Drammaturgie del Trasparenze festival (parte 1)

Vivace aggregazione e coinvolgimento trasversale di spettatori – fra appassionati assidui dell’arte teatrale, ma anche no, e addetti ai lavori in gran novero – son parse essere le parole d’ordine del festival Trasparenze 2015, organizzato con operosa verve dal Teatro dei Venti di Modena. Compagine attiva esattamente da un decennio nel territorio della città emiliana, con sede nel complesso San Giovanni Bosco dove – accanto alla sala teatrale gestita dalla compagnia – si situano una casa protetta e una scuola elementare, la parrocchia e una ludoteca, la favolosa Banca del Tempo (e si veda il sito www.bancatempomodena.it) nonché un gradevole parco adiacente a diverse strade, che è stato l’epicentro della manifestazione tra ritrovi di confronto, studio ed esibizione, unitamente a partecipata festa e musica mangiando e bevendo in stringente convivialità.
Siti e situazioni che, sommandosi a un ulteriore quartetto di luoghi accoglienti le messinscene in cartellone

(di cui compio un primo resoconto più sotto), sono stati toccati tutti da una o più delle multiple attività varate all’interno della rassegna. L’intento sotteso a ciò, d’altronde, era quello di articolare una drammaturgia umana e spaziale diffusa nel tessuto cittadino, capace di raccordare delle sparse direzioni di senso rispetto al lavoro del Teatro e dello Spettacolo contemporaneo come collettore di relazioni iperintensificate, grazie a un variegato esprimersi artistico fatto “in presenza” di viventi. Benché poi presente, anzichenò, sia stata nondimeno la dimensione dematerializzata e intermediaria del mondo web e social, con laboratori per giovani da avvicinare all’indiziata Ars millenaria tramite la seduttività light e istantanea dei nuovi media digitali e mobili. Personalmente perplesso circa questa opzione 2.0 applicata con tanto fideismo all’universo teatrale oggidì, e su cui sarebbe lungo argomentare adesso, mi affido tuttavia al “Potere dell’Invisibile” che sta comunque disponendo adeguatamente il Divenire con l’aiuto di ognuno – cosciente o meno che sia di tale apporto – e di cui un sapiente come Carlo Sini si è fatto filosofico cantore in certe sue pagine o interventi memorandi. Sicché, lasciamo fare alla Digital Matrix planetaria, tanto alla fine dipenderà sempre da quanto saremo responsabili rispetto a noi stessi e ai nostri voleri autentici declinabili verso una e mille Felicità da viversi e condividere con gli altri. Dal vivo, però. Fisicamente sporgendosi, toccandosi (come addita la YOUTH cinematografica dell’ultimo Paolo Sorrentino) e sporcandosi di pelle, fiato, dolenti scorie e liberanti risa. Alla faccia di ogni interfaccia, superandoli per trovare finalmente Noi. Più vivi che mai, senza paratie e schermi. Esposti con coraggio all’Esistere.

– FUORIUSCIRE DALLA MERDA –

E vivo, pulsante e trascinante è certo Oscar De Summa con la sua cavalcata – su nera cassa stereo – in certi suoi resistibili anni ’80, contrassegnati da una quotidianità drogata di sbando, cazzeggio e soprattutto eroina. Nel suo One-Man Show STASERA SONO IN VENA (Foto di Manuela Giusto), al centro è la Puglia in cui cominciava a formarsi la criminale Sacra Corona Unita sulle basi di un disagio sociale appena mascherato dai sogni di benessere e sicurezza di allora, i quali oggi si scoprono esser stati solo cinici e bari, probabilmente. Oscar, così, racconta divertito e a tutto gas la sua personale epopea “nel sacro rito” del farsi e dello spaccio, miscelando comicamente voci e toni di personaggi diversi da cui sortisce un diramarsi multivoco di braccia che, in un amen, l’accompagnano ricreando allo sguardo la molteplicità di figure e accadimenti della drammatica vicenda. Hit cult della storia del rock intervallano la narrazione, con l’aut-attore pronto a cantarle ad un microfono che ne restituisce il timbro a mo’ di radio lontana. Altri tempi, altra realtà – si direbbero – quelli. No, nient’affatto. C’è una linea di ferita continuità. Lo spettacolo viene presentato alla Casa Circondariale di Modena, fra i carcerati in platea che si sentono bisbigliare spesso e l’interprete sul palco visibilmente emozionato. Lui è proprio qui a farci vivere, de visu e vibrante, il suo itinerario da Dead Man Walking che alla fine trova la via per morire a quel se stesso e dunque a rinascere nel miracolo di un’altra Vita, altrove. La figura salvifica di una donna straniera (per estrazione e provenienza) – la quale pure non ha scansato il suddetto “sacro rito” e neanche s’è salvata dal venire venduta per un’infernale dose – spicca il volo in un prologo alla sequenza finale di poderosa emozione e suspense: ove un gridato “Hey You” (dalla song dei Pink Floyd) è un richiamo acceso non solo a lei, imago grata e angelica, bensì al proprio Essere affinché non ne sia sepolta la luce senza lottare. Questo spiega il persistente fibrillare corporeo e sottopelle dell’attore lungo la sua performance, alla fine della quale scatta immediata la Standing Ovation dell’insieme di detenuti, scatenando un’ondata di commozione ed energia che è un avvolgente “Halleluja” nel petto e nell’animo dei presenti. Lo spettacolo è in tournée e va visto, va vissuto, per riappacificarsi con le colpe che ognuno può serbare verso di sé. Concedendosi alfine la grazia maieutica del perdono.
Una quotidianità drogata di carenze affettive e noia che fa bestemmiare, di stordimento psico-fisico e malessere esistenziale, circonfonde invece i cinque protagonisti de I RAGAZZI DEL CAVALCAVIA scritti e messi in scena da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri. Ispirandosi a un misfatto di tragiche cronache italiane del 1996, relativo a una donna uccisa da un pesante sasso lanciatole contro da annoiati giovani mentre sfrecciava sull’autostrada in viaggio di nozze. Il palco spoglio si schiude alla povertà di prospettive a cui soggiacciono quattro fratelli affiancati da uno zio che surroga in maniera giovanilistica la figura paterna. L’inizio offre subito i segni di una mancanza e limitatezza di emancipanti visioni, cogliendo i ragazzi nell’oscurità davanti a un’immaginaria parete verticale da scalare che lascia intravedere solo qualcosa d’indistinto nel loro futuro. Avvenire vago e presago d’insormontabile vacuità che essi, difatti, tracciano in maniera inconsistente lungo un presente anonimo fatto di scorrerie discotecare e/o da fast food or drink in cui sballarsi: fra sbracate partite a bowling e svaghi natalizi dal piglio infantile (i giochi con le macchinine del fratello più giovane, ad esempio), manifestando un gap comunicativo ed empatico con gli altri che s’estrinseca in un’aggressività da branco segnaletica d’insicurezze didentro. Nell’alone d’assenza dei genitori invisibili – con la “bellissima” madre presa al capezzale del marito infermo – e negli scenari pressoché vuoti delle diverse sequenze, echeggia allora il parlato dai toni pestati e carichi degli accenti del nostrano nord-est, intrisi di imprecazioni e smarrimento quotidiano (“Il caffé fa schifo. Stiamo andando tutti a puttane”) in cui si perde senza direzione la “brezza fredda” di rabbia che i giovani hanno verso il deserto del reale dintorno. Una dimensione, cioè, dove le “macchine si prendono tutto” delle loro vite. Ovvero, il progresso e i simboli di benessere circostanti, i quali – anziché veicolare forme e sostanze tese a colmare i riposti bisogni di amore e riconoscimento delle persone – risultano piuttosto essere dei materiali d’estemporaneo consumo e intrattenimento sulle pareti di superficie dei giorni, delle notti e delle cose: di cui pertanto non può che rimanere traccia se non nel loro puro estinguersi. La tragedia di una siffatta gioventù bruciata, allusa in tal modo dalla cifra drammaturgica e registica, viene pertanto ad ascriversi a ognuno di noi in quanto agita nello scenario inumano di una società di cui siamo parte in causa. Società inabile a edificare relazioni di costruttivo spessore e discernimento, andando al di là delle ragioni parziali e isolanti di un’appartenenza. Sia essa a una famiglia, a un gruppo, a una curva: come d’altronde ci accade di vedere ogni giorno nella nostra povera patria tramata sterilmente di correnti e contro-correnti, di consorterie e inerenti tifoserie, di accolite familistiche e massonerie di sordi sodali al potere.
D’overdose alcolica, diversamente, morì il drammaturgo austriaco Werner Schwab in giovane età – a sua volta – un ventennio addietro. Scrittore maudit di forza espressiva contundente, ricercante nelle profondità viscerali la linfa di un flash out vitale, da un triennio è al cuore dell’operato artistico di Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol di Nerval Teatro. CANELUPO NUDO (foto Guido Mencari) completa il triduo delle messinscene dedicate, ispirandosi al testo di Schwab LA MIA BOCCA DI CANE, al fine di chiedersi e chiedere il perché la “merda” sia tema da fare tanta paura creando diffuse renitenze e resipiscenze nei confronti dello scrittore indiziato, accanto a quell’arte che vuole esplicitarla senza troppi giri di parole o rappresentazioni. Non era del resto un iconoclasta del teatro (alla stregua di Schwab) quale Antonin Artaud ad asserire che la Merda, di cui l’Anima beneficamente si libera, altro non è che l’inclita Poesia? Un Lupinelli randagio in mutande sporche e a camicia aperta, si pone quindi al microfono a esprimere rognoso e talvolta urlante la sua brama picchiata e poetica di percepire l’Esistenza ben oltre quella “mezza misura che è”, circondato in ribalta da uno stuolo di svuotate bottiglie di birra nell’atmosfera cupa del palco, lacerata ogni tanto da intermittenze luminose e squarci di fragorosi inserti sonori. Mentre la Pol, di bianco vestita e con una benda ad un occhio, sta perlopiù nei pressi di un tavolo a destra, da dove s’accapiglia spesso con lo strambo consorte per poi rabbonirlo di erotiche alitate al volto oppure con la solita “Storia del Nord” o una domestica sfilata dappoco. Il tran-tran casalingo si anima della presenza di un verme inscatolato, della ricerca a terra d’improbabili ciclamini e di una sguaiata canzone accompagnata da una chitarra mononota. La strana coppia, insomma, si trova incapsulata in un sordido loop di sbrindellata routine da cui non pare saperne uscire. Per questo, con l’ausilio della drammaturgia di Rita Frongia e la regia di Claudio Morganti, si chiama in causa uno sfogatoio liberatorio quale può essere dato dall’alterità disturbante della “merda”, sia a livello semantico che puramente linguistico. Una sorta di estremo limite a cui si giunge e verso cui si spinge, il quale – nel suo pressare – è indice di un sotteso domandarsi (à la Beckett, tipo pièce COSA DOVE) dove diavolo stia la via di uscita dalla prigione di un linguaggio sempre più inadatto: non solo a dire i contorcimenti assurdi della spossessata realtà odierna, bensì proprio a dirci, a nominarci, a chiamarci aperti in quel che sentiamo di volere Essere e Diventare veramente, attingendo alle smisuratezze senza riserve di quel lembo di Noi che non teme di stare sulla frontiera del diverso e di ciò che è straniero.

[CONTINUA]

STASERA SONO IN VENA
di e con Oscar De Summa.
Luci: Matteo Gozzi.
Produzione: La Corte Ospitale.
Modena, Casa Circondariale, 7 maggio 2015.

I RAGAZZI DEL CAVALCAVIA
Drammaturgia e regia: Erika Z. Galli e Martina Ruggeri.
Interpreti: Alberto Alemanno, Maziar Firouzi, Francesco La Mantia, Daniele Pilli, Michael Schermi.
Produzione: Industria Indipendente.
Prima nazionale: Modena, Teatro dei Segni, 9 maggio 2015.

CANELUPO NUDO
Drammaturgia: Rita Frongia.
Regia: Claudio Morganti.
Luci: Fausto Bonvini.
Interpreti: Maurizio Lupinelli e Elisa Pol.
Produzione: Nerval Teatro, Armunia - Festival Inequilibrio.
Modena, Teatro dei Segni, 8 maggio 2015.

LINKS per informazioni su attività e tournée:
trasparenzemodena.wordpress.com
www.teatrodeiventi.it
www.oscardesumma.it
www.corteospitale.org
industriaindipendent.wix.com/indind
www.nervalteatro.it
www.armunia.eu

 

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