Articoli e interviste
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- Scritto da Maria Dolores Pesce
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La Legge 180, la cosiddetta Legge Basaglia, che ha sancito la progressiva chiusura, sono ormai quasi quarant’anni, della rete manicomiale italiana è una di quelle normative che profondamente, e se vogliamo anche inaspettatamente, si sono radicate nel sentire comune della nostra Società che paradossalmente ha quasi perso la consapevolezza che tale iniziativa fa dell’Italia praticamente un unicum nel panorama della psichiatria mondiale.
Diverso il discorso per quanto riguarda il variegato insieme di esperienze, e di connesse competenze anche innovative, che hanno maturato e reso possibile una conclusione di quel genere, sorta di loro suggello comune. La memoria di tale fervore, coerente con quel clima di profondo rinnovamento che percorreva negli anni settanta l’intera società italiana, sembra essersi in gran parte persa insieme a quella temperie che allora la motivava e stimolava.
Eppure rinnovare tale memoria e renderne di nuovo partecipe questa nostra contemporaneità
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- Scritto da Emanuela Ferrauto
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La drammaturgia contemporanea cinese ci spinge ad osservare un progetto che rivela un’importanza culturale fondamentale, se analizzato attraverso diversi punti di vista, e cioè quello della lingua, della traduzione e della pubblicazione della drammaturgia straniera in Italia. Galleria Toledo ospita a Napoli il progetto teatrale legato all’Università “L’Orientale”, in collaborazione con l’Istituto “Confucio”, con l’ A.D.I.S.U. e con la Fondazione Banco di Napoli. Due date, 12 e 13 maggio: lo spettacolo appare come prodotto conclusivo di un percorso laboratoriale, i cui nomi di riferimento sono Lorenzo Montanini, per l’adattamento e la regia, e Maria Cristina Pisciotta per l’ideazione ed il coordinamento del progetto. In questo contesto, dunque, sarebbe banale analizzare tecnicamente l’interpretazione attoriale dei numerosissimi giovani presenti sul palco, nonostante alcuni di essi dimostrino grande presenza scenica e padronanza del luogo teatrale, oltre che del pubblico. Inevitabile dover utilizzare una chiave di lettura diversa rispetto all’osservazione messa in pratica, di solito, davanti agli attori professionisti. Il testo, che in origine riporta il titolo di “Ok, borsa!”, fa parte della “Trilogia della borsa” firmata dal commediografo, sceneggiatore cinematografico e televisivo Zhao Huanan, che nel 1993 esplode con grande successo grazie a questo scritto, il cui titolo modificato in “Per un pugno di azioni” identifica specificatamente lo spettacolo osservato. La riapertura della Borsa Valori
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- Scritto da Maria Dolores Pesce
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Si è tenuta lunedì 27 aprile, nei nuovi spazi del genovese “Museo Biblioteca dell’Attore”, la presentazione degli atti del convegno su Luigi Squarzina svoltosi nell’ottobre 2012 presso la Fondazione Cini di Venezia ed oggi, finalmente, riuniti nel volume “Luigi Squarzina, studioso, drammaturgo e regista teatrale” a cura di Maria Ida Biggi. È questo, forse, il primo tentativo di dare organica “ragione” della poliedrica attività di quest’uomo di teatro, semplicemente ma credo anche coerentemente mi piace definirlo così, romagnolo di famiglia, livornese di nascita e romano di adozione, scomparso due anni prima nel 2010, a ottantotto anni dopo aver dunque attraversato molte, e tra le più importanti, stagioni del teatro italiano.
Sotto la presidenza di Alberto Beniscelli, dell’Università di Genova, e di Eugenio Pallestrini, presidente del Museo Biblioteca dell’Attore, ne sono stati autorevoli “commentatori” Guido Davico Bonino e Marco Sciaccaluga, che di Squarzina è stato collaboratore negli ultimi suoi anni di direzione a Genova. Ha partecipato, oltre ovviamente alla curatrice del volume, anche Silvia Danesi Squarzina.
Luigi Squarzina è stato, come noto, uomo dai molteplici interessi ma di grande coerenza e onestà intellettuale, e
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- Scritto da Maria Dolores Pesce
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Si dirà che con la morte di Judith Malina, spentasi a New York il 10 aprile scorso, si è definitivamente consumata e chiusa un'esperienza “rivoluzionaria” o addirittura “anarchica” ed “eversiva” del teatro contemporaneo, quasi che, in fondo, si mascherasse con difficoltà la voglia inconfessata di liberarsi finalmente, forse anche da parte di chi ne sembrava più vicino, di una esperienza che con coerenza e testardaggine ci ha messo senza sosta di fronte alle nostre colpe e alle nostre mancanze, alle colpe e alle mancanze di una Società incapace di liberarsi dalle sue oppressioni.
Lo faceva nella maniera più eversiva possibile, a partire dalle nostre coscienze, dalle nostre identità, mettendole profondamente in tensione, esteticamente ed artisticamente, fino a scontrarsi con i limiti e le incoerenze di una visione del mondo, una visione del mondo che rende noi ed il mondo stesso ingiusti e infelici, talmente introiettata da diventare “naturale” e indiscutibile.
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- Scritto da Maria Dolores Pesce
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Non sempre anniversari e ricorrenze superano il circolo ed il circuito della celebrazione rituale. Qualche volta, spesso direi nel caso del Teatro della Tosse di Genova, sono l’occasione di una crescita e di un rinnovamento alimentato da ancora forti radici, sono l’occasione di un ripensamento fecondo che è anche una nuova apertura a ciò che lo circonda.
Così nel giorno che avrebbe festeggiato i 94 anni di Emanuele Luzzati, il 3 giugno, e nell’anno che vede Tonino Conte compierne 80 (e la Tosse 40), Emanuele Conte ed il suo staff sono riusciti a recuperare alcuni degli elementi fondativi del teatro della Tosse, ovvero del Teatro tout court, elementi che avevano caratterizzato appunto i due fondatori, come l’apertura e l’ascolto della propria comunità non nel senso di una passiva adesione, ma come stimolo creativo condiviso, quella capacità cioè di ascoltare ed insieme di donare che è, o dovrebbe essere, nell’essenza di ogni teatrante.
Lo hanno fatto con questa bellissima “Favola del flauto magico” che riesce di nuovo ad amalgamare i fondamenti
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- Scritto da Daniele Stefanoni
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L’umorismo, lo sforzo ginnico, la tecnologia. Poi la musica giusta, mai piatta né scontata, qualche coup de théâtre e lo stile di David Parsons sembra spiegato. Sembra. In realtà c’è molto di più sotto la superficie così patinata. Lo spettacolo si chiama semplicemente “Parsons Dance Tour” ed è ormai un marchio di fabbrica, capace di riempire lo sterminato Teatro degli Arcimboldi a Milano per tre sere (26-28 marzo) come solo certi musical nazional popolari riescono a fare. Ma non è una novità, il miracolo si ripropone ogni anno al suo arrivo, sa attrarre lo studente di danza, la casalinga, il critico teatrale e il dopolavoro aziendale.
Ma Parsons la sa lunga, non si accontenta della ricetta facile. E’ astuto, senza dubbio. Sa riproporre i suoi pezzi forti, come “Caught” (1982), creato per se stesso e giocato sull’effetto scenico della sorpresa. Le luci stroboscopiche a intermittenza colgono il ballerino nel culmine dei salti, come sospeso in aria. L’ovazione