogers, Alessia Muscariello, Noemi De
Rosa, Sabrina De Luca, Loris Vestuto, Pietro Autiero, Alessandro
Esposito, Emanuele Amoroso, Pierfrancesco Vicinanza
Musiche Nino Rota, Haendel, Purcell, George Crumb, Puccini, Joji Hirota,
Elgar.
Costumi Lindsay Kemp realizzati da Beatrice Villani
Segretaria di produzione Hanka Irma van Dongen
Tour Manager Maria Teresa Scarpa
Produzione Borderlinedanza 2026 con il contributo del MIC e della Regione
Campania
Daniela Maccari, musa e collaboratrice storica di Lindsay Kemp, consegna ai
nuovi interpreti il "credo" del Maestro, mantenendo viva quella fiamma che ha
rivoluzionato il teatro-danza contemporaneo. Nato nel 2013 come celebrazione
della poetica shakespeariana, lo spettacolo si spoglia di ogni sovrastruttura.
Senza scenografie e con costumi stilizzati, la scena è abitata unicamente dalla
forza dei corpi, da pochissimi oggetti simbolici e da un tappeto sonoro eclettico
— che spazia dalla malinconia di Nino Rota alla maestosità di Haendel e Purcell,
fino alle dissonanze di George Crumb. Lo spettacolo esplora il mito universale
degli amanti di Verona attraverso una rappresentazione stilizzata e trascinante.
In questa visione, la violenza e il pregiudizio — temi tragicamente attuali —
vengono contrastati dalla purezza dell’emozione. Come scriveva lo stesso Kemp
nelle sue note originali:
“Il linguaggio teatrale qui prende letteralmente il volo per infiammare il cuore e
la fantasia del pubblico. Tutti i ragazzi sono Romeo e tutte le ragazze Giulietta:
perché ognuno ha da qualche parte in sé un Romeo o una Giulietta – passato,
presente o futuro – e dobbiamo tenere quella parte in vita.”
Sotto la direzione di Daniela Maccari, i danzatori di Borderlinedanza affrontano
un percorso che unisce tecnica, mimo e improvvisazione, volto al superamento di
ogni inibizione. Il risultato è una danza che trionfa sulla morte e sul tempo,
scandita dalla parola d’ordine di Lindsay: “For you!”. Un dono totale al pubblico,
perché il messaggio finale resti, oggi come allora, uno solo: “bisogna amare, e
incoraggiare tutti ad amare”.

20 ott > 25 ott
FULMINATA.
La speranza è l’ultima a morire
uno spettacolo di e con Annagaia Marchioro
scritto da Annagaia Marchioro con Teresa Mannino e Giovanna Donini
regia Teresa Mannino
scenografia Maria Spazzi
costumi Lucia Gallone
distribuito da Savà Produzioni Creative
produzione Stregonia e Brugole&Co
Annagaia Marchioro porta in scena Fulminata, uno spettacolo intimo, ironico e
travolgente che racconta la vita complicata, entusiasta e piena di desideri di una
donna contemporanea. Un viaggio tra sogni, fallimenti, speranze e ripartenze
che, con leggerezza e profondità, restituisce il ritratto di una generazione
sospesa tra ambizione e precarietà.
La protagonista corre instancabilmente per inseguire i propri sogni, trovandosi
spesso davanti a porte che si chiudono in faccia. E se è vero che quando si
chiude una porta si apre un portone, è anche vero che il portone in faccia può
fare ancora più male. Ottimista per natura, continua a credere in un futuro
migliore al punto da convincersi, nello stesso giorno, a fare un mutuo, iniziare
una dieta, avere una figlia da single e aprire una partita IVA. Forse, nascere
pessimisti sarebbe stato più semplice.
Attraverso un racconto brillante e surreale, lo spettacolo si interroga con ironia e
lucidità su temi profondamente attuali: diventare genitori oggi è un atto eroico o
folle? Essere influencer rappresenta un’opportunità o una prigione? Veneti si
nasce o si diventa? L’amore è una guerra o una tregua?
Come suggerisce Nietzsche, è dal caos interiore che può nascere una stella
danzante. A tenere la protagonista con i piedi per terra sono le amiche, rifugio e
àncora di salvezza nel pieno delle tempeste quotidiane. Maria Annagaia Isotta
Riri - un nome più lungo delle cifre del suo conto in banca - conduce il pubblico
in un universo imperfetto, caotico e irresistibilmente divertente, rivelando come
l’imperfezione possa essere una straordinaria forma di bellezza e resistenza.
Fulminata è un racconto che attraversa amore, smarrimento, cadute e
improvvise illuminazioni. Uno spettacolo che celebra la forza del continuare a
sperare, anche quando i sogni sembrano sfuggire, perché credere che tutto sia
possibile è potente quanto vivere. Una preghiera comica per restare vivi.
“Lavorare con Annagaia è stato davvero divertente - dichiara Teresa Mannino -
perché è sorprendente, cambia tutto di continuo, ha molto da dire e sa dirlo in
modi diversi. Un anno fa ci siamo sentite, voleva dei consigli e a quel punto sono
stata io a proporle di lavorare insieme perché ha un talento raro, l’intelligenza.
Sul palco è travolgente, generosissima col pubblico. Insomma più che fulminata
è scintillante”.

27 ott > 1 nov
LA CARA DEI VECCHI
drammaturgia Elvira Buonocore
regia Pino Carbone
con Anna Carla Broegg
musiche Antonio Maiuri e Marco Messina
spazio scenico e costumi Pino Carbone
organizzazione Maria Pia Valentini
tecnico del suono Francesco Troise/ Valerio Middione
Compagnia vincitrice del bando di produzione NDN 24/25
una co-produzione Progetto Nichel, Teatro Libero Palermo, Fondazione
Luzzati/Teatro della Tosse, Network Drammaturgia Nuova.
NdN è un progetto ideato da Idra Teatro
crediti del film
regia Pino Carbone
dop Emilio Costa
la Cara Anna Carla Broegg
vecchio 1 Demenza Alfonso D’Auria; vecchio 2 Ictus Darioush Forooghi
color e montaggio Rossella Frezza prod. esecutivo video Marcos Vacalebre
Spaghetti Film
edizione Francesca De Nicolais
aiuto operatore Marco De Chiara
elettromacchinista Sergio Frasca | stagisti Federica Langella, Giorgia Rossi,
Alessandra Carandente
scenografo Giuliano la Spina | aiuto scenografo Luca Serafino
attrezzista di preparazione Rocco Caruso | aiuto attrezzista di preparazione
Marco Marino
stagista Giovanni Scaletta
Si ringrazia l’Oasi di Silvia Scarpa e L’asilo, ex Asilo Filangieri di Napoli
LA CARA DEI VECCHI è la storia di una giovane donna sui trent'anni che vive in
casa con i due nonni. L’accudimento e la cura scandiscono le ore, le giornate, i
desideri.
Nella messa in scena, ideata da Pino Carbone, convivono due linguaggi - il
cinema e il teatro - per raccontare la stessa storia. Il film è girato in un interno
casa, dove la carta da parati ingloba lo spazio, la vecchiaia, la malattia.
In scena la donna dialoga con un film che racconta la sua esistenza. Si sente una
spettatrice ma è la protagonista. Ha una missione, descrivere e intanto
sonorizzare il film con i pochi mezzi che possiede, una console, tre microfoni, i
suoi dubbi, l’oggettistica e un forte senso di colpa e di frustrazione non privo di
ironia. Non può fermare, interrompere o deviare il corso degli eventi, deve anzi
portare avanti il film, costruire lo spettacolo scena per scena, seguendo il ritmo
di ciò che vede. Sonorizzare il film vuol dire accudire i due anziani, far procedere
praticamente la narrazione, e di pari passo la sua vita.
È la storia di una solitudine capace di raccontare un conflitto familiare,
generazionale, sociale. Fino a che punto il peso di una generazione può ricadere
sulle spalle di un'altra generazione? Fin dove può spingersi un essere umano per
l'altro? L'amore, il senso di responsabilità la cura possono diventare una gabbia?
La lotta tra l'etica e l'amor proprio spinta fino ad un limite, fino ad un punto di
rottura che sa di rivolta personale e generazionale.
Note di regia
L’idea di messa in scena si ispira a una frase del testo:
"Se trovassi il modo di scivolare lì dentro nello schermo… stare dentro la cosa
che subisco, piuttosto che starne fuori."
A partire da questa tensione — il desiderio della protagonista di entrare nello
schermo — ho scelto di mescolare due linguaggi: cinema e teatro.
Il linguaggio cinematografico restituisce l’atmosfera descritta dall’autrice in ogni
dettaglio, dal più intimo al più perturbante. Il film muto diventa scenografia e
parte dell’illuminazione, all’interno di un allestimento composto quasi
esclusivamente da elementi tecnici.
È sulla pratica della cura che si fonda l’incontro tra idea registica e
drammaturgia: sonorizzare il film significa accudire i due anziani, far avanzare
concretamente la narrazione.
Pino Carbone

3 nov> 8 nov
FRATELLINA
di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber
scena Lino Fiorito
costumi Sandra Cardini
disegno luci Gianni Staropoli
regista assistente Roberto Zorn Bonaventura
foto Gianni Fiorito
assistente alle luci Maria Virzì
assistente alla scena Lello Becchimanzi
direttore di scena Santo Pinizzotto
amministratore di compagnia Giovanni Scimone
produzione Associazione Culturale Scimone Sframeli, Teatro Metastasio di
Prato - in collaborazione con Istituzione Teatro Comunale Cagli
Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2023 migliore novità
italiana
“Fratellina” è un testo che racconta una realtà che sta capitolando sotto i
colpi drammatici del nostro tempo, che sembra aver completamente
dimenticato i veri valori dell’umanità.
Nella scena composta da due grandi letti a castello Nic e Nac, una
mattina, al risveglio, sperano di vivere in una nuova realtà, in una realtà
diversa, dove tutte le cose dimenticate si possono di nuovo ritrovare.
Nic: Nac, in questo posto dimenticato da tutti ci sono tante cose dimenticate
che possiamo, di nuovo, ritrovare.
Nac: Come prima?
Nic: Meglio di prima, noi, possiamo ritrovare le cose meglio di prima.
Nac: Veramente, Nic?
Nic: Sì, Nac.
Nac: Perché, c’è una cosa che io vorrei ritrovare, che io vorrei tanto ritrovare.
Nic: Cosa? Cosa vorresti ritrovare, Nac?
Nac: Io colori Nic...io, vorrei tanto ritrovare tutti i colori naturali che abbiamo,
ormai, dimenticato, se ritroviamo di nuovo quei colori noi potremmo ricominciare
a colorare tutto, a colorare tutte le cose sbiadite.
Nic: Dal tempo?
Nac: Dal tempo.
Nic: Il tempo ha sbiadito troppe cose, Nac, e non sarà facile poterle colorare
tutte.
Nac: Se ritroviamo di nuovo i colori, Nic, per noi sarà un gioco colorare tutto.
Nic: E allora troviamo subito i colori, Nac, troviamo subito questi colori, perché
noi, ormai, siamo, diventati un po’pallidi…siamo, davvero, diventati un po’ più
pallidi e due colpetti di colore ci farebbero bene, ci farebbero molto bene.
Il desiderio di Nic e Nac, di scoprire un’altra realtà che va oltre i confini visibili
della scena, si concretizza con l’apparizione del Fratellino e della Sorellina, due
personaggi che con i loro dialoghi mescolano ilarità e paradosso, denuncia e
sconforto.
Fratellino: Sorellina…sorellina…stai soffrendo, anche, oggi?
Sorellina: Sì, fratellino, sto soffrendo anche oggi.
Fratellino: Quanto?...Quanto stai soffrendo, oggi, sorellina?
Sorellina: Tanto…oggi, fratellino, sto soffrendo proprio tanto.
Fratellino: Come mai?...Cosa ti hanno fatto, oggi, per soffrire così tanto?
Sorellina: Niente, fratellino, oggi, non mi hanno fatto niente.
Fratellino: E perché, continui a soffrire, sorellina?
Sorellina: Perché, io, fratellino, non soffro per quello che fanno a me… io,
fratellino, soffro per quello che fanno agli altri.
La sofferenza, lo stato d’ansia e il sentimento di delusione, dei quattro
protagonisti di “Fratellina”, lasciano spesso spazio al sorriso e all’ironia.
L’atmosfera lieve e giocosa dell’opera, nasce dalla musicalità dei dialoghi, dal
ritmo, dalle ripetizioni delle parole, dalle attese e dall’ascolto del silenzio.
Nac: Nic, ma il silenzio, ha ancora voglia di dirci qualcosa?
Nic: Sì Nac, il silenzio ha ancora voglia di dirci qualcosa.
Nac: Non si è stancato di non essere ascoltato?
Nic: No, non si è stancato.
Nac: Perché io ho l’impressione che si sia un po’ stancato…ho l’impressione
che, anche il silenzio, non sa più cosa dirci.
Nic: Il silenzio ha sempre qualcosa da dirci, Nac… ha ancora tante cose da
dirci.

12 nov > 6 dic
NEANCHE PARENTI
testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory:
Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta,
Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra
progetto sonoro Antonio Della Ragione
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi
Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura
lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito,
Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate
foto di Flavia Tartaglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo
suo.»
Lev Tolstoj, Anna Karenina
Non partiamo da un testo.
Non abbiamo un autore da mettere in scena, né una storia già scritta.
Abbiamo un gruppo di attrici e attori appena diplomati. Abbiamo il loro corpo, la
loro voce, il loro desiderio di trovare spazio nel mondo che hanno scelto di vivere,
quello affascinante e faticoso del teatro.
Abbiamo il presente.
Abbiamo scelto di lavorare sulla famiglia — o su ciò che di essa rimane, si
inventa, si teme, si cerca. La famiglia come spettro, come radice, come doppio.
Come una verità che cambia a seconda di dove ti metti. Di chi racconta.
Ciascuno ha la sua versione.
Ciascuno porta con sé una crepa, un’eccedenza, un rimosso.
Scriviamo in scena.
Scriviamo per loro, con loro, attorno a loro.
Parleremo di legami e di ruoli.
Del figlio che parte. Della madre che resta. Del padre che non c’è. Di quello che è
stato detto.
E di quello che non si può dire.
In scena non ci sarà una sola famiglia.
Ce ne saranno molte.
Forse nessuna.
Questo spettacolo non è una destinazione. È un attraversamento.
È un momento fragile, ma decisivo.
Come ogni inizio.
Gabriele Russo
La famiglia è qualcosa dentro cui ci si può perdere, corrisponde a un perdersi
dentro se stessi. È sia spazio mentale che luogo fisico, concreto, della casa.
Sovrapposti. In un unico evento, la fine di una coppia, è contenuto
simultaneamente un complesso intreccio di rapporti, di ricordi, di desideri.
Momenti che si annodano, disordinati. Non si procede in maniera lineare, ma per
coerenza emotiva. La separazione tra un uomo e una donna è centrale, ma non è
l'unica separazione. È separazione tra generazioni di modelli famigliari, tra
sorelle diverse, tra una figlia e una madre che ne rifiuta la fragilità, tra un padre
ancora vivo e una madre che non c' è più. Tutte le scene portano in grembo la
diversità del punto di vista. Senza giudizio. Il ricordo di una donna dei genitori
che litigano investe emotivamente anche un marito, ha effetti diversi su due
sorelle. Ognuno è al mondo con la propria unica risposta agli eventi. Ma alla fine
ognuno ha solo se stesso con cui fare i conti. In Neanche parenti la famiglia è
carico emotivo, è fragilità, è qualcosa che si rompe che svela altre cose rotte. Ci
si perde in un labirinto di ricordi e tentativi di cercare l'errore, ma qualcosa
sfugge, non si può trovare, non ce n'è uno solo. L' errore, che sia fatto con o
senza consapevolezza di commetterlo, sortisce i suoi effetti comunque. Perdersi
è inevitabile, si guarda indietro e ci si perde. Abbiamo guardato le cose per
quello che sono, senza soluzioni. Sono momenti di una stessa frattura, legati da
un senso che sfugge, da una logica in fuga. Il pubblico è davanti a un panorama
umano dentro il quale tradirsi è inevitabile. Una sera si potrebbe ridere molto e
un’altra qualcuno può commuoversi, a seconda di come s'incastra con il proprio
vissuto.
Arianna D’Angiò
dance&performance

12 dic > 13 dic
AMAE NO KŌZŌ
Paper Bridge / Eliana Stragapede & Borna Babić
Ideazione, coreografia e interpretazione Eliana Stragapede e Borna Babić
Drammaturgia Margherita Scalise
Musica Nenad Kovačić
Voce Teresa Campos
Musica originale Lola Beltràn
Disegno luci Joaquín Hernández
Produzione Paper Bridge
Con il sostegno di Abril en Danza, Associazione RIESCO, Ultima
Vez, TWAIN Centro Produzione Danza, Mediterranean Dance Center San
Vincenti, Associazione Tersicorea, Zinnema Brussels, CCC Escorxador,
Arniches Theater, OtraDanza
Amae, performance vincitrice del primo premio al prestigioso Copenhagen Dance
Competition nel 2022 è andato in scena al Piccolo Bellini nel 2024 riscuotendo un
un incredibile successo di pubblico con 4 sold out di seguito ed entusiasmando la
critica di settore.
Amae No Kōzō è la creazione nella sua versione integrale e definitiva con cui i
due coreografi/performer compiono un ulteriore passo avanti come duo
coreografico. Eliana Stragapede danzatrice della compagnia Peeping Tom e
Borna Babić da Ultima Vez portano in scena le intricate dinamiche della
codipendenza nelle relazioni umane: il desiderio di essere amati passivamente,
la ricerca dell'indulgenza dell'altro. Alla ricerca di una migliore comprensione di
questo bisogno umano, l'opera esamina anche come questi legami emotivi siano
plasmati dalle influenze esterne e la tensione tra l'uscire dalla propria zona di
comfort e il rifugiarsi nella protezione. Esaminando una vasta gamma di
relazioni, l'opera svela i fili universali della codipendenza, rivelando il delicato
equilibrio tra attaccamento e autonomia. Approfondisce le forze che spingono gli
individui a rimanere insieme o a cercare la fuga, rivelando la complessità della
connessione umana e mettendo in luce la natura personale e collettiva della
dipendenza nel mondo odierno.

15 dic > 20 dic
BÙBARO DEI BÙBARI
di Carolina Balucani
regia Antonio Latella
con Chiara Ferrara e Luca Ingravalle
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente alla regia Riccardo Rampazzo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Bùbaro dei Bùbari, dell’autrice umbra Carolina Balucani diretta da Antonio Latella
e prodotta dal TSU, è un racconto crudo e poetico su due giovani in fuga.
Se telefonando… Due autrici umbre rispondono all’imprevisto
Nel percorso di ricerca e produzione che il Teatro Stabile dell’Umbria ha il piacere
e l’onore di condividere con Antonio Latella, si inseriscono due nuove creazioni
che vedranno la luce nelle Stagioni 25-26 e 26-27. Progetti originali, nati da un
dialogo profondo tra il regista e due voci tra le più vive e incisive della nuova
drammaturgia italiana: Caroline Baglioni e Carolina Balucani. Con questi due
lavori, il TSU rinnova il suo impegno nella produzione di teatro contemporaneo,
sostenendo il dialogo tra regia e drammaturgia d’autore, nel segno di un teatro
che interroga il presente e lo trasforma in esperienza condivisa.
“Grazie all’incontro e al confronto con il direttore Nino Marino, abbiamo
commissionato un testo a Caroline Baglioni e uno a Carolina Balucani, due
drammaturghe o meglio due autrici che hanno già trovato il modo di farsi notare
e ascoltare, entrambe vincitrici del premio autori della Biennale di Venezia. Le
autrici sono state chiamate a scrivere un testo per il Teatro Stabile dell’Umbria
con la mia regia. La sola cosa che ho indicato a entrambe è una tematica o
meglio un accadimento, ciò che definirei un imprevisto, qualcosa che arriva
quando meno te lo aspetti che può condizionare l’andamento di una intera
giornata e non solo: una telefonata. Qualcosa che arriva dall’esterno, o che va
dall’interno all’esterno. Qualcosa che arriva senza preavviso ma che va a incidere
profondamente nella drammaturgia del vivere quotidiano. Questo appuntamento
drammaturgico, le autrici, lo hanno fatto diventare qualcosa che fa
dell’imprevisto “l’accadimento”, qualcosa che a tratti svela e rivela, sospendendo
l’andamento logico della storia stessa.”
Antonio Latella
Note di regia
“Un fratello e una sorella, forse non in questo ordine, che per me sono fratello e
sorella non solo per quel legame dato dal DNA, ma anche perché sono parte di
una comunità. Un luogo che non è e non sarà mai casa. Una casa che non è e
non sarà mai luogo. Una cabina telefonica che è luogo e casa, ma anche totem di
ciò che è e che dovrebbe essere il presente, e tomba delle voci di un padre e di
una figlia che non hanno e non avranno mai corpo. Cosa vuol dire essere
“nomadi” oggi? È una scelta o è una condizione non voluta? Le parole di Carolina
Balucani si fanno testo teatrale, ma sono anche il tentativo di creare, attraverso
vari stili, un nuovo modo di fare letteratura teatrale. Questa sua libertà e questo
suo coraggio verranno chiesti anche ai due giovanissimi interpreti e a tutti i
collaboratori. Liberarsi da ciò che si ha per provare a far spazio a ciò che forse
non si avrà mai: è come se la Balucani lo chiedesse, è come se tentasse di
codificare un nuovo modo del dire, un modo forse storto, forse zoppo, in un
precario equilibrio, quello che usano i trampolieri per vincere la forza di gravità e
gridare “io esisto”, nonostante lo schifo. Io sono parte di questo universo che mi
ha insegnato a mentire per essere creduto. La verità la dice chi mente meglio, e
questa verità è ciò che mi appassiona e che mi fa affrontare con una inaspettata
giovinezza questo nuovo testo italiano di questa giovane autrice.”
Antonio Latella
Note di drammaturgia
“Ho immaginato una lingua nomade, sporcata dall’inflessione dell’ultimo luogo
dove si è fermata. Una lingua capace di straniarsi e rendere la prima persona
singolare una terza persona singolare, quando chi la pronuncia parla di sé e si
guarda da fuori, e si vede con gli occhi degli Altri. Familiare come un legame di
sangue, per chi è straniero in tutte le terre e in tutte le terre è allontanato dagli
Altri. Nasconde sempre dentro un’altra lingua. Il nomadismo non è stato solo un
vagabondaggio celestiale, perché nasceva per sfuggire dall’oppressione. Dedico
questa scrittura a un popolo oppresso e nomade che non ha mai rivendicato una
terra e non ha mai dichiarato guerra a nessuno. Spero che salga, attraverso la
fiaba, su un palcoscenico occidentale. I fari dell’Occidente illumineranno la recita
a cui spesso è costretto per sopravvivere.”
Carolina Balucani

22 dic > 10 gen
VERSI PROIBITI
tratto da “L’inferno della poesia napoletana” di Angelo Manna
regia Giovanni Merano
con Fabio Balsamo e Serena Pisa
musiche Luigi Castiello e Antonio Zuozo
produzione Tiatr’ a cunzume’
Versi Proibiti è uno spettacolo basato sull’opera “L'Inferno della Poesia
Napoletana", che è un prezioso volume pubblicato per la prima volta qualche
decennio fa, un'antologia delle poesie
erotiche napoletane 'maledette' d'ogni tempo. Spesso in ombra per il linguaggio
colorito dei versi, contiene l'eco del sublime parlato viscerale di Napoli, una pura
emanazione dal 'volgo' e quindi 'volgare' solo in quel senso. L'opera, curata dal
compianto Angelo Manna, comprende gli scritti di penne illustri tra cui
Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Gabriele D'Annunzio, il Marchese di
Caccavone e lo stesso Manna.
Note di regia
“Non vediamo perché non avremmo dovuto…Sporco? Pulito? Aggettivi! Quando
mai gli aggettivi hanno fatto la storia!” Così Angelo Manna introduce la prima
edizione de “L’Inferno della poesia napoletana”, un’antologia che nasce per
scherzo, che si ritrova collezione di capolavori nascosti, che si ritrova a
destabilizzare Napoli, ormai puttana che non ama più, rigettando il suo spirito.
Chi ha scritto, dal ‘600 ad oggi, questi versi, ha scritto per necessità. Contro i
bivalenti, lindi fuori e sozzi dentro, contro i falsi moralisti, gli alto-borghesi nobili
decaduti, contro i satiri in cotta nera.
Contro l’ipocrisia. Lo ha fatto esaltando l’eros che sfocia nella rattimma, gli
eccessi della gola con le relative conseguenze di corpo, con tante risate e, poiché
l’uomo non ride mai di se stesso, anche amare, condizione primordiale
dell’uomo. Ed ecco cos’è “Versi proibiti”, una lotta. Tra ipocrisia e autentico
naturalismo. Una pièce volgare e oscena che nasce per scherzo ma che diviene
una scelta, necessità. Perché? Cito Lenny Bruce: “È la repressione di una parola
quella che le dà la violenza, forza, malvagità”. Di conseguenza tutto potrebbe
essere osceno nella misura in cui lo reprimiamo, ossia più reprimiamo e più è
osceno. Dal dizionario, osceno: che secondo il comune sentimento offende il
pudore con parole, azioni o immagini riferiti principalmente alla sfera sessuale.
Ripugnante per la sua bruttezza.
Ed è quello che vogliamo, ma scandalizzarsi, in caso del genere, non è
perbenismo, ottusità morale, necessaria a realizzare programmi di sviluppo
meramente economici che ignorano la cultura e le culture diverse, quando
diverso invece è ciò che ci arricchisce. Le cose che servono sono solo quelle
spendibili. Una vita fatta di rispetto e ricca di contenuti, una cittadinanza attenta
e scrupolosa non sono mai citate come finalità per cui valga la pena impegnarsi.
Questo per noi è osceno. Se non insistiamo sul valore fondamentale della
cultura, questa sarà accantonata perché non produce, soltanto in Italia, denaro.
Ma essa serve a qualcosa di molto più prezioso: serve a costruire un mondo
degno di essere vissuto. Inseguire un sogno presuppone dei sognatori,
intelligenze educate a pensare criticamente alle alternative e a immaginare
obiettivi ambiziosi non soltanto in termini economici. L’innovazione richiede
intelligenze flessibili, aperte e creative. Il teatro, la letteratura, le arti, stimolano
e rafforzano queste conoscenze. “Versi proibiti” è portavoce di questo pensiero,
ribellione contro ogni tentativo di repressione culturale.
Giovanni Merano
dance&performance

15 gen > 17 gen
STREAM OF CONSCIOUSNESS
Raw Edge Dance Company
regia e coreografia Milena Garofano
interpreti Andrea Longo, Tommaso Pecorari, Federica Vitellozzi, Martina
Cianetti, Michela Andreea Galiceanu, Riccardo Saiumusiche Mauro Meddi
foto Mirko Calcaterra
produzione Kultur Art Italy
Stream of Consciousness è un’indagine coreografica sulla complessità del
pensiero umano. Ispirato al flusso di coscienza e alla scrittura frammentata
dell’Ulisse di James Joyce, esplora il susseguirsi continuo di pensieri, percezioni,
emozioni e ricordi che attraversano la mente. Come un fiume in movimento, il
pensiero non segue una logica lineare ma procede in modo spontaneo e
imprevedibile. La danza diventa il linguaggio di questa non-linearità: gesti che
emergono, si ripetono, cambiano direzione, come ricordi che riaffiorano o
emozioni che tornano. Il corpo racconta il caos e la bellezza della mente in
movimento, invitando ad abitare l’incertezza, ad accogliere la frammentazione e
a lasciare fluire ciò che siamo, senza bisogno di controllarlo o spiegarlo.

19 > 24 gen
IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO
(Tre riti sull’amore)
di Vuccirìa Teatro
drammaturgia e regia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Enrico Sortino
scene e costumi Giulio Villaggio
aiuto regia Nicole Calligaris
disegno luci Joele Anastasi
foto Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaci
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
Sicilia, fine anni’80.
Due cugini crescono come fratello e sorella e giocano per cancellare la solitudine
ancestrale di una famiglia senza padri.
Sono prede troppo vulnerabili senza nessuno che dia difesa o consapevolezza:
dietro le persiane è nascosto un paese che spia, giudica e non vive.
Lei sogna di lasciare quell’isola che li culla e li affoga. Lui sogna di amare
liberamente un uomo.
Come in una tragedia antica va espiata la colpa di chi si ribella e il giovane puro
è sporcato dallo spettro dell’HIV.
Lui che mai niente con nessuno aveva fatto s’infetta d’amore.
Mentre tutti piangono già la sua morte, il suo istinto alla vita esplode candido e
redime il paese.
Dentro tre riti sull’amore, io, mai niente con nessuno avevo fatto è la stazione
della veglia.
Dal momento in cui il virus viene solo nominato,a Giovanni viene assegnata una
morte: viene visto come un fantasma.
E’ questa la veglia che gli spettatori, come un coro, sono chiamati a spiare: come
dal buco di una serratura, dentro una stanza funebre.
Qui i morti e i vivi si accompagnano per mano. Il tempo non scorre: si piega, si
ripete, si apre in possibilità.
Lo spettatore non sa se davanti a sé scorre un fatto, un sogno, o un’immagine
già postuma. Il traghetto, la corsa, il vento, i delfini sono immagini che ripiegano
sul mare, magica soglia.
Da quel fondo, non più mito ma passaggio, Giovanni e Rosaria sognano di
riemergere.

26 > 31 gen
BATTUAGE
(Tre riti sull’amore)
di Vuccirìa Teatro
regia e drammaturgia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Ivan Castiglione, Enrico
Sortino
scene e costumi Giulio Villaggio
disegno luci Davide Manca
musica originale Alberto Guarrasi
foto Alessandro Scarano, Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaci
produzione Fondazione Teatro Di Napoli - Teatro Bellini
In Battuage il sesso diventa l’unico strumento di mediazione tra gli esseri umani.
Lo spazio scenico diventa metafora del mondo: piccole abitazioni-orinatoio
degradate. Un non-luogo in cui il desiderio sparisce nello sprofondare delle anime
dentro se stesse. Qui il desiderio si tramuta in affanno distruttivo ed assume un
significato anti-erotico: il suicidio dell’eros.
A guidarci è Salvatore, un anti-eroe, angelo del gocciolio di un mondo ormai
prosciugato.
il riflesso dei suoi occhi somiglia a un obitorio per vivi, in attesa di un’estrema
liturgia.
Dentro tre riti sull’amore, Battuage è l’ultima stazione: il fondo.
Qui i dispositivi che attraversano l’intero percorso arrivano alla loro forma più
nuda.
Il rito non fonda più e non apre più soglie, si rovescia in liturgia profanata e
sopravvive come protocollo vuoto.
Il simbolo che apre e attraversa tutto è l’acqua: non mare, ma gocciolio di un
interno che perde. Il canto si deforma in insulto, la lingua diventa sputo. La
madre ritorna come presenza che trattiene, soffoca, reclama. E’ un materno non
salvifico che diventa linguaggio: presenza fantasma che possiede il corpo del
figlio. Nel fondo di Battuage vivi e morti non si alternano:
coesistono fino a confondersi.

2 feb > 7 feb
TERESA LA NOTTE
uno spettacolo di Lucia Mascino
Milano, pioggia fitta che scivola sui parabrezza e riflette luci tremolanti. Teresa
guida tra il traffico, rientra a casa tardi, prepara cene, fa liste della spesa,
accompagna le figlie a scuola.
Una vita fatta di piccoli gesti, rassicuranti nella loro normalità apparente. Ma
basta poco perché questo fragile equilibrio si incrini: un collega affascinante, un
dettaglio che non torna, il buio dietro uno schermo. Internet diventa una finestra
sull’orrore, un labirinto di identità segrete e pericoli silenziosi che sembrano
impossibili da toccare... e invece sono vicinissimi.
In scena, la notte è protagonista: amplifica i rumori, ingigantisce i sospetti,
trasforma la città in un dedalo di ombre. Teresa è costretta a guardare in faccia
una violenza che lacera e travolge, mettendo alla prova il suo istinto di
protezione. È un viaggio psicologico serrato, dove l’universo stesso diventa
specchio: le stelle, i pianeti, i buchi neri si intrecciano al caos umano, mostrando
che il bene e il male convivono nella stessa vertigine.
Teresa la notte è un thriller teatrale di potente attualità: un racconto teso e
poetico, che trascina lo spettatore oltre la superficie del quotidiano per farlo
precipitare in una spirale di segreti e paura. Paola Galassi firma un monologo
tagliente e avvolgente, dove la routine si spezza, la fiducia si sgretola e il buio
diventa uno specchio impietoso. Una storia che ci interroga: quanto siamo
davvero al sicuro, e cosa siamo pronti a fare per difendere chi amiamo?

9 feb > 14 feb
THE BARNARD LOOP
ideazione e scrittura Alessandra Ventrella e Rocco Manfredi
regia Alessandra Ventrella
con Jacopo Maria Bianchini e Rocco Manfredi
scene Rocco Manfredi e Paolo Romanini
luci Alessandra Ventrella
suono Dario Andreoli
supporto logistico Cie Les Karnavires
un ringraziamento speciale a Francesco Napoli
Si ringraziano Émilie Rault, AragoRn Boulanger, Luis Carr, Dorothée
Henon, Julien Lemmonier, Amandine Buixeda, Joris Maiotti, Mathilde
Letteron, Giulia Guiducci e Emiliano Curà
produzione DispensaBarzotti
coproduzione Teatro Necessario Circo - Centro Nazionale di Produzione di
Circo Contemporaneo, Parma
Sostegni alla produzione Comune di Marsiglia - programma “action
spectacle vivant”
Theater Laboratory Sfumato, Sofia // Officine CAOS, Torino // Centro di
Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt),
Sansepolcro // Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti, Parma
Residenze artistiche Ville de Billom, Billom // Théâtre de Cuisine – Friche la
Belle de Mai, Marsiglia // Le CIAM – Centre International des Arts en
Mouvement, Aix-en-Provence // Ax-Animation, Ax Les Thermes// Pôle
Jeune Public, Le Revest Les Eaux // Archaos, Pôle National Cirque,
Marsiglia // Les Karnavires, Mimet// Carrozzerie | n.o.t, Roma // FAP –
Fondazione Aurelio Petroni, San Cipriano
Picentino // Circuito CLAPS, Brescia
Premi di produzione
Progetto vincitore del concorso “Odiolestate 2018”, Carrozzerie | n.o.t,
Roma
Menzione speciale al festival “Tendenza Clown 2019”, Milano
Spettacolo finalista In Box Blu 2024
Selezione “L’Italia dei Visionari 2024” – Kilowatt Festival
Lo spettacolo fa parte di UNTERNEHMEN dans la culture 2021, programma
d’accompagnamento per le giovani imprese culturali promosso da Ministère de la
culture français, Relais Culture Europe e Institutfrançais d’Allemagne.
The Barnard Loop è uno spettacolo visivo, senza parole, che fonde teatro
surreale, magia e clown. Uno strano personaggio ci trascina in una notte di
insonnia in cui la realtà vacilla.
Una caffettiera che versa caffè senza esaurirsi mai, una pianta che prende vita e
ci consola, un letto dove appaiono gli oggetti più inaspettati...qui tutto sembra
possibile e nulla funziona davvero come dovrebbe.
Chi meglio di un clown può sognare senza sapere di farlo?
Un viaggio divertente, poetico e assurdo, al confine tra realtà e illusione.
Note di regia
Abbiamo ideato lo spettacolo The Barnard Loop, convinti che il teatro possa
essere un luogo di incontro intergenerazionale, popolare, di qualità ed esigente;
un luogo magico, intimo e universale allo stesso tempo.
The Barnard Loop racconta l'assurdità delle nostre paure attraverso una notte
insonne sempre più surreale.
È uno spettacolo onirico senza parole, con diversi livelli di lettura: non esiste
alcuna distinzione tra bambini e adulti, ognuno può trovare il proprio percorso
all'interno di questa storia e condividerlo o meno con il proprio vicino. La forza
visiva e plastica dello spettacolo ci trasporta verso la poesia, la magia e il riso.
The Barnard Loop è anche uno spettacolo multidisciplinare in cui il clown, la
magia, il teatro fisico, la creazione sonora e il gioco delle maschere ci conducono
sempre più verso un universo a sé stante, un universo che ci accompagna a
riconnetterci con i nostri sogni e le nostre paure.
I sogni sono stati il mio rifugio prediletto per anni e avrei voluto scambiarli con la
realtà. Il sogno è il luogo ideale dove tutto può accadere e dove tutto appare
perfettamente coerente malgrado il tempo scorra in modo insolito, la materia sia
mutevole, gli spazi siano infiniti, le dimensioni siano casuali e le capacità umane
improbabili... È in questo spazio che si esprimono desideri, ossessioni, angosce e
paure. I sogni sono dei contenitori perfetti per delle storie magiche, surrealiste e
sorprendenti. Un materiale vivo e teatrale con cui si può giocare all’infinito.
Come dunque trasportare il pubblico in una dimensione di sogno?
Lo spettacolo è costruito come un sistema di scatole cinesi, che dà l’impressione
che la creazione attraverso il sogno sia un processo potenzialmente infinito. La
sfida è quella di partire da un’illusione consenziente, quella in cui si gioca a carte
scoperte, si “dice” al pubblico che si sta giocando e gli si chiede di stringere un
patto con te per poi a poco a poco portare il pubblico totalmente in un’altra
dimensione, la dimensione intima e totalizzante del nostro immaginario. Uno
spazio dove possano abitare di nuovo il mistero e la meraviglia.
Alessandra Ventrella
dance&performance

20 feb > 21 feb
PERFORMANCE PER CORPI SOLI
Twain Physical Dance Theatre
Ideazione e regia Loredana Parrella
Performer Yoris Petrillo
Composizione del suono dal vivo Fabio Recchia
Un’esperienza in cui è un corpo che fa suonare un musicista e un musicista che
fa muovere un corpo. Grazie a sensori wireless, microfoni a contatto, trigger,
sensori ottici ed elettromagnetici posizionati sia nello spazio d’azione che sul
corpo dell’interprete, viene raccontato un percorso tra sogno e realtà, uno
spettacolo immersivo che unisce tecnologia e arte.

23 feb > 14 mar
NELLE PUNTATE PRECEDENTI
(5 episodi)
una saga familiare di Gruppo della Creta e Pier Lorenzo Pisano
regia Pier Lorenzo Pisano e Alessandro Di Murro
team di drammaturghi Giulio Fabroni, Veronica Penserini, Lorenzo
Fochesato, Valeria Chimenti, Rebecca Righetti
con Laura Pannia, Federica Dordei, Daniela Giovanetti, Alessio Esposito,
Matteo Baronchelli, Marta Jacquier, Elena Vanni, Shadi Romeo, Vittorio
Bruschi, Lorenzo Garufo
musiche Amedeo Monda
luci Matteo Ziglio
scenografie Paola Castrignanò
costumi Raffaella Toni
organizzazione Ludovica Santuccio
produzione Gruppo della Creta e Pallaksch
con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Lazio
Crediti per episodio
Ep. 1 - Scatenare incendi di Pier Lorenzo Pisano
con Laura Pannia, Federica Dordei, Daniela Giovanetti, Alessio Esposito, Matteo
Baronchelli
Ep. 2 - Replica di Giulio Fabroni e Veronica Penserini
con Laura Pannia, Daniela Giovanetti, Alessio Esposito, Matteo Baronchelli, Shadi
Romeo, Vittorio Bruschi
Ep. 3 - Giro di vite di Lorenzo Fochesato
con Laura Pannia, Daniela Giovanetti, Alessio Esposito, Matteo Baronchelli, Shadi
Romeo, Vittorio Bruschi
Ep. 4 - Due passi indietro e uno avanti di Valeria Chimenti
con Laura Pannia, Alessio Esposito, Marta Jacquier, Lorenzo Garufo, Shadi Romeo
Ep. 5 - A te, fra venticinque anni di Rebecca Righetti
Elena Vanni e Shadi Romeo
Sinossi generale
Il progetto Nelle puntate precedenti è una riflessione sulla trasposizione della
narrazione seriale a teatro. Cosa significa raccontare una storia nel tempo? Che
tipo di rapporto costruisce col pubblico una chiamata costante, un giorno alla
settimana, per cinque settimane? E durante queste settimane, cosa succede nel
teatro mentre il tempo continua a scorrere?
Nelle puntate precedenti è la storia di Giulia e della sua famiglia. Una storia che
inizia molto prima di lei, negli anni Settanta, e che arriva ai giorni nostri. È la
storia di una colpa generatrice, come nelle tragedie antiche, che continua a
tramandarsi senza scampo. È una storia di scoperta: del proprio ruolo nel mondo,
nella famiglia, e di liberazione da quello che ci è arrivato dal nostro passato.
Tutto si svolge nel vecchio casale. Inizia con una festa, con la famiglia riunita
insieme, prima che Giulia nascesse, all’origine dei tempi. Prima che sua madre e
sua zia, Chiara e Serena smettessero di parlarsi. Prima della notte in cui la
famiglia si è spaccata. Nell’arco di tre generazioni, tre donne hanno risposto alla
domanda: di chi è la colpa? E hanno trovato il loro modo di andare avanti.
La serie è stata scritta replicando il modello delle writing room. Gli ideatori del
progetto Alessandro Di Murro e Pier Lorenzo Pisano hanno selezionato cinque
autori under 30 che hanno scritto un episodio ciascuno.
Sinossi episodi
Ep. 1 - Scatenare incendi di Pier Lorenzo Pisano
Una famiglia, una casa. Siamo nel 2000 ed è il primo compleanno di Giulia, la
nuova arrivata. Ci sono tutti: Chiara e Max, i genitori, Riccardo e Serena, gli zii,
Agnese, la nonna. Per l’occasione Riccardo regala a Chiara e Max una vacanza di
un paio di giorni, per riposarsi un po’. Ma proprio la notte in cui loro sono via,
mentre è stata affidata alla zia Serena, Giulia muore a causa di un difetto
cardiaco. La famiglia si spezza e Serena decide di andarsene. Come si affronta
una perdita così improvvisa e ingiusta? Come si supera, se si può superare, il
dolore?
Ep. 2 - Replica di Giulio Fabroni e Veronica Penserini
Chissà quanto tempo è passato, chissà se è passato. Chiara e Max ritrovano una
vecchia videocassetta: lui vuole guardarla, lei no. E poi è il 25esimo compleanno
di Giulia, la sua festa è quella di sempre: solita torta, soliti litigi fra parenti. Lo zio
Riccardo le regala uno sfogo ubriaco, l’amico Francesco le regala un’indesiderata
dichiarazione d’amore. Lo spaventapasseri Rino sembra l’unico capace di vedere
e dire le cose come stanno. Finché Riccardo, stufo di bugie e non detti, fa trovare
a Giulia quella vecchia cassetta. È un video del primo compleanno di Giulia… ma
quale Giulia?
Ep. 3 - Giro di vite di Lorenzo Fochesato
Notte. Nessuno dorme.
Chiara e Max discutono. Lui vorrebbe dire la verità. Lei no. Chiara accusa Max di
aver dato a Giulia il vecchio filmato di proposito. Si lasciano.
Giulia sta scappando. Andrà a Berlino. Con Francesco, a quanto pare. Prima di
partire incontra Chiara. Si parlano. Finalmente Chiara inizia a raccontarle la sua
storia. Riccardo fa pace con Max, poi si salutano. All’alba Agnese vede un
casolare vuoto e spaventoso. Chiede a Riccardo di bruciare a tutto, mentre lei gli
racconterà la sua storia.
Ep. 4 - Due passi indietro e uno avanti di Valeria Chimenti
Due passati diversi, ma che si somigliano. Siamo nel 2001 e nel 1970,
contemporaneamente. Chiara e Max si svegliano nel cuore della notte e si
ritrovano in casa una neonata. È la figlia di Serena, che è tornata e ha lasciato la
bambina nella casa di famiglia. Ad Agnese e Paolo, da giovani, succede la stessa
cosa. Una ragazza della comune in cui vivono ha avuto una bambina e l’ha
affidata alle loro cure. Le due coppie affrontano in una notte cosa significa
divenire responsabili di una nuova vita, cosa vuol dire essere genitori. Poi un
piccolo passo avanti, nel nostro presente, il 2026, quando Giulia, in procinto di
partire, deve dire addio al povero Francesco.
Ep. 5 - A te, fra venticinque anni di Rebecca Righetti
Sono passati venticinque anni dall’ultima volta che Serena è stata al casale. È
tornata una notte mentre gli altri dormivano, ha lasciato una bambina ed è
andata via per sempre. Il dolore ha congelato del tempo l’intera famiglia. Solo
Giulia e Serena sono riuscite a crescere. Una perché quel dolore non l’ha mai
conosciuto, l’altra perché è riuscita a lasciarselo alle spalle.
Venticinque anni dopo Serena vive da sola nel suo appartamento. Una domenica
pomeriggio Giulia si presenta alla sua porta: vuole conoscere sua madre e avere
delle risposte. Ma Serena non ha intenzione di fare passi indietro, ha costruito
una nuova vita e, per quanto doloroso, dice di nuovo addio a Giulia. Quando
resta finalmente sola, fa quello che ha fatto tutte le volte in cui si è sentita sola
in questi anni: pensa alle puntate precedenti, quelle mai girate in cui tutto è
andato bene. Nessuna seconda stagione, nessuno spin off. È la fine delle
trasmissioni.
1
6 mar > 21 mar
ARGO
liberamente ispirato al romanzo “Storia di Argo” di Maria Grazia Ciani edito
da Marsilio Editore
testo originale di Letizia Russo
regia di Serena Sinigaglia
con Ariella Reggio, Maria Ariis, Lucia Limonta
scene Andrea Belli
costumi Valeria Bettella
luci e suono Roberta Faiolo
assistente alla regia Michele Iuculano
produzione Teatro Stabile Del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di
Bolzano
In “Storia di Argo” Mariagrazia Ciani racconta della sua fuga dall’Istria dopo la
fine della Seconda guerra mondiale. Tocca dunque un argomento di storia
delicatissimo. Lo strappo, l’abbandono forzato, qui sono descritti attraverso la
separazione della bambina dal suo cane York. York come Argo, il cane di Ulisse.
La Ciani non ha un piglio storico o romanzesco, il suo è un procedere per
paesaggi interiori, per allusioni e metafore, senza mai cadere nella polemica
sterile o nella documentazione saggistica. Ha il respiro della poesia, “Storia di
Argo”.
«Ho capito che non avrei potuto mettere in scena un libro così intimo e tanto
meno limitarmi ad adattarlo» spiega la regista Serena Sinigaglia. «Avevo bisogno
di un'autrice che, ispirandosi al tratto lieve e rarefatto del libro, scrivesse un
testo originale rispecchiando lo sguardo di chi, come me, ha conosciuto da
lontano quella storia. Volevo che il testo fosse ambientato nell'oggi e che
presentasse un confronto tra tre generazioni di donne: una ragazza giovane
(figlia, che non sa nulla), una donna di mezz’età (madre, che cerca di capirci
qualcosa per capire la propria madre) e una signora anziana (nonna, che ha
vissuto l'esodo). Letizia Russo ha accettato la consegna e la sfida e si è immersa
nella scrittura. Ed è così che è arrivato “Argo"».
"Argo" di Letizia Russo, liberamente ispirato al libro di Mariagrazia Ciani, racconta
di Vera, 85 anni, Beatrice, sua figlia, 55 anni e Clara figlia trentenne di Beatrice,
che saranno interpretate da Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta. Vera ha
l'alzheimer e la figlia decide di portarla un'ultima volta a Pola da dove è scappata
quand’era solo una bambina: uno "strappo" di cui non ha mai più parlato.
«Il testo - conclude la regista - in maniera delicata, prova ad affrontare un tema
importantissimo e direi quasi scabroso, quello del "peso delle memoria”. Certi
vissuti, certi nodi, certi ricordi possono diventare un fardello insopportabile se
non si è disposti a lasciarli andare. Solo lasciandoli andare, si può andare "oltre",
oltre i rancori, oltre il male, tutto il male, verso un nuovo futuro».

23 mar > 31 mar
ASFALTO
Poema fisico e musicale per sette attori
regia e coreografia di Michela Lucenti
drammaturgia Balletto Civile
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire,
Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
testi Emanuela Serra
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco
disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi
Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura
lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito,
Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
assistente alla regia Antonio Basile
foto Flavia Tartaglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
Mentre sta guidando il motorino per le strade di Napoli, un giovane rider fa un
incidente e muore.
Sull’asfalto, oltre al suo corpo, c’è il casco, lo zaino giallo da delivery e una pizza.
Chi sono le persone intorno a lui? Quelle che conoscono il ragazzo, quelle che
passano lì per caso, quelle che nel frattempo continuano a vivere, mentre lui non
vive più.
L'incidente è il filo rosso attraverso cui si intrecciano le storie dei personaggi.
Una giovane comunità si interroga furiosamente sulla fragilità della vita.
Sette monologhi fisici, sette punti di vista sull'incidente.
Attraverso le loro parole ci raccontano delle loro vite e della città in cui vivono,
una Napoli, metropoli contemporanea, meravigliosa e violenta.
Senza volerlo, le cose accadono. Alcune, più di altre, si possono spiegare, altre si
possono solo accettare.
Note di regia
A partire dalle biografie dei ragazzi coinvolti, Balletto Civile vuole creare uno
spettacolo di drammaturgia fisica proponendo un processo artistico in cui la
parola è profondamente connessa al corpo.
Si può fare poesia del proprio vissuto, di quello che ci abita?
Le vite, raccontate, vengono riscritte in una forma di spoken-word mescolando
ritmo e metrica per dare vita a veri e propri monologhi fisici e vocali che
attraverso un filo rosso si collegano dando voce a uno spaccato generazionale. In
un contemporaneo apparentemente privo di senso proponiamo un viaggio
emotivo e potente nei temi dell’appartenenza, dell’identità, del dubbio.
Un flusso di pensiero in cui gli interpreti si passano il testimone fino ad accordarsi
in una falange vitale che crea, nel vuoto, con i corpi il proprio rito.
Un lavoro di gruppo sulla potenza dell’agire e del reagire, per dare voce in modo
irruento costruendo insieme un pensiero sull’urgenza di condividere, creare,
rispondere.
Michela Lucenti
dance&performance

2 apr > 4 apr
DESCENDANTS
danzatore Kedwine Odoch (Watwero dance company)
percussionista Ras Taylor Faisal (Kakuma sound kollective)
Radicato negli archivi viventi di comunità plasmate da conflitti, migrazioni, silenzi
e sopravvivenza, Descendants è un rituale corporeo che unisce movimento,
parola e paesaggio sonoro, con tamburi dal vivo e canti ancestrali, invita
performer e pubblico a esplorare il peso ereditario della memoria, della resilienza
e dell'identità attraverso le generazioni, facendo luce sulla nostra cultura
precoloniale sepolta nella coscienza e promuove la riconciliazione nella ricerca di
un mondo migliore per il passato, il presente e il futuro.
La performance indaga, attraverso il movimento, a livello emotivo, fisico e
storico, coloro che plasmano chi diventiamo a partire da ciò che è stato. I
movimenti sono profondamente radicati nell'estetica Acholi e tracciano i fili
invisibili che si tramandano di antenato in figlio, da un corpo all'altro.

6 apr > 11 apr
IL CAVALLO DI JENIN
TROUPE COURAGE / ALAA SHEHADA
Scritto e interpretato da Alaa Shehada
Regia Katrien van Beurden e Thomas van Ouwerkerk
Consulenza Stand-Up Comedy/Co-autore Sam Beale
Maschere Den Durand
Musiche Remy van Kesteren, Khalil Al Batran
Drammaturgia Maarten Bos
Disegno tecnico Roderick Bredenoord
Associate Artistico Sacha Muller
Visual Artist Statua Cavallo Thomas Kilpper
Fotografia di produzione Kamerich & Budwilowitz
Fotografia poster Dario & Misja Photography
Design poster Buro Fritz
Trailer David Koster
Company Manager Troupe Courage Monique Bos Booking Gianni Bettucci
Special thanks: Voordekunst + donors, Jacqueline Kleijn, Hugo
Keuzenkamp, Tjipke Bergsma, Nan van Houte, Lucas Hendricks, Shelly
Razaac.
Con il sostegno di FPK, AFK, FONDS21, Cultuurfonds, NORMAfonds
Scritto e interpretato dall’attore e comico palestinese Alaa Shehada, racconta
una storia universale di resilienza e immaginazione. Questo spettacolo combina
narrazione, maschera e stand-up comedy per esplorare la vita quotidiana di un
ragazzo che cresce a Jenin, nella
Palestina occupata, e che – come ogni bambino al mondo – desidera soltanto
giocare e divertirsi. Dopo una grande invasione nel 2002, un artista tedesco
arrivò in città per
creare un’opera d’arte con i bambini di Jenin. Costruirono un cavallo, alto cinque
metri, fatto di metallo e detriti provenienti dall’invasione. Il cavallo è un simbolo
arabo di libertà , così la popolazione di Jenin collocò questa scultura al centro
della città , dove rimase per 20 anni
come rappresentazione di speranza e resistenza. Nell’ottobre 2023 un bulldozer
dell’esercito israeliano entrò nel campo e il cavallo venne sradicato dal suo posto
e portato via. In questo spettacolo solista, Shehada si chiede che cosa sia
accaduto al Cavallo di Jenin e, con un potente mix di immaginazione e comicità,
costruisce un nuovo cavallo a partire dai frammenti dei suoi ricordi e delle sue
speranze per il futuro.

13 apr > 18 apr
LA DIVA DEL BATACLAN
regia, drammaturgia e liriche Gabriele Paolocà
drammaturgia fisica Carlo Massari
con Claudia Marsicano
e con Gabriele Correddu
musiche originali Fabio Antonelli
scene Rosita Vallefuoco
luci Martìn Emanuel Palma
video Luca Brinchi e Gabriele Paolocà
progetto audio Niccolò Menegazzo
costumi Anna Coluccia
tecnica Chiara Zaffiro
assistente volontario Matteo Libertucci
foto di scena Manuela Giusto
ufficio stampa Antonella Mucciaccio
traduzioni Marco Chenevier
aiuto regia Marco Fasciana
produzione Cranpi, SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione,
Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Lazio
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Armunia –
CapoTrave/Kilowatt), Comune di Sansepolcro e Teatro Biblioteca
Quarticciolo
ANTEPRIMA NAZIONALE: Colpi di scena 2025
PRIMA NAZIONALE: Romaeuropa Festival 2025
Un musical dissacrante e provocatorio che mescola ironia, rock e narrazione per
raccontare la storia di Audrey, giovane donna isolata che sceglie la mitomania
per trasformarsi nella martire perfetta del Bataclan.
La diva del Bataclan è un musical dissacrante e provocatorio che racconta la
storia di Audrey, giovane donna emarginata che decide di trasformarsi nella
martire perfetta fingendo di essere vittima degli attentati del 13 novembre 2015
a Parigi. Quel giorno persero la vita 130 persone e altre 413 rimasero ferite; il più
sanguinoso si consumò allinterno del Bataclan, una delle sale concerto più
importanti della città. Per la prima volta, un evento traumatico di tale portata
venne amplificato dai social media, generando solidarietà e attenzione
mediatica, ma anche invidia e opportunismo. Una quindicina di persone arrivò a
fingersi vittima, dando origine al fenomeno delle false vittime, simbolo della
brutalità del nostro tempo e della spinta narcisistica alla gloria individuale.
Audrey proviene da un passato che desidera dimenticare e da un presente che
non ritiene degno di essere vissuto. Vive in una banlieue alle porte di Parigi,
isolata, immersa in un mondo virtuale in cui scopre inaspettate capacità
manipolatorie. Decide di dare una svolta estrema alla sua vita, immergendosi in
una parabola di mitomania così convincente da confondere la finzione con la
realtà. Costruisce unidentità alternativa e tenta di entrare in unʼorganizzazione a
sostegno delle vittime di terrorismo, spingendosi oltre ogni limite pur di sentirsi
finalmente vista. Lo spettacolo crea un cortocircuito tra la leggerezza del musical
e la crudezza della storia reale. La regia si avvale della complicità del musicista e
compositore Fabio Antonelli, che sviluppa temi musicali interpretati in scena da
Claudia Marsicano. Il 13 novembre 2015 al Bataclan suonavano gli Eagles of
Death Metal, e lalone di rockʼnʼroll di quella notte si rifrange nello spettacolo,
rendendolo un concerto teatrale energico, ironico e destabilizzante, capace di far
vibrare il pubblico tra ritmo e tensione emotiva. Non è solo un racconto di
cronaca: è unindagine sul narcisismo contemporaneo, sul bisogno di
riconoscimento e sul confine fragile tra realtà e finzione, tra sogno di gloria e
caduta. La diva del Bataclan trascina lo spettatore tra musica, parola e dramma
umano, lasciando un segno emotivo e una domanda aperta sul nostro presente.
LA STORIA
Audrey viene da un passato che vuole dimenticare e un presente che non ritiene
degno di essere vissuto. Per questo, da sempre, all'esistente preferisce
l'immaginazione. La sua frase preferita? La realtà uccide, la finzione salva. Abita
con la madre in una banlieu alle porte di Parigi, in una condizione di ritiro sociale
ai limiti della clausura. Le uniche gratificazioni che riceve le arrivano dallo spazio
virtuale, attraverso il quale si interfaccia con il mondo, inventando profili e vite
che non sono le sue. Inoltre, grazie al web, scopre di avere delle capacità
inaspettate, tra le quali un discreto potenziale manipolatorio. Ed è a questa
scoperta che la nostra protagonista si aggrapperà quando deciderà di dare una
scossa alla sua vita. Per farlo compirà un gesto estremo che la porterà al di là
della verità, nelle lande torbide dell’impostura. Audrey proverà a dare una svolta
alla sua vita, immergendosi in una parabola di mitomania così convincente da
essere lei stessa la prima a non riuscire più a distinguere la verità dalla finzione.
Si fingerà una donna ferita nella sala da concerto del Bataclan durante gli
attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e si adopererà con ogni mezzo per
riuscire a diventare un membro fondamentale di un'influente organizzazione per
il sostegno alle vittime di terrorismo.
La martire perfetta: la Diva del Bataclan.
IL MUSICAL
L'idea è quella di creare un perturbante cortocircuito tra la scelta di un genere
artistico innocuo come il musical e la brutalità e l'incisività della storia narrata:
quella di un'emarginata della società che, per il raggiungimento dei propri
obiettivi, tenta un atto deplorevole e disperato. Per realizzare questo genere di
dispositivo scenico la regia si avvarrà della complicità del musicista e
compositore Fabio Antonelli, che svilupperà gran parte dei temi dello spettacolo
in forma musicale, che verranno poi interpretati in scena da Claudia Marsicano.
Il 13 novembre 2015 al Bataclan, la sala concerto più importante di Parigi,
stavano suonando gli Eagles of Death Metal, una band americana che offre un
sapiente mix di rock classico e moderno, con un pizzico di irriverenza e un gusto
per l'esagerazione. La comunità che si era radunata quella sera al Bataclan era
una comunità di rocker, e tutte le persone, gli eventi e i fatti legati agli attentati,
proprio a causa del concerto di quella sera, trasudano un alone di rock 'n’ roll. La
diva del Bataclan fa un po' il verso a questo mondo qui. Immaginate una
performer trascinante come una rocker su di giri, che incanta il pubblico
attraverso uno spettacolo concerto destabilizzante, un pubblico che si alza in
piedi e batte le mani a ritmo di musica, un pubblico rapito dalla sua estrema
bravura, un pubblico che nei giorni a seguire continuerà a cantare le canzoni
dello spettacolo.

20 apr > 25 apr
LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA
da Stefan Zweig
testo e regia Davide Sacco
con Giordana Faggiano
scene Luigi Sacco
luci Luigi Della Monica
costumi Luciana Donadio
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Enrico Spelta
produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale e LVF / Teatro Manini di
Narni
direttore di produzione Luigi Cosimelli
Un celebre scrittore riceve, nel giorno del suo compleanno, una lunga lettera
anonima. A scriverla è una donna che, senza mai essere riconosciuta, ha
intrecciato tutta la propria vita all’ombra di lui: l’infatuazione adolescenziale,
l’amore mai dichiarato, l’attesa silenziosa, il sacrificio, persino la maternità. Un
amore assoluto, consumato nella segretezza e nella devozione, che diventa
confessione estrema soltanto dopo la morte del figlio e nell’imminenza della
propria fine.
Dalle pagine vibranti di Stefan Zweig nasce un racconto intimo e lacerante, un
inno all’amore incondizionato e alla sua forza distruttiva, che si interroga
sull’identità, sull’oblio e sulla cecità dell’essere umano davanti ai sentimenti
altrui.
Note di regia
Ho immaginato Lettera di una sconosciuta come un viaggio dentro un bagno
d’ospedale, uno spazio asettico e privo di tempo, dove la protagonista si ritrova
sola, circondata da pareti che trattengono silenzi, odore di disinfettante e riflessi
di luce fredda. In questo luogo di attesa e di resa, tra piastrelle bianche e
superfici metalliche, la donna diventa al tempo stesso narratrice e spettatrice
della propria vita.
È qui, in questa stanza sospesa tra intimità e isolamento, che la sua memoria
prende corpo: un teatro interiore dove i ricordi riaffiorano come visioni riflesse
nello specchio appannato, dove ogni parola risuona come un respiro trattenuto.
La lettera diventa allora non solo una confessione, ma un atto di lucidità e di
visione: la donna racconta e rivive, guarda la propria esistenza scorrere davanti
agli occhi e, nel farlo, la affida finalmente a chi ascolta — come un gesto di
liberazione, come se solo ora potesse condividere un amore rimasto invisibile.
Giordana Faggiano attraversa questo spazio in bilico tra confessione e
osservazione, tra pudore e abbandono. La regia lavora su questo doppio sguardo:
dare voce a una donna che si racconta, ma anche mostrarla mentre si guarda
vivere — con la lucidità e il dolore di chi, forse per la prima volta, trova il
coraggio di guardarsi davvero.
Davide Sacco

8 mag > 9 mag
JOYFUL
coreografie Emma Cianchi
drammaturgia e testi Manuela Barbato
regia Manuela Barbato, Emma Cianchi
produzione Artgarage
In un bar si incontrano persone di tutti i tipi, tra sconosciuti spesso ci si
comprende meglio. Qualche confessione, uno scherzo, una risata e poi una
scommessa che dia senso alla notte: una gara di danza e di canto.
Improvvisazioni artistiche tra paura ed eccitazione, talenti nascosti e segreti
incofessati. Joyful è l'essenza, la parte più autentica di ogni sconosciuto
incontrato per caso.

11 mag > 16 mag
IL MIO NOME È MARIA STUARDA
di Nicoletta Verna
progetto ideato da Andrée Ruth Shammah
regia Andrea Piazza
con Marina Rocco
e Marina Notaro al sassofono
disegno luci Massimo Mennuni
costumi Simona Dondoni
contributi video Francesco Marro
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
produzione Teatro Franco Parenti
Uno spettacolo commovente e profondo tratto dal primo testo teatrale della
scrittrice Nicoletta Verna, scrittrice di I giorni di vetro (2024) accolto
positivamente dalla critica letteraria.
In scena, la presa di coscienza di una donna riguardo alla violenza subita.
Ambientata negli anni ‘40, la protagonista, interpretata da Marina Rocco, narra la
sua esperienza di abuso da parte di un marito ossessionato dalla gelosia, che la
svaluta e la maltratta. E del tentativo di violenza sessuale subito da parte del
datore di lavoro. Maria Stuarda, questo il suo nome, ripercorre il suo percorso di
consapevolezza ricordando come tutti quei comportamenti – spesso giustificati o
minimizzati – possano nascondere forme sottili ma devastanti di violenza
psicologica e fisica. Maria Stuarda è il nome da regina che il padre sceglie per lei,
in contrasto con l’estrema povertà in cui è nata. (Maria Stuarda era regina di
Scozia e
Francia nel ‘500). Pur in questa vita estremamente piena di angherie e
sopraffazione, la donna cerca comunque di non arrendersi alla sua sorte e
combatte tutta la vita per essere libera. Non solo la sofferenza individuale: lo
spettacolo culmina in una scena ambientata ai giorni nostri, un processo per
stupro, che mette in luce quanto gli stereotipi e i pregiudizi sulle vittime siano
ancora radicati nella società. Ad accompagnare il racconto, la musica della
sassofonista Marina Notaro.

18 mag > 30 mag
CONFUSIONI
di Alan Ayckbourn
traduzione di Masolino D’Amico
regia Peppe Miale
con Massimo de Matteo e Angela de Matteo, Luciano Giugliano, Stefania
Remino
al piano Mariano Bellopede
e con la partecipazione di Ernesto Lama
costumi Chiara Aversano
scene Marianna Antonelli
musiche Mariano Bellopede
disegno luci Salvatore Palladino, Gianni Caccia
assistente alla regia Giuseppe D’Alessandro
assistente costumi Giorgio Milano
assistente scenografo Arianna Sica
produzione Nouveau Théâtre de Poche
E' una commedia composta da 5 brevi atti unici, molto eterogenei come tono, ma
collegati da personaggi curiosamente ricorrenti i quali ripropongono, in modo
paradossale e quasi grottesco, alcuni dei temi piu' attuali nella vita
contemporanea.
In “figura materna” (teatro dell’assurdo) una donna intrappolata nel suo ruolo di
madre, non vede intorno a se' che bambini, continuando a trattare tutti come
tali. Nella situazione “Al bar” (impianto realistico) il marito di costei, in viaggio
per lavoro, tenta, in una crescente euforia alcolica, di sedurre la refrattaria
ragazza incontrata in un bar di provincia. Nella terza pièce (teatro sperimentale)
il pubblico segue un discorso a brandelli, con le orecchie di un cameriere che
assiste impassibile ad una duplice, aspra lite coniugale. In “La festa di Gosforth”
(farsa) una festa di campagna va verso il disastro, nonostante il tentativo di
puntellarla da parte del suo maniaco organizzatore. Nel finale, “Due chiacchiere
al parco” (beckettiano) 5 solitudini tentano di confrontarsi, ma davanti
all’egocentrismo di ciascuna, rimangono tali.
Un egocentrismo che nella lettura registica dello messinscena si riverbera
costantemente in una totale incapacità di ascolto, dando vita ad una ipoacusia
che affligge tutti i protagonisti della vicenda.
Note di regia
Curioso sovrapporsi di immagini e parole fanno di “CONFUSIONI” un gioco
teatrale che permette agli interpreti di sperimentare comicamente fino in fondo e
poi di nuovo ancora l’arte attoriale. Luoghi diversi dove le persone colloquiano
logorroicamente senza mai dialogare davvero. L’ascolto dell’altro non è mai
bandito, ma sempre strumentale al perseguimento del proprio fine. Un fine che
non si rivela mai tanto alto e prezioso da giustificare l’elusione continua della
verità. Tant’è che viene sempre da chiedersi perché la limpidezza non la faccia
da padrona nei rapporti costituitisi.
Eppure nei cinque quadri scenici strutturalmente proposti, si gioca
costantemente su declinazioni diverse dalla verità: la vicina di casa ed il marito
non rimproverano alla “Figura materna” il suo comportamento maternamente
parossistico, ma anzi diventano essi stessi bambini. Harry, marito scontento in
trasferta di lavoro, corteggia goffamente “Al bar”, laddove una immediata
rivelazione delle sue intenzioni avrebbe avuto forse un successo immediato sulle
due svagate e annoiate stagiste; due coppie di coniugi battibeccano
furiosamente ad un ristorante, “Tra un boccone e l’altro”, incuranti di un
imperturbabile maitre ed ancor di più dell’inutilità dell’essere altrove dalle
proprie case; tutti i protagonisti della “Festa di Gosforth” continuano a dibattersi
per la buona riuscita di un evento che sembra fondamentale per la loro vita
mentre gli accadimenti farseschi lo rendono invece progressivamente
secondario, e poi insignificante, e poi ancora meno...
La verità fa capolino ed esplode poi fragorosa quando i protagonisti,
scambiandosi, come da titolo del quadro finale, “Due chiacchiere al parco”,
parlano con sincerità, ma nessuno, anche ora, ascolta l’altro. Forse perché è
ormai troppo tardi e sullo spettacolo (o sulla vita?) cala la tela. Peccato per la
vita. Sarebbe stato sufficiente sentire e guardare per riconoscersi. Meglio per il
teatro. Capire quasi mai fa rima con ridere.
Peppe Miale