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"Tutto per bene" e l'eterno ritorno del sempre uguale

Nei cento anni che passano tra  il 1850 e il 1950, doveva essere folto il gruppetto di fantasmini che si aggirava in Europa, al seguito del più famoso collega segnalato da Marx. Dal sottosuolo dei ghetti delle culture più progredite e dal profondo delle coscienze migliori, a far sentire la loro forza propulsiva c’erano anche le spinte di liberazione delle donne e degli ebrei, che aspiravano a ruoli civili riconosciuti, minacciando  da presso la compagine di un sistema già in crisi. A parte Stuart Mill, Ibsen e Strindberg ( 1869 “La schiavitù delle donne”, 1879 “Casa di bambola”, 1888 “Signorina Giulia”) al protagonismo femminile “si allude senza dichiarazioni, le attrici interpretano ruoli maschili, i ruoli maschili si femminilizzano, mentre una diffusa misoginia s’impadronisce della cultura europea”. Nel 1888 Nietzsche termina “Ecce homo. Come si diventa ciò che si è”, dove spiega la genesi della teoria dell’ “Eterno ritorno”, il movimento circolare dell’impulso di volontà ad agire. La sua filosofia rispecchia la perdita del senso dei valori originari con quello della capacità di essere liberi; la prospettiva di vivere accettando uno stato di sospensione e di incertezza sui nuovi valori da assumere; l’attesa di recuperarne di nuovi vivendo, calandosi risolutamente nella vita, per verificare a qualsiasi costo e serenamente che cosa abbia ancora un peso reale. Circolano, spesso fraintesi, concetti forti come “Superuomo”, “Volontà di Potenza”, “Al di là del Bene e del Male”.   Nel 1905 Freud pubblica a Vienna “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” in cui tratteggia le comunicazioni verbali dell’inconscio rimosso. Intanto nel nostro Paese la scienza freudiana tarda ad arrivare e la sostituisce, impropriamente e assai malauguratamente, la diffusione di opere di Bachofen e Weininger. Sarà “La Voce” a veicolare così il mito del “Genio e della Maschia forza” nella vita culturale del nostro Paese, contagiando un numero interessante di teste perfino pensanti, sui temi della condanna metafisica della donna, simbolo del nulla, e dell’ebreo che non crede in niente. Nel 1903 arriva “la difesa della purezza della razza” propugnata dalla rivista “il Regno” : un’ ideologia nata ufficialmente nel 1884 dalla strategia, imperialista e foriera di enormi sventure, della Società coloniale tedesca e della Lega Pangermanica, che si arrogano il diritto al dominio di popoli inferiori, fondandolo su di una pretesa superiorità razziale.
In questi enunciati si nascondono già tutte le ossessioni che assilleranno fino ai nostri giorni le intelligenze più percettive ed eticamente orientate.
Nel 1906 Luigi  Pirandello  scrive una novella intitolata “Tutto per bene“ in cui una moglie infedele, con la complicità dell’amante (un politico rampante e affermato, un tempo allievo dello scienziato famoso che fu suo padre) riduce il marito, ignaro e innamorato, al ruolo odioso di subalterno, amico e protetto di costui. Sotto l’ala dell’ uomo politico la vita della coppia sembra trascorrere senza disagi, finchè  la signora non muore, lasciando una bimba piccola e un marito schiantato dal dolore, ancorché,  fortunatamente, in carriera. Il rapporto fra i due uomini sembra farsi più stretto e cordiale, mentre, va da sé, l’antico amante prende ad assolvere, in modo fin troppo largo e generoso, il ruolo paterno nei confronti della piccina, che crede sua. Con gli anni, essendo riuscito ad alienare al padre, incautamente tollerante e mite, la confidenza e la considerazione della ragazza,  le lascerà finalmente  intendere l’antica relazione con la mamma, la titolarità della sua paternità e una utilitaristica complicità del povero padre inconsapevole. Si arriva al giorno delle nozze della ragazza attraverso un crescendo di atteggiamenti sprezzanti  e autoritari che comprimono il padre, a torto denigrato, in un deserto di dolorosa emarginazione. Però…..
Nello stesso 1906 Sem Benelli (che conosceva benissimo il tedesco e il francese come Pirandello) affida alle scene “Tignola”, una sua commedia crepuscolare che adombra, con sviluppi narrativi diversi, un tradimento analogamente odioso:  l’affascinante compagna di un giovane mite, sensibile e colto, alter ego di un rampante politico, si offre cinicamente al  “boss” del fidanzato, procurando al giovanotto un profondo  trauma emotivo e morale. Ad avvicinare le figure dei protagonisti di sesso maschile, oltre al fatto che essi configurano  con chiarezza sconcertante la struttura dell’io epico di Szondi, è l’evoluzione imprevedibile del loro aspetto:  dotato di “una squisita cordialità dei modi , per l’indole mite che gli traspariva dallo sguardo, dal sorriso, dai gesti e per la correttezza anche esteriore delle persona linda, curata con diligenza amorosa” l’eroe di Pirandello, che ritroveremo più tardi “con una faccia da morto, gli occhi fissi e quasi insensati”, scosso a tratti e tutto preso a mormorare tra sé parole inintelligibili accompagnate da qualche rapido gesto. Il protagonista di Benelli ci appare in prima istanza come un “giovane elegantissimo in abito chiaro da mattina” e uscirà di scena ridotto a  “persona senza età, incurvata, giallognola, che si pasce di libri come l’insetto che dà nome alla commedia “.
In “Illustratori, traduttori, attori” Pirandello paragona il contenuto di un testo al corpo e la forma all’anima, per affermare : “Mutando il corpo, cioè il pensiero, si muta anche l’anima, cioè la forma”.
In questo senso i due personaggi evocano quelle creature che “morendo un poco ogni giorno” si annunciano diametralmente opposte a coloro che, dannunzianamente (e nietzschianamente) parlando, “nascono ogni mattina”: mentre si manifesta l’“inetto” novecentesco, si dichiara anche un fallimento, una rinuncia alla personale creatività, di cui l’eros è, ovviamente, un ottimo catalizzatore. Se Tignola è stato definito un ”vero idolo polemico, inalberato per oggettiva storica protesta”, ecco che l’eroe pirandelliano intraprende un percorso affine, che è “di distruzione della ragione storica  e di affermazione del principio di creatività, applicato all’operare politico e sociale“.
Le signore, invece, oltre a disporre entrambe  di una certa avvenenza,  sono dotate di carattere forte e lucida coscienza di sé: caratteristiche così maschili  da apparire temibilissime per gli uomini d’allora, colti nel disorientamento di una crisi di valori così rivoluzionaria da sospingerli sull’orlo una fase psichica dissociativa epocale. Sono queste donne, però, a divergere profondamente nella tipologia umana, cogliendo, nella loro essenza, il  diverso tratto del milieu d’appartenenza dei due drammaturghi: ragazza di provincia, ma colta, raffinata e con un sincero desiderio di indipendenza che la porterebbe ad insegnare la prima, invece donna di mondo vanitosa, cinica e superficiale, vagamente perversa, la seconda: i protagonisti di Pirandello appartengono visibilmente ad un milieu borghese, cattolico, al massimo liberale; quelli di Benelli all’ambito della militanza socialista. Il fascino del potere resta in entrambi i casi ciò  che attrae le signore , sebbene Pirandello sappia cogliere nella sua protagonista il piglio di un femminismo in fieri, subito scoraggiato dai dispositivi  di interazioni abitate da strutture di dominio maschile: “Rivelava parlando un ingegno lucido e preciso, un’anima imperiosa; ma quella lucidità man mano era turbata e quella imperiosità vinta e sopraffatta da una grazia irresistibile che le affiorava in volto vampando. Ella notava con dispetto che, a poco a poco, le sue parole, il suo ragionamento, non avevano più efficacia poiché chi stava ad ascoltarla era tratto piuttosto ad ammirare quella grazia e a bearsene. Allora, nel volto infocato, un pò per la stizza, un po’ per l’ebbrezza che le provocava suo malgrado il trionfo della sua femminilità ella si confondeva (…); scoteva con una rabbietta il capo,si stringeva nelle spalle e troncava il discorso, dichiarando di non saper parlare, di non sapersi esprimere..
Intuizione non da poco da parte dello scrittore, che consentirà di percepire, nel resto della vicenda, qualche incompreso moto di riscatto, accennato dalla signora, a mano a mano che  arrivava a concepire la  mostruosità dell’impostura esercitata dall’amante.
Si tratta, ad ogni modo, di una lettura partecipe e percettiva degli stati d’animo di un femminile ancora in via di smascheramento del proprio stato di oggetto.
Questo modello relazionale fra i sessi e la stessa vicenda - con corollari e titoli diversi (figli, denaro, carriera, padre scienziato, onore, complicità del marito, morte della moglie (n.b. mai del marito) – non sono però nuovissimi: anzi possiedono una puntualità storica nel tornare a manifestarsi in concomitanza di una crisi politica e sociale e sembrano stare ad indicare, tutti insieme o separatamente, il ritorno di contenuti censurati, concernenti il sesso,  un’ideologia politica, un’etica sociale.
A questa categoria appartengono la novella di Guy de Maupassant “Les bijoux del 1883, il dramma di Ibsen “L’anitra selvatica” del 1884, la commedia di Giacinto Gallina “La famegia del Sàntolo” del 1892, ma seguiranno ancora un testo Pirandelliano del ’19, “L’uomo la bestia la virtù”, fino a “Questi fantasmi” di Eduardo’ del 1946 e, con qualche rovesciamento, “Filumena Maturano”, dello stesso anno.
Ma nel suo “Tutto per bene” Pirandello”, quando nel 1919 ne farà un’opera teatrale, riesce a declinare tutte le debolezze che hanno travolto la politica giolittiana, nei lunghi anni di governo della nazione insieme a tutte le tendenze culturali più avanzate, in chiave non di rado parodica . Si sente perfino che Mussolini è alle porte.
Ad aprire l’azione è, emblematicamente, un personaggio di cui non s’è ancora detto: la suocera del protagonista, una superdonna ricca e imperiosa che abbandonò la figlia e il marito scienziato (noioso e dunque ben lontano dal rappresentare la serenità e la creatività della “Gaia scienza”) per un altro compagno, poi marito, da cui ha avuto altri figli maschi. Costei, capricciosa e irrazionale,  si presenta impudentemente alle nozze della nipote (che non ha mai visto in vita sua) con propositi biecamente opportunistici. Quest’ottica di consumo dei rapporti e dei sentimenti, viziata dal mondo mercantile, in qualche modo adombra una parodia dell’impianto nietzschiano sull’ al di là del bene e del male e dell’eterno ritorno del sempre uguale (affine ma non uguale al“ rimosso” freudiano):  la nipote che sta perseguendo un cinico matrimonio d’interesse non è che una replica degli errori della madre e della nonna: come non pensare a Klimt e al suo ironico “Le tre età della donna”?  Vero è che Pirandello si abbatte con ferocia su queste figure femminili così attente alla loro fortuna e verrebbe da pensare ad un  bisogno di rimozione tutto suo:…sono gli anni in cui il dissesto finanziario di casa Pirandello disperde la dote di Antonietta Portolano, moglie di Luigi, conferendo un vero colpo di grazia all’equilibrio di lei, reso precario dalle insicurezze che le venivano dal suo isolato smarrimento dentro la grande città, lontana dalle rassicuranti presenze di una dorata e raccolta gioventù di provincia.
Ma l’incertezza della paternità sembra davvero un bel tiro alla difesa della purezza della razza, mentre l’irresolutezza del protagonista maschile ha un impianto edipico freudiano così forte da sembrare uno sberleffo al superuomo, suo rivale….Fintantochè , in chiusura di dramma, il protagonista che ha scoperto tutti i passaggi di caduta del suo passato (ecco…ecco…ecco) sembra scuotersi dalla sua prostrazione, per l’appunto di “ecce homo” , decidendo nietzschianamente di affrontare e smascherare la realtà che lo accusa “entrando nella parola matura, maturando il confronto con la cosa stessa”, (Heidegger “Nietzsche” Adelphi, pag. 235).
Quanto sia davvero troppo tardi, sarà l’ avvento del regime  a raccontarlo, pochissimo tempo dopo.

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