Opera Pezzentella

Il complesso di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco di Napoli: lunghissimo nome per un luogo già descritto ad aprile scorso. Suggestiva la location, inimmaginabile l’uso del luogo. Dopo il successo di CANTE E SCHIANTE, torna in scena, il 16 e 17 giugno,

Mimmo Borrelli, con OPERA PEZZENTELLA, di cui è autore e regista, e in minima parte interprete.
Accettiamo volentieri l’invito alla visione di questo spettacolo, pur essendo alle prese con il Napoli Teatro Festival Italia 2014: tra tantissimi spettacoli inseriti nel programma festivaliero, Borrelli va in scena parallelamente allo “show principale”. Il risultato? Grandissima presenza di pubblico, di critici e soprattutto di turisti che prendono la palla al balzo, vivendo un’esperienza straordinaria, in uno dei luoghi più misteriosi ed importanti della Napoli popolare. Il lavoro di Borrelli è monumentale e non esiste parola migliore per descriverlo. Non solo l’utilizzo di una lingua e di un dialetto, quello di Bacoli, zona cumana a nord della grande città, ma riesce ad unire studi antropologici, tradizioni, leggende, letteratura e storia. Contemporaneo viaggio dantesco agli inferi, poiché la cultura meridionale, non solo quella campana, ha un legame particolare con le anime dei defunti. Ma a Napoli di più. E non solo. Basti pensare alla leggenda che indica nella zona tra Cuma e Pozzuoli l’entrata agli Inferi, luoghi in cui cresce e si forma lo stesso Borrelli e da cui provengono i ragazzi, attori dello spettacolo. Il titolo deriva dalla dicitura “anime pezzentelle”, cioè le anime abbandonate: il cimitero delle Fontanelle, posto nel Rione Sanità, altro non è che un luogo sotterraneo costituito da ex cave di tufo, in cui vennero ammassati i cadaveri di 40.000 persone decedute per le epidemie di peste diffusesi nel Seicento e nell’Ottocento. Poiché era impossibile seppellirle, furono riposte in questi grandi spazi, ma nell’Ottocento le ossa e i crani vennero sistemati ordinatamente. La tradizione vuole che in quei luoghi si svolgesse il rito delle “anime pezzentelle”, i devoti, cioè, sceglievano un cranio o “capuzzella” e ne rimanevano legati per tutta la vita, chiedendo protezione e grazie. Ancora oggi la tradizione popolare vuole che, passando davanti alla Chiesa del Purgatorio ad Arco, la cui entrata è posta in una delle vie storiche  più famose di Napoli,  via dei Tribunali, lontana dal Rione Sanità e dal Cimitero delle Fontanelle, i Napoletani siano soliti accarezzare i teschi in bronzo posti all’entrata della chiesa. Anche questo sito conserva un ipogeo, a cui si accede dalla chiesa, in cui sono riposti alcuni teschi oggetto di devozione popolare: uno di questi, denominato Lucia ( nonostante pare sia appartenuto ad un uomo) è riconosciuto come portatore di grandi grazie, poiché appartenuto ad una giovane che, non appena sposata, morì non riuscendo a consumare il matrimonio. Ecco perché il teschio è conservato con un velo da sposa. Da qui nasce l’Opera del Borrelli. Complesso comprendere la cultura napoletana che inevitabilmente è sempre caratterizzata da una commistione tra religiosità, paganesimo, tradizione. L’autore conosce bene la propria cultura e crea una storia che in nessun altro luogo potrebbe essere messa in scena, se non presso la Chiesa del Purgatorio ad Arco. Ogni cento anni il Purgatorio ha bisogno di una giovane “Lucia”, guida e simbolo di purezza senza pace che fornisce potere al Purgatorio. In questo luogo le anime pezzentelle  sembrano irrequiete: alcune di loro sono riuscite ad uscire fuori dalle mura della chiesa, si sono mescolate ai mortali, facendo infuriare il custode, cardine ed unione tra i vivi, i morti, il diavolo. Le anime sono rimaste senza guida e attendono la nuova venuta di Lucia, poiché entro 24 ore bisognerà trovarla, per evitare che il diavolo faccia sprofondare tutto il Purgatorio. Lo spettacolo, complesso, faticoso, articolato, ha bisogno necessariamente di una guida scritta, poiché la difficoltà della lingua, non solo per i non Campani ma anche per gli autoctoni, è notevole.  L’ambiente e l’eco della Chiesa purtroppo non aiutano la buona comprensione delle frasi, che recitate e spesso urlate, amplificate inoltre dai microfoni,  si “deformano” nella rifrazione del suono, rimbalzando sulle pareti, sovrapponendosi. Il testo è recitato interamente in versi, con particolari giochi di parole, rime, e soprattutto con un’attenzione fondamentale alle sonorità linguistiche. Il percorso inizia in sagrestia, poiché ben tre luoghi della chiesa vengono sfruttati in tutte le loro potenzialità. Questo permette al pubblico di spostarsi, di osservare l’intero complesso, di immedesimarsi pienamente nell’atmosfera mistica e misteriosa. Quando inizia lo spettacolo le porte si chiudono, i rumori della città non entrano: gli spettatori sono davvero scesi agli Inferi. Lo stretto passaggio per accedere alla sagrestia è illuminato da candele. Gli spettatori vengono posti al centro dell’ambiente, circondati dagli scranni e dagli armadi lignei: sopra, cinque statue che hanno preso vita, cinque attori, cinque peccatori. Il custode, la Perpetua e Padre Rocco, innamorati e peccatori, il Siggettaro Ghiastemmatore ( colui che dava in affitto le sedie e bestemmiava), il Cancelliere avaro. Inizia il racconto, le anime scendono tra il pubblico e lo invitano ad entrare in Chiesa. La sensazione è quella di vedere realmente delle anime, dei corpi macilenti, di sentire l’odore putrido della morte. Gli spettatori sono vicini, in uno spazio piccolissimo, gli uni accanto agli altri,  ascoltando i respiri, mentre il silenzio incombe e le anime urlano e si straziano. La navata della chiesa diventa palcoscenico principale dell’intero racconto-percorso- spettacolo in cui la giovane Lucia, la nuova Lucia, si ritrova catapultata nell’oltretomba senza comprendere il perché. Il percorso verso l’ipogeo,  l’accettazione da parte delle anime della nuova guida, ma soprattutto la consapevolezza della stessa Lucia di essere morta, completerà il viaggio. Suggestivo l’utilizzo degli spazi interni alla chiesa, delle luci, delle musiche: tutto contribuisce alla realizzazione di una vera opera monumentale. Ogni cappelletta, ogni confessionale, ogni pulpito viene utilizzato e sfruttato dagli attori per raccontare i peccati e le vite di queste anime in pena. In alto, sul pulpito adibito all’organo, c’è anche il diavolo: Borrelli e la sua maschera cornuta e caprina incutono terrore al pubblico sottostante e alle povere anime che, cominciano a dimenarsi ad ogni apparizione del Signore del Male, come se i residui di anima vitale si contorcessero animosamente dentro le loro membra macilente.
Un drappo rosso pende dal soffitto, un’anima cerca di arrampicarsi, folle, forse vorrebbe raggiungere il diavolo, capire. Il percorso dantesco, ma qui molto più popolare e meno lirico, descrive alcuni dei peccati più importanti commessi dal popolo napoletano, simbolo dell’umanità tutta: dalla superbia, nella storia di Maso e Bernardina, al libertino amatore bruciato vivo insieme alla sua sposa, alle anime non battezzate dei bambini gettati nelle fosse comuni ( affinché le madri non dichiarassero la nascita e non pagassero le tasse).Le madri di bambini morti, invidiose delle partorienti o delle donne che chiedevano la grazia materna alla “capuzzella” di Lucia, gli accidiosi e gli iracondi, gli avari, i golosi. L’ultima parte dello spettacolo si conclude nell’ipogeo. Lo spettacolo ha avvolto completamente gli spettatori che scendono le scale, giù, sottoterra. L’ingresso dell’ipogeo è di per sé, naturalmente, teatrale: due rampe di scale si dividono e aprono la vista su un’ampia camera sotterranea, in cui, non appena scendiamo, notiamo subite le anime poste, in piedi, lungo  due file. La nuova Lucia piange, coperta da un velo rosso. Il diavolo ha tolto la maschera caprina, osserva, occhiali da sole e sigaretta, ride grossolanamente, diabolicamente. In una notte di demoni e peccatori, ancora una volta la nuova Lucia è arrivata a salvare tutte le anime. L’equilibrio degli Inferi corrisponde a quello della vita terrena. Lucia salva tutti. Lo spettacolo dimostra una grandiosità di drammaturgia, di messa in scena, di coesione tra gli attori, di costruzione registica. Sorprende, spaventa, fa riflettere, coinvolge. E pensare che gli attori ( tantissimi!), provengono da un laboratorio teatrale condotto dallo stesso Borrelli. Giovani e giovanissimi, ecco le anime pezzentelle: Paolo Fabozzo, Federica Altamura, Enzo Gaito, Andrea Caiazzo, Renato De Simone, Isabella Lubrano, Sara Scotto di Luzio, Sara Guardascione, Veronica D’Elia, Riccardo Ciccarelli, Lucienne Perreca. In attesa della replica invernale. Da non perdere. ( nella foto l’ipogeo della Chiesa del Purgatorio ad Arco).

OPERA PEZZENTELLA
Complesso di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco
Napoli
16-17 giugno 2014

OPERA PEZZENTELLA
percorso di ricerca antropologica, testi, drammaturgia e creazione di Mimmo Borrelli
con Paolo Fabozzo, Federica Altamura, Enzo Gaito, Andrea Caiazzo, Renato De Simone, Isabella Lubrano, Sara Scotto di Luzio, Sara Guardascione, Veronica D’Elia, Mimmo Borrelli, Riccardo Ciccarelli, Lucienne Perreca
musiche Antonio Della Ragione
luci Cesare Accetta
scenografia Luigi Ferrigno
costumi 0770
assistente costumi Gaia Sarnataro
oggetti di scena Alovisi Attrezzature
maschere Gennaro Staiano
sound design Gianluca Catuogno
direzione tecnica Franco Acciarino, Giovanni Caccia
tecnico audio Joe De Marco
produzione Opera Pia Purgatorio ad Arco Onlus, Associazione Culturale “Sciaveca”, Progetto “Purgatorio ad Arco: un Arco sul territorio”

 

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