Il protagonista è un uomo ancor giovane che vive a Vezzano Ligure nel borgo superiore come una presenza sospesa tra luce e ombra. Non lavora, non cerca, non vuole: la sua inutilità è una forma di saggezza. Ogni giorno si siede sul suo muretto, guarda il Golfo dei Poeti e celebra la liturgia del non fare. Il paese lo osserva con un misto di stupore e affetto: il panettiere, il barista, il postino, i gatti, le ombre, il vento, il silenzio e soprattutto il crepuscolo, che lo riconosce come uno dei suoi. Il divano della sua casa è un maestro che cigola come un profeta stanco, la fontana gli parla con gorgoglii, il vento gli porta messaggi che non servono a nulla, le ombre si siedono accanto a lui come compagne di un rito antico. Il paese, che corre troppo, inizia a imitarlo: si siede, respira, ascolta, non fa nulla. Senza volerlo, il Felice diventa guida, narratore, custode dell’inutilità, sacerdote del crepuscolo. La sua vita è un lento tramonto: non muore, non sparisce, ma si dissolve nella luce che scende. Nel finale, il crepuscolo lo chiama per nome e lui accetta di diventare parte del paesaggio: vento, silenzio, ombra, pietra, muretto. Ogni sera, quando la luce svanisce, il paese sente un cigolio lontano: è lui, che continua a sedersi, a riposare, a non fare nulla, illuminando Vezzano con la sua inutilità felice.