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I drammi del mese

Mari di Tino Caspanello

Dettagli
Pubblicato: 28 Settembre 2010
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Mari ha vinto il Premio speciale della Giuria Bignami Quondamatteo del Riccione Teatro 2003. Ha debuttato a Pagliara il 18 dicembre 2004 ed è stato rappresentato al Teatro Petrella di Longiano nell'ambito del Festival Santarcangelo dei Teatri nel luglio 2004 dalla Compagnia Pubblico Incanto. Con Cinzia Muscolino e Tino Caspanello, costumi Cinzia Muscolino, elaborazione del suono Giovanni Renzo, assistente alla regia Andrea Trimarchi, scene e regia di Tino Caspanello.
Il 19 settembre 2004, al Teatro Arsenale di Milano, lo spettacolo verrà presentato nell'ambito del Festival Tramedautore organizzato da Outis.

Dal verbale della Giuria della XLVII edizione del Premio Riccione per il Teatro
Delizioso duetto musicale in dialetto messinese, dedicato dall’autore a coloro che “amano senza parole”, mentre vede prolungarsi un ripetuto breve addio, sulle rive del mare, tra un marito ansioso di restare solo a pescare e la moglie che continua a rinviare il rientro in cucina, riattaccando il discorso. Anche qui vibra una voce spasmodicamente interessata al linguaggio, che tende la rete invisibile di un sortilegio amoroso a imprigionare coi ritmi della sua partitura il movimento, legando le due figurine struggenti nel notturno marino.

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Recensione da "Il giornale del festival"
da www.santarcangelofestival.com
Convince "Mari" della Compagnia Pubblico Incanto
Frammenti di un discorso amoroso in dialetto
di Annalisa Sacchi

L’uomo è di schiena, seduto su una cassetta di legno. Un secchio e una lampada di fianco. Rumore di risacca. L’uomo si volta, trattiene un filo di nylon teso per pescare, piantato nella platea. Il confine tra il pelago e la riva è segnato dalla linea del proscenio. La donna emerge dal buio dello sfondo, è notte e vuole riportare il marito a casa, vuole che ceni con lei. Sono Tino Caspanello e Cinzia Muscolino, della Compagnia Teatrale Pubblico Incanto, in scena fino a stasera al teatro Petrella di Longiano con Mari. Lui è ruvido, vuole rimanere solo. Le parole sono spezzate da lunghi silenzi, che nel testo di Caspanello, vincitore del Premio Riccione della giuria, erano indicate dall’autore in forma di vuoti tra parentesi. Luoghi di sottrazione linguistica, in scena sono apnee che restituiscono l’essenziale di una forma di emarginazione dall’altro. La parola sembra zavorrare i personaggi, il suo punto di caduta è sempre esterno alla comprensione dell’altro, congela ogni slancio. Caspanello dichiara di voler “far passare le cose in cui si crede senza nominarle, perché nell’atto di nominarle vengono meno”. La trama, dunque, è ricamata principalmente sulla filiera prossemica, gesti abortiti per paura o pudore, che sembrano tradurre in scena un’eco sghemba e delicata di certi scambi tra Keaton e la Masina. Il confine del corpo dell’altro è solo lambito, le mani si fermano un attimo prima di incontrarlo. Due esistenze piccole piccole, proiettate sul mistero di un mare notturno che non riescono a vedere, e che per questo diventa un pretesto quando bisogna trovare qualcosa di cui parlare. L’acqua si fa sinapsi capace di mettere in relazione i corpi, quando lui invita la donna a esplorarne la superficie. C’è un gesto di intimità quasi erotica in queste mani che guidano altre mani alla scoperta, e lei che si schermisce ritraendosi imbarazzata. La partitura lirica è scandita dall’ “allora io vagghiu” con cui la moglie fa per accomiatarsi, e dai pretesti che continua a rincorrere pur di rimanere accanto all’uomo, Sherazade afasica le cui storie non interessano più il sultano. Nell’uomo si manifesta più chiara la scissura tra un’esistenza intima, un canto interiore appena sussurrato, e una figura come intagliata nel legno. Il progredire dei rapporti tra i due coincide allora con le reazioni di lui, col suo progressivo stemperare l’insofferenza verso la compagna, giungendo a trattenerla nei momenti finali. Anche la condivisione dello spazio è sofferta, lui rincasa sempre che lei già dorme, dividono il letto come estranei. È lei a incrinare per prima l’artrosi del rapporto, gli confida che, a volte, lo aspetta sveglia, lo ho ascoltato agitarsi nel sonno, persino parlare. E in questo parlare, una volta, invocare distintamente il nome di lei. Quando lui dorme, lei riesce a toccarlo, quando lei non lo vede, lui la ascolta cantare. Devono incontrarsi fuori dal discorso, fuori da una quotidianità meccanica che li fa estranei. Basta una trasgressione, e di nuovo le mani si intrecciano a pelo d’acqua.

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