La pièce rielabora in forma teatrale, comica e rituale la celebre novella di Boccaccio dedicata a Frate Cipolla, contenuta nel Decameron. Nel borgo toscano di Certaldo, l’arrivo del frate è un evento atteso come una festa: Cipolla è un predicatore attore dalla lingua brillante, capace di trasformare ogni piazza in un palcoscenico e ogni reliquia in un prodigio. Quest’anno promette di mostrare la penna dell’angelo Gabriele, caduta dal cielo durante l’Annunciazione. Prima della predica, Cipolla si prepara nel suo camerino improvvisato, come un attore consumato: prova la voce, studia il proprio riflesso, accarezza la cassetta di seta che custodisce la presunta reliquia. Accanto a lui c’è Guccio Imbratta, novizio affamato, distratto e incapace di custodire qualsiasi cosa. Nel borgo, due giovani burloni, Giovanni e Biagio, decidono di metterlo alla prova. Approfittando della goffaggine di Guccio, rubano la penna e la sostituiscono con dei carboni neri, convinti di smascherare il frate davanti a tutta la piazza. Quando Cipolla apre la cassetta e scopre il furto, ha un solo istante di smarrimento. Poi, con la maestria di un attore nato, trasforma la trappola in un prodigio: annuncia che Dio, in vista della festa di san Lorenzo, ha voluto che lui portasse non la penna, ma i carboni del martirio del santo. La folla esplode in devozione, si inginocchia, chiede di essere benedetta. Cipolla però benedice solo i fedeli che pagano, in denaro o in doni: formaggi, monete, corde, noci, tutto ciò che la piazza può offrire. E trattiene per sé la quasi totalità delle offerte, lasciando al convento solo una parte minima, simbolica, “per le opere di bene”. Il resto finisce nella sua bisaccia, insieme al formaggio sottratto al novizio, che resta affamato e sconsolato. Nel camerino, dopo lo spettacolo, Giovanni e Biagio entrano per confessare la burla. Ma Cipolla li disarma con un monologo accorato e irresistibile: spiega loro che il mondo non si cambia con la forza, ma con la storia, con la parola, con la capacità di trasformare un carbone in un miracolo. Li convince che la vera libertà sta nel rinunciare a ciò che credono di possedere. I due, affascinati e confusi, gli consegnano tutti i loro risparmi e perfino la penna rubata. All’alba, la piazza si risveglia piena di fedeli che si toccano la fronte segnati dal carbone, convinti di essere stati benedetti dal fuoco del santo. Giovanni e Biagio camminano come uomini cambiati, Guccio finalmente ottiene un pezzo di pane, e Cipolla, con la bisaccia gonfia e il sorriso di chi ha vinto un’altra battaglia, riparte verso la prossima piazza. La leggenda del miracolo dei carboni, nata da una burla e trasformata in rito, si diffonde nel borgo come un profumo buono. Così la novella di Boccaccio diventa teatro: un gioco di inganni, fede, comicità e parola che continua a brillare come una scintilla viva.