La mite

Edoardo Sanguineti definiva Fedor Dostoevskij un proto-analista, capace di affrontare esteticamente le sue contraddizioni man mano ricomponendole fino a raggiungere un equilibrio nell’unità. René Girard, antropologo, filosofo, articola questa sua capacità non su un piano scientifico bensì su un piano metafisico, all’interno del quale la narrazione artistica costituisce un percorso di progressiva consapevolezza. Lunaria Teatro, nell’ambito del “Festival in una notte di estate”, affronta con questa sua drammaturgia uno dei passaggi, a mio avviso, più significativi del percorso dostoevskijano, il racconto omonimo traslato in drammaturgia e messo in scena da Daniela Ardini. Come spesso si verifica

nella articolazione narrativa del nostro la protagonista formale, una giovane orfana maltrattata che va sposa, a sedici anni, ad un anziano “uomo dei pegni”, appare in realtà il punto di sdoppiamento del protagonista vero, l’uomo dei pegni appunto, che nella relazione trova la prospettiva per articolare il suo doppio interiore, un doppio che nella sostanza è il doppio interiore dello stesso suo creatore.
Quando la giovane, trattata con distacco e freddezza per tutto il matrimonio, si innamora di un giovane ufficiale, il triangolo accende una finta passione nel vecchio marito, una passione che è egocentrismo ed egoismo travestito da amore. Nell’incapacità, sua e soprattutto del marito, di risolvere la contraddizione, la giovane si suicida gettandosi dalla finestra abbracciata ad una icona della Vergine.
La narrazione dunque è il punto di ricaduta drammaturgico, un fuori di sé maieutico, di quello sguardo intimo che Dostojevskij ha su sé stesso, ma attraverso di esso, artisticamente e metafisicamente, sul mondo e su ciascuno di noi.
Lo è in quanto capace di contenere più piani di significazione, non ultimo una acuta indagine dell’egoismo che da singolare, quello del vecchio uomo centrato unicamente su sé stesso, si fa etico e storico, nella svalutazione del femminile fino all’oppressione, ed infine universale.
Scrive René Girard: “Le morali che si fondano sull’armonia fra l’interesse generale e gli interessi particolari <<ben intesi>> confondono tutte l’orgoglio con l’egoismo, nel senso tradizionale del termine. I loro inventori non sospettano che l’orgoglio, nella propria essenza, è contraddittorio, sdoppiato e scisso fra l’Io e l’Altro; essi non percepiscono che l’egoismo approda sempre a quell’altruismo delirante che sono il masochismo ed il sadismo”.
Un testo dunque complesso che la Ardini affronta con efficacia drammaturgica, accentuandone la natura di monologo attraverso la scelta registica di far recitare la “mite” protagonista ad una danzatrice, così da accentuare la differenza tra i due piani compositivi e significativi enfatizzando l’alterità del personaggio e la sua natura di punto di riferimento dello sdoppiamento intimo del protagonista maschile, sdoppiamento che nel triangolo amoroso trova compimento.
Una scelta interessante che accompagna una riscrittura di qualità da parte della stessa Ardini per uno spettacolo la cui resa scenica è apprezzabile. In scena, a fronteggiare la  brava danzatrice Elena Rossi, un valido Vittorio Rostagno. Le scene sono di Giorgio Panni e Giacomo Rigalza, le belle coreografie di Patrizia Genitoni.
Visto il 6 agosto nel  loggiato di San Matteo a Genova. Bello e apprezzato dal pubblico, nell’ambito di un Festival che cresce di anno in anno e accompagna le serate del centro di Genova tra fine luglio e agosto inoltrato.

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