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Questa quarantaduesima edizione di Santarcagelo dei Teatri, dal 13 al 22 luglio, ha inagurato un nuovo trienno di direzioni artistiche, che segue quello che ha visto come protagonisti tre artisti e drammaturghi, ultima Ermanna Montanari. È il momento di Silvia Bottiroli che ha voluto recuperare il festival come luogo aperto, aperto negli spazi e libero nelle proposte, allargandolo in un certo senso a dismisura

e quindi quasi sciogliendo, nella piazza e nella improvvisazione della strada, i nodi e le trame, finanche i paradigmi, di una programmazione rigida e precostituita. Non l'assenza di una idea dell'evento, ma l'assunzione dell'evento stesso come fatto e vicenda in grado di autodefinirsi nel suo farsi pensiero articolato in arte. Un sfida forte, quasi un duello tra il festival come evento programmato e programmabile, ideologico anche, e la sua antica tradizionale natura di vicenda mai pre-definita o pre-scritta, come un filo che non si esaurisce. Una sfida non sempre vinta negli esiti specifici, ma comunque, credo, sempre feconda e anche fecondatrice. Moltissimi gli eventi ospitati e promossi, all'insegna, conseguente e quasi ovvia date le premesse, della dissoluzione delle sintassi e dell'accavallarsi e sovrapporsi, del mescolarsi continuo, talora confuso ma più spesso stimolante, dei linguaggi e tale da richiedere il tempo di una decantazione. La nostra breve peripezia, di quei tanti luoghi, ne toccherà comunque solo alcuni.

ARTE PER NULLA
Costituisce una sorta di ribaltamento del “punto di vista” questa drammaturgia-laboratorio costruita a sei mani da tre esperienze umane e artistiche all'apparenza distanti, quelle di Silvano Voltolina, Francesco Bocchini e Valeria di Monica, dedicata al maestro e pedagogo romagnolo Federico Moroni. Qui non sono i bambini ad osservare il mondo attraverso l'occhio ipnotico e passivizzante della televisione, ma si mostrano mentre disegnano il loro mondo di linee e colori, mondo paradossalmente proiettato, attraverso la liberazione dell'ingenuità che è caratteristica dell'arte, verso la conquista della consapevolezza di sé e del mondo.

PICCOLI SUICIDI
È un altro paradossale ribaltamento nella dissoluzione degli schemi, questa drammaturgia del magiaro Gyula Molnar, che riscrive la sintassi scenica a partire dagli oggetti, non più arredi e scenografia, ma attori di sé stessi. Spettacolo affascinante ma insieme pieno di angosciosi retropensieri, quelli della perdita di senso della parola e quindi della perdita di identità di chi la parola usa per  definirsi, l'umanità ed il teatro. Nel mutismo degli umani e degli attori gli oggetti, una pastiglia di Alka Seltzer, dei ciccolatini, un chicco di caffè, un fiammifero, si assumono l'onere di identificare non sé stessi ma gli uomini che li maneggiano. Simboli di un mondo effimero diventano così metafore del tempo come misura di sé e dell'umanità e citano, credo, costantemente la morte, come misura della nostra finitezza, misura taciuta e mai detta e per questo vissuta anticipatamente ed inconsapevolmente. Quello strano e singolare gorgo nel flusso del tempo che è l'umanità diventa nell'inconsapevolezza mulinello che ci trascina inesorabilmente verso il nulla.

SOLO GOLDBERG IMPROVISATION
Virgilio Sieni torna a Sant'Arcangelo con la sua capacità di dissolvere l'arte coreutica, e la sua grammatica consolidata e fortemente simbolica, in un movimento scenico, che recuperando la naturalezza del gesto comune, recupera anche una straordinaria forza drammaturgica. In questo spettacolo Sieni dialoga con la musica di Bach, eseguita in scena da Riccardo Ceccetti, costruendo in scena una sorta di contaminazione con la figuratività dei secoli d'oro della pittura italiana, dal trecento al seicento, contaminazione che supporta la sua costante ricerca sul corpo e sul linguaggio dei movimenti. Si costituisce così e si costruisce una sorta di nuovo alfabeto dei segni ed una nuova grammatica di parole corporee per una sintassi che deflagra oltre la danza e anche oltre la scena. Più che una esplosione si realizza però una sorta di implosione al centro, con l'effetto centripeto del coinvolgimento degli spettatori stessi nella drammaturgia in corso.

ADS (SANTARCANGELO)
Drammaturgo di grande interesse e di grandi potenzialità, l'americano Richard Maxwell torna a Sant'Arcangelo a tre anni dalla sua prima partecipazione. Ancora sotto il segno del ribaltamento la drammaturgia sembra prendere atto della sostanziale indistruttibilità del linguaggio pubblicitario, causa prima, con la sua sintassi alienante e spossessante della crisi di identità che caratterizza i nostri tempi, per ribaltarne il segno. In ADS (advertissement) tale linguaggio, una vera e propria lingua ormai, diviene sintassi drammaturgica, mezzo per l'autorivelazione dei soggetti (una trentina di abitanti di Sant'Arcangelo e dintorni) e sorta di promozione e recupero della propria singolare identità. Un semplice spostamento di prospettiva che riesce però a recuperare a quello stesso linguaggio, una volta alienato dal proprio ambiente, la creatività perduta. Sembra uno strumento di rivincita.

CMMN SNS PRJCT
Spettacolo a quattro mani, dai multipli retroterra, ha un suo primo segno di curiosità nel titolo, che non casualmente abolisce, con l'eccezione della mezza consonante j, tutte le vocali, essenziali a definire genere e senso ultimo della parola. Mette in scena le relazioni, informali, inattuali ma tutte alla fin fine mercantili, che caratterizzano i nostri tempi con un effetto, alienante spesso, di omogeneizzazione dei significati essenziali in una sorta di appunto “senso comune” (dal titolo), miscellanea indefinita e senza prospettive di desideri e direzioni di senso. Si compra, si vende, si fanno scambi realmente nel mercatino virtuale che ingombra la scena ed il contrasto provoca un effetto, anche salutare, di disorientamento. Più che una drammaturgia però, ha l'articolazione di uno studio, di un esperimento in corso che rimanda, ad un altrove e a un dopo, una definizione significativa.

YOU AND ME AND EVERYWHERE
Tra mescolanze e corrispondenze, suggestioni e ribaltamenti, anche questa drammaturgia, nata dalla collaborazione tra la scrittrice e illustratrice Mara Cerri e l'attrice Mara Cassiani, sembra ricercare e trovare le proprie coordinate nello spazio aperto delle opportunità della espressione artistica. Ispirata da un'opera narrativa che indaga sulla dissoluzione dell'identità cosciente nello spazio onirico, ne sviluppa la visione del doppio, non solo tra realtà e sogno ma anche tra giovinezza maturità. È come se solo lo sdoppiamento traumatico consentisse, nell'arte, la ritessitura di una identità attraverso la trama di un dialogo che ha nella scena il suo topos ineludibile. Non per caso lo spettacolo è completato dalla videoanimazione “Via Curiel 8”, sempre delle due artiste, quasi a riepilogare e ricostrure in altro paradigma narrativo e significativo, compiuto sul palcoscenico.

INDIGENOUS
Titolo icastico e significativo per questo melodramma coreutico che sembra indagare sulle scaturigini mitiche della musica nella sua capacità di definire il corpo e lo spazio della sua esistenza-essenza. Spettacolo dal forte impatto, nella enfatizzazione della dissonanza e del ritmo dissoda appunto le relazioni essenziali tra il corpo ed il suo movimento alla ricerca di un significato identitario oltre le rigidità della percezione consueta. Ne nascono scivolamenti segnici e simbolici che la muscica riconduce ad armonia.

PETRA GENETRIX
Filomela, compagnia nata e cresciuta nella collaborazione tra il musicista Simone Marzocchi e l'attrice Sara Masotti, ambienta anzi crea direttamente questa sua affascinante performance strumentale e vocale, dal titolo icastico fortemente significante, all'interno delle grotte di tufo che scavano l'interiorità di Sant'Arcangelo. È il frammento di una continua ricerca sul suono, oltre la parola ma indissulibilmente legato alla parola identificatrice come la matrice naturale dell'umanità lo è alla peripezia della sua storia e della sua cultura. La materia, qui nella sua declinazione sonora, indagata come genitrice e generatrice di senso e di significato, senso e significato che nell'allontanarsi da essa tende a progressivamente perdere la sua funzione di relazione tra le cose e gli umani e tra umani e umani. Sostenuta da una maestria artistica sempre più perfezionatasi, l'effetto spaesante è poi enfatizzato dall'oscurità del luogo, fievolmente illluminato da luci naturali che sembrano, nel loro oscillare seguire quasi un pentagramma. Riconoscibile a mio avviso un retroterra estetico, non esplicitato, ma che non può non rimadare alla ricerca poetica e drammaturgica di Edoardo Sanguineti e a quella filosofica ed estetica di Walter Benjamin nella loro ostinazione a voler recuperare al suono la sua primigenia funzione di culla della parola e madre del significato.

LE CASE DEI SOGNI DI JOHN CAGE
Teatro Valdoca ha avuto quest'anno la responabilità di condurre il seminario residenziale per attori e danzatori che ormai tradizionalmente si svolge all'interno del festival, dando luogo ad una drammaturgia in itinere ospitata come l'anno scorso nello spazio aperto dello Sferisterio. Sulla scia della ormai trentennale ricerca di Cesare Ronconi e di Mariangela Gualtieri, anche questo viaggio collettivo verso la significazione estetica mostra un riferimento sotteso ma chiaro al recupero della parola, dispersa e decaduta, attraverso la progressiva dissoluzioni degli schemi, sempre più irrigiditi dalle consuetudini e dall'affievolirsi delle identià, che la imprigionano. John Cage, con cui anche Sanguineti collaborò, lo tentò facendo esplodere nella dissociazione le armonie classiche e anche quelle delle prime avanguardie, Valdoca lo tenta nella eversione delle sintassi drammaturgiche sotto la spinta della poesia. Seminario, studio, evento, come lo si voglia chiamare questo spettacolo è stato in grado di dare forti vibrazioni in quella, credo giusta, direzione.

LES  ÉPHÉMÈRES
Per chiudere un cenno a questo bellissimo film che è una trasposizione dell'omonimo spettacolo del 2006 di Théatre du Soleil, il notissimo ensemble francese fondato e tuttora guidato da Ariane Mnouchkine. Trasposizione, non film o ripresa, è il termine credo corretto perchè il sovrapporsi dei due linguaggi non ha un risultato neutro, ma produce qualcosa di più della sola drammaturgia o del solo film. La prima è una intensa ricerca di continuità oltre la nostra essenziale caducità, testimoniata dalla fragilità e contingenza delle emozioni e degli stati emotivi recuperati dagli attori in un lavoro profondo su sé stessi. Coordinare le soggettività fragili in un coerente quadro drammaturgico è l'atto estetico caratteristico del teatro che, pur confermandone la contingenza nel qui e ora, conferisce paradossalmente alle performance sceniche una dimensione universale che le ripara dalla perdita di sé. D'altra parte la ripresa cinematografica, nella sua riproducibilità (ricordiamoci ancora una volta di Benjamin), irrobustice ed attesta un tale status così da forse costituire una forma espressiva tendenzialmente autonoma. Comunque la drammaturgia è risultata ricca, se non arrichita, di un fascino sottile che perdura.