Nel cuore di un bosco antico, un luogo che non è scenografia ma organismo vivente, si consuma una tragedia che precede il linguaggio e sopravvive al mito. Il bosco non è sfondo: è corpo, è coro, è testimone. Le sue radici tremano come nervi scoperti, le foglie si ritirano come occhi che non vogliono vedere, i tronchi si piegano come colonne che cedono sotto un peso invisibile. È un mondo che sente, reagisce, soffre. È un mondo che sa. In questo spazio vivo e ferito, Eco e Narciso non sono personaggi: sono due estremi di una stessa frattura. Eco è voce che si assottiglia, presenza che si sfibra, corpo che perde peso fino a diventare quasi aria. Ogni suo tentativo di parlare è un “io…” che non trova pareti, non trova ascolto, non trova mondo. La sua voce rimbalza nel vuoto, si spezza, si dissolve. Eco è la tragedia dell’invisibilità: esiste, ma non viene vista; chiama, ma non viene ascoltata; ama, ma non viene riconosciuta. Narciso, al contrario, è luce. Una luce sbagliata, terminale, divina e malata. Una luce che non illumina: brucia. Una luce che non salva: consuma. Una luce che cresce nel suo petto come un seme di rovina, come un bagliore che non appartiene a un ragazzo ma a un destino. Narciso non vede Eco perché non vede nulla: è rapito da sé stesso, dalla propria immagine, da un riflesso che smette di essere immagine e comincia a muoversi come un animale trattenuto, come un volto che vuole nascere. Il Fiume osserva. Tace. E il suo silenzio è un presagio. Quando finalmente parla, non parla come un dio che giudica, ma come un mondo che ha già visto troppe tragedie per stupirsi ancora. La sua profezia non salva: rivela. Rivela che chi ama la propria immagine amerà la propria fine. Rivela che chi non vede chi lo ama sarà l’ultimo a cadere. Rivela che la metamorfosi non è un premio, ma una conseguenza. Le ninfe, testimoni e coro, oscillano tra il terrore e la pietà. Non possono intervenire. Non possono fermare ciò che è già scritto nel ritmo del mondo. Sono voci che si intrecciano, che si spezzano, che si alzano come un lamento rituale. Sono la coralità del mito, la sua memoria, la sua eco collettiva. La luce nel petto di Narciso cresce fino a incrinarsi. Il suo corpo si svuota, si assottiglia, si spezza. La pelle non contiene più. Le vene diventano fili d’acqua. Ogni pulsazione porta via un pezzo di lui. Il mondo trattiene il respiro. Il bosco si immobilizza. Eco tenta un ultimo gesto, un ultimo “io…”, ma la voce non trova più corpo. E Narciso cade. Non in avanti. Non di lato. In basso. Come se la terra stessa lo consegnasse al Fiume. Come se l’acqua lo reclamasse come un figlio perduto. Come se il mondo intero stesse compiendo un rito antico, inevitabile, crudele. La superficie dell’acqua si richiude. Il silenzio è totale. Le ninfe tacciono. Il bosco si ferma. Eco resta sola accanto a un vuoto che non può più chiamare. Poi, lentamente, la terra si apre. Non come una ferita, ma come un parto. Dal punto in cui Narciso è scomparso emerge un gambo sottile, un bocciolo pallido, un fiore bianco. Il Narciso. Non è resurrezione. Non è consolazione. È la forma della sua assenza. È la bellezza della sua rovina. È ciò che resta di chi non ha visto. Eco si inginocchia accanto al fiore. Tenta un ultimo “tu…”, ma la voce non trova più pareti. Il fiore non reagisce. Non la riconosce. Non deve. Perché il fiore non è Narciso: è il residuo della sua caduta, la forma del suo errore, la metamorfosi della sua cecità. Il mito si deposita come polline, come silenzio, come una ferita che non guarisce. Il bosco riprende a respirare. Il Fiume scorre piano, come se avesse paura di muovere il ricordo. Le ninfe si alzano lentamente, come se il mondo fosse diventato più pesante. Eco si dissolve, non per scomparire, ma per diventare ciò che è sempre stata: una voce senza pareti, un richiamo che non trova risposta, un’eco che sopravvive al corpo. Io … Eco è un dramma in un atto unico sulla distanza tra chi chiama e chi non ascolta, tra chi vede e chi non viene visto, tra la voce che si spegne e la forma che resta. È un rito di metamorfosi, di luce sbagliata, di desiderio che non trova appiglio. È la storia di un mondo che reagisce alla mancanza di relazione. È la storia di una voce che non arriva. È la storia di un fiore che nasce al posto di un corpo. È la storia di un “io” che non diventa mai “noi”.