Abramo

Scena completamente bianca, finestre aperte sul mondo-palcoscenico, per raccontare la storia di un padre che uccide il proprio figlio per obbedire ottusamente a un dio. Quante piccole vittime muoiono oggi per le guerre decise dai padri? Abramo di Ermanno Bencivenga (adattamento e regia Teresa Ludovico) è una maschera delirante e grottesca un uomo cieco di fronte alla fede. L’autore s'interroga sul senso della fede e sull'idea che l'uomo ha del proprio dio. Come nella narrazione biblica i viandanti annunciano ad Abramo che Dio vuole sottoporlo a una prova e gli chiedono di uccidere il suo unico figlio. Contrariamente a quanto accade nella Bibbia, Abramo va fino in fondo: porta Isacco sul monte e lo uccide. Dio non ferma la sua mano, lascia che il gesto venga compiuto completamente. Abramo rientra a casa senza il figlio, affronta l'ira e la disperazione di Sara. Scoprirà

successivamente che la vera prova non era avere il coraggio di andare fino in fondo ma comprendere il significato profondo della fede. Saranno i viandanti a rimproverarlo e a spiegargli che nessuno voleva la sua cieca obbedienza.  Dio voleva da lui una coscienza critica voleva essere messo in discussione, contraddetto, disubbidito perché la sua richiesta era un orrore. Abramo ha violato la logica dell’amore in nome di una fede ottusa. La domanda che sconvolge la storia biblica è la seguente: «Possiamo pensare di rispettare e venerare Dio quando ci chiede il sacrificio di una vita?». Un dio che vuole farci rinunciare alla nostra dignità, alla nostra libertà, un dio simile, crudele e spietato, insensibile al dolore degli uomini, può essere amato? La visione scenica di Teresa Ludovico, rigorosa e ironica, affida alle musiche il compito di riflettere sui temi di fondo. La musica accompagna tutta la rappresentazione come elemento etico e divino e segue le vicende sceniche, ora con dolore, ora con ironia, ora con amore. Non c’è soluzione lo spettatore è invitato a riflettere sul significato della fede oggi. I temi proposti sono presentati da punti di vista diversi. Il teatro diventa il luogo delle contraddizioni. Il monologo di Sara, interpretato con rigore da Teresa Ludovico, ci spinge a riflettere su una tematica fondamentale, sul paradosso di Abramo per dirla alla maniera di Søren Kierkegaard, dove finisce la religione e dove inizia la violenza in suo nome? Se ci attenessimo a quanto sostenuto dal filosofo nell’opera, “Timore e tremore”, dovremmo sostenere che Abramo ha eseguito con grande spirito di sacrificio il comando ricevuto da Dio. Per Kierkegaard, l’etica religiosa di Abramo è superiore a qualsiasi altro tipo di etica ma Abramo di Bencivenga vive la sua fede religiosa come un paravento, in realtà, odia il figlio, prova invidia per lui, per la sua giovinezza e non vuole cedere il comando. L’ordine di Dio è solo un pretesto per sbarazzarsi del figlio. Abramo oggi è assetato di potere e nasconde dietro la religione la sua sete di potere. Bisogna vigilare sul potere e sui suoi aspetti devianti. Bisogna tenere alte la guardia. Il cattivo padre sarà condannato a dormire per sempre fra le macerie della sua casa che egli stesso ha distrutto. La madre che non ha saputo difendere il proprio figlio punita con la follia. Non c’è salvezza per nessuno. I protagonisti di questa difficile impresa (insieme a Teresa Ludovico), Augusto Masiello, Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocà, Domenico Indiveri, tutti all’altezza del difficile compito: mostrare le sfumature della crudeltà e il ridicolo di chi vive inseguendo solo il potere.
Milano, Teatro Filodrammatici, 9 aprile 2017

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