Angela Demattè e il bardo

Nata a Trento, laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, Angela Demattè si diploma nel 2005 all’Accademia dei Filodrammatici. Nel 2009 vince il 50° Premio Riccione e il Premio Golden Graal, con il suo primo testo “Avevo un bel pallone rosso”. Il testo è messo in scena da Carmelo Rifici, con cui inizia una florida collaborazione artistica. Vince inoltre il Premio Scenario 2015 con il progetto “Mad in Europe”. E infine “Ifigenia, liberata”, esplorando gli antichi Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Antico e Nuovo Testamento. Comincia così il cammino di questa drammaturga verso i classici e verso IL BARDO... Traduce The Taming of the Shrew, La bisbetica domata, che debutta prima al LAC di Lugano e ora in scena al Carcano di Milano con la regia di Andrea Chiodi.  Si avverte subito il suo abituale segno stilistico, caratterizzato dalla musicalità e dalla polivocalità. L’adattamento teatrale si arricchisce di termini sonori e musicali, di parole fortemente corporee, incisive: «Ho cercato di costruire un microcosmo di parole che restituisse l’eco del suo, ho riproposto rime e assonanze esattamente corrispondenti a quelle originali, così come l’uso della prosa e del verso.

Rime e assonanze in italiano suonano più infantili di quanto siano in inglese. E naturalmente ho temuto finché gli attori non hanno giocato quelle rime e il regista non li ha guidati nell’ambiguità di questo gioco» Ma quanta parte di Shakespeare si perde traducendolo in italiano? La lingua del Bardo è estremamente mobile, varia, espressiva. Shakespeare usa un linguaggio concreto, fatto di immagini, onomatopeico, è molto difficile tradurre una lingua di suoni aspri, gutturali, nella nostra più dolce e articolata, qualcosa inevitabilmente si perde. Demattè supera le difficoltà e riesce abilmente a dominare il Bardo. Tutte le ambiguità e le sonorità del testo inglese, sono restituite nella loro freschezza e originalità, in un italiano musicale, vitale, dinamico. Angela Demattè è un’autrice che lavora ponendosi domande, ogni scrittore dovrebbe farlo. Per comprendere bene come lavora si può leggere in questo sito un suo testo proprio sul significato della scrittura e del suo personale rapporto con la scrittura teatrale: “Quando scrivo”. Qual è il significato profondo nascosto in ogni opera? Qual è la domanda chiave? Qual è il punto cieco del mio scrivere, per dirlo alla maniera di Javier Cercas. Il primo interrogativo è nel titolo, che fare? Come traghettare le parole del Bardo nella nostra lingua madre? Il titolo porta con sé una lunghissima tradizione, in italiano, da sempre, è stato tradotto così. “Non si può certo tradurre “L’addomesticamento della bisbetica” o “La bisbetica addomesticata” oppure “Ammaestrare un’isterica”. In ogni modo è inutile il tentativo di voler cambiare. Angela Demattè preferisce quindi lasciare il titolo che tutti conosciamo ma riprende la premessa iniziale (che pochi mettono in scena) e la ripropone anche nel finale, per sottolineare la duplicità del testo scespiriano. In questa premessa si lancia il dubbio, forse tutto è un sogno «Né più e né meno, che come in un bel sogno ammaliatore, o una fantasmagorica illusione» In questo prologo i due protagonisti diventano personaggi di una rappresentazione teatrale. Grazie all’introduzione di questa parte, una volta risolto il problema del titolo, si apre una dimensione diversa rispetto alla tradizionale interpretazione del personaggio: la bisbetica è realmente domata o sceglie forse un’altra strada più ambigua per domare lei a sua volta? Questo è il punto cieco dell’opera di Shakespeare e bene fa Andrea Chiodi che completa con il suo disegno scenico, il lavoro della drammaturgia puntando sulla parola. Diversi studiosi hanno ribadito che il teatro di Shakespeare è un “teatro della parola” con elementi scenografici, ridotti al minimo, ricco di oggetti scenici (spade, mantelli, corone, sedie, tavoli troni). La storia viene così immersa in un non luogo in cui i personaggi agiscono trascinando trabattelli da una quinta all’altra. Tutti più o meno sospesi nel vuoto. L’unica che rimane sempre con i piedi ben piantati a terra è la protagonista. Caterina è concreta, non si perde nei sogni...Caterina è in tutte le facce della verità. Abiti neri sullo stile dell’opera lirica Anna Bolena e sulla schiena i numeri di una squadra di calcio. Petruccio ha il numero 10 è l’attaccante...Caterina (lo scopriremo solo nel finale) è il portiere, ha il numero 1. A seconda delle situazioni o para, o schiva i colpi di Petruccio. Un coro armonioso di soli uomini in scena come poteva accadere in epoca shakespeariana. Nel ruolo di Caterina Tindaro Granata che ancora una volta regala momenti di gioia con la sua recitazione precisa fatta di giochi sonori o gutturali, toni gioiosi e lacrimosi come in uno Stabat Mater. Un uomo che sa accogliere su di sé le gioie e i dolori delle donne. Non è il solo perché è circondato da un gruppo di validi interpreti a cominciare da Angelo Di Genio un Petruccio ardito, atletico e focoso. Tutti gli altri vibranti e felicemente presenti in scena: Ugo Fiore, Igor Horvat, Christian La Rosa, Walter Rizzuto, Rocco Schira e Massimiliano Zampetti. È tutto vero o è solo un sogno? Un sogno ben reso, una giostra dove i personaggi corrono, saltano si muovono con grande fisicità, una corsa ad ostacoli, una sfida sportiva, un duello, dove non ci sono né vinti né vincitori, tutto resta aperto. Una commedia, in cui emerge chiaramente la doppia faccia della verità, Caterina, ci mostra con ironia i conflitti interiori di una moglie domata dal matrimonio ma che saprà a sua volta dominare, che saprà compiere scelte consapevoli padrona del proprio agire; come all’inizio sceglieva di essere bisbetica, alla fine sceglierà di essere docile. Non una figura inerte silenziosa, come la sorella ma soggetto attivo del proprio destino e desiderio.
Il poeta Eliot diceva che Dante e Shakespeare si sono divisi il mondo senza lasciare posto a un terzo. In un certo senso è vero, hanno analizzato tutte le vibrazioni dell’animo umano. Ben venga quindi se drammaturghi contemporanei si confrontano con simili modelli. E se lo fa una donna è un buon auspicio per la drammaturgia femminile. Un piccolo consiglio prima di concludere. Vedere questo spettacolo e poi leggere “Di vita si muore” di Nadia Fusini (studiosa e traduttrice di Shakespeare) che indaga nella psicologia dei personaggi shakespeariani soffermandosi in particolar modo su quelli più dolorosi e contradditori. Un modo per iniziare un percorso... da Caterina, eroina della commedia, alle donne tormentate delle tragedie. Per scoprire le tante donne che si affacciano sul balcone della nostra coscienza: capricciose, ironiche, malinconiche, poetiche...tutte quelle che abbiamo visto nei gesti e nelle espressioni di Tindaro Granata.

Milano, Teatro Carcano fino al 18 febbraio

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