La Cupa

Entrare nel mondo raccontato, cantato e descritto da Mimmo Borrelli rappresenta una fortissima esperienza non solo artistica, ma anche antropologica, mistica e psicologica. L’impatto con le sue ambientazioni visionarie, grottesche, spesso crude e veraci, appare piuttosto violento agli occhi di un neofita. Gli attenti osservatori e conoscitori del drammaturgo napoletano rivivono, invece, gli effetti della versificazione ossessiva, della sovrapposizione di suoni, in parte incomprensibili anche al parlante campano, permeati da barocchismi, da vezzi linguistici, da neologismi, da invenzioni che “incatramano” e si solidificano su una base linguistica legata all’area dei Campi Flegrei. L’osservazione del nuovo prodotto artistico di Borrelli parte dalla lingua e arriva nelle viscere dell’umanità: la cupa, ossia la cava nera, è allegoria di nascita e di morte.  Borrelli, insieme allo scenografo Luigi Ferrigno, sceglie di sventrare la platea del teatro San Ferdinando di Napoli, luogo storico della città

partenopea in cui LA CUPA oscurerà le menti e gli animi degli spettatori dal 10 aprile al 6 maggio. Una pedana, dunque, un ponte, una strada, il “vango”, le stradelle che conducono alla montagna, alle cave di tufo e agli squarci sotterranei su cui poggia Napoli. La pietra nera di una terra vulcanica sembra caratterizzare l’atmosfera; le poltrone della prima metà della platea vengono roteate verso il centro, affinché sia ben visibile lo spazio scenico, ossia il ponte-strada. Necessaria una visione dall’alto, ossia dai palchetti, punto strategico da cui lo spettatore può osservare l’azione scenica centrale, ma anche ciò che avviene lateralmente. La strada-ponte-navata accoglie gli attori, attraverso un’operazione corale, simile a quella ritrovata in “Opera Pezzentella” e memore sicuramente della tragedia classica, ma permeata attraverso il grottesco ed il barocchismo dello stile “Borrelli”. Nell’oscurità emergono volti pallidi, abiti macchiati, croste e stralci di pelle: lo spettacolo si apre, non a caso, con due animali, un maiale ed una papera. Tra loro un finto frate. La favola raccontata da Borrelli, perché così è doveroso chiamarla, mescola canti, drammaturgia, versi e diventa contenitore prolifico di riferimenti letterari, primo tra tutti quello che ricorda Basile e il macabro e grottesco delle sue favole, raccolte ne “Lo cunto de li cunti”, ma anche le ambientazioni dantesche, l’oltretomba classico, l’epica medievale e rinascimentale, fino al peccato che macchia l’umanità shakespeariana e il fetore delle viscere napoletane dei racconti di Enzo Moscato. Operazione faticosa, quella di Borrelli, non solo dal punto di vista drammaturgico, ma soprattutto scenico ed interpretativo, affidando gran parte dello spettacolo ad una compagnia coesa, solida, impeccabile, composta anche da giovanissimi attori che riescono a recitare in versi, nel corso di uno spettacolo diviso in due parti, attraverso una lunghissima maratona teatrale di quasi tre ore di spettacolo. La scelta di dividere lo spettacolo in due lunghe sezioni, dando la possibilità agli spettatori di poter assistere anche ad una sola parte o ad entrambe le parti in giorni diversi, sembra però poco funzionale alla profonda comprensione della seconda parte: grazie alla visione dell’intreccio iniziale è possibile, infatti, comprendere pienamente anche lo scioglimento e l’epilogo.
Nel corso di una lunga osservazione della drammaturgia contemporanea del Sud, attraverso la visione di spettacoli in scena negli ultimi dieci anni, appare costante il riferimento alla famiglia smembrata. Borrelli recupera alcuni dei temi più diffusi nella drammaturgia del meridione italiano, dalla mancata paternità ai figli che non sopravvivono ai genitori, inserendoli in maniera assolutamente originale all’interno di un racconto apparentemente “d’altri tempi”, ma in realtà attualissimo: paternità sconosciuta, famiglie inesistenti, madri suicidi, madri traditrici, violenze su minori, violenza sulle donne. Se da un lato la ricchezza di elementi, drammaturgici e scenici, potrebbe condurre l’attenzione dello spettatore su molteplici binari, Borrelli sottolinea, invece, la sua volontà nel soffermarsi sul rapporto tra padri e figli. In questo racconto i figli non sanno chi siano i genitori, ne hanno perso le tracce, la prole diventa cieca e non capisce. Un’enorme allegoria dell’umanità contemporanea che nasce dalle viscere e ritorna insozzata nelle stesse. Un pianeta-palla occlude un buco nero, una galleria: l’oltretomba è anche vagina da cui nasciamo e per cui si può morire. Mimmo Borrelli interpreta Giosafatte, nome biblico che ricorda la valle in cui tutti i popoli si riuniranno in pace: santone e guida di una comunità sbilenca, apparirà anche lui un uomo macchiato da colpe nei confronti dei figli che gli rinfacceranno un’eterna assenza mentre venivano violentati da bambini. Un altare, posto frontalmente alla cupa, riproduce l’effige di Giosafatte insieme al suo maiale, paradosso scenico, immagine di un’umanità al collasso che riceve consigli da un animale del genere, pseudo S. Antonio dalle fattezze bizantine, il santo che protegge gli animali e che diventa Atlante che regge il masso che ostruisce la cupa, sepolcro metaforico e sacro-profano, imene e vagina violati. La scelta di affidare ad un maiale e ad una papera, interpretati ovviamente da abili attori, la funzione di confidenti e di coro, è fondamentale, poiché gli uomini diventano animali essi stessi, prendendo le sembianze di uccelli del malaugurio, portatori di malattie e morte. Il guano che ricopre le guance e gli abiti degli attori, disegnati da Enzo Pirozzi, la sagoma dell’angelo dalle fattezze di uccello scuoiato, le maschere dei corvi: il mondo è osservato dal basso verso l’alto, attraverso le grate di una gabbia sotterranea ricoperta di guano, mentre la sozzura del mondo cade dentro la cava fetida e oscura.
Lo spettacolo si sofferma, forse eccessivamente, sul lungo dialogo tra padre, figlio e antagonista, soprattutto durante la seconda parte, lasciando che l’intreccio si avvolga durante la prima parte, quest’ultima caratterizzata da una splendida colonna sonora, riprodotta in scena attraverso lo scrupoloso ed intenso lavoro di Antonio Della Ragione, accompagnato dalle luci di Cesare Accetta, e da vari momenti corali. Borrelli, inoltre, sceglie di spingere l’intensità di alcune scene a livelli massimi per poi interromperle con brevissimi inserti di farsa, legata alla tradizione campana,  e micro numeri comici, innestati all’interno del contesto narrativo, coinvolgendo a tratti anche il pubblico. Da un lato, dunque, una prima parte che presenta personaggi e svela i legami e i rapporti tra essi, dall’altro, una seconda parte fortemente riflessiva, ancestrale, quasi metafisica.
Ogni attore emerge per un accurato studio sulla voce, sul corpo, su ogni singolo movimento, ripetuto, a volte, fino all’ossessione,

Foto di Marco Ghidelli

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