Tra Eracle e Edipo, la tragedia greca parla al presente

La messinscena contemporanea di un testo tratto dall’antica drammaturgia attica non può essere solo un’operazione artistica, ma implica sempre una riflessione più ampia di natura antropologica e filosofica. Una riflessione che ha come oggetto “un’alterità”, lontana eppure storicamente e culturalmente determinata (quella classica), che diventa segno e simbolo di quell’alterità assoluta che, oggi più che mai, è il cuore di ogni più avvertito pensiero dell’uomo su sé stesso. Una riflessione che assume, quasi per necessità, la forma del dialogo tra un testo antico (spesso bellissimo ma che può essere compreso appieno solo a partire dalla conoscenza di un contesto che in gran parte ci sfugge) e una poetica contemporanea che non può che attrarlo a sé tradendolo, distorcendolo, maltrattandolo. E quanto più importante, profondo autentico è questo dialogo, tanto più profondo, fecondo e necessario diventa lo spettacolo che da esso scaturisce. Può sembrare pretenzioso o strano premettere tali considerazioni ad una semplice recensione giornalistica, eppure si tratta di considerazioni necessarie se davvero si vuol capire il senso di spettacoli, grandi e importanti, come

quelli che vanno in scena annualmente nel contesto delle Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa. Raccontiamo questa volta degli spettacoli della Cinquantaquattresima stagione Inda diretta da Roberto Andò (dal 10 maggio, a giorni alterni, fino al 24 giugno, lunedì riposo), raccontiamo dell’Eracle di Euripide diretto da Emma Dante e dell’Edipo a Colono di Sofocle diretto dal regista greco Yannis Kokkos.

Lo spettacolo di Emma Dante è tutto giocato sul ritmo, sulla coralità, su forme, stilemi e colori che caratterizzano in modo costante e da decenni il teatro di questa artista. Il testo parte dalla traduzione elaborata da Giorgio Ieranò, le scene (molto belle e luminose) sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le musiche di scena di Serena Ganci, le coreografie di Manuela Lo Sicco, il disegno luci di Cristian Zucaro: al di là del traduttore, si tratta ovviamente di una equipe, affiatatissima e ben rodata da anni di lavoro comune, che sa rendere perfettamente e in ogni minimo elemento la poetica della Dante. In scena ci sono Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Maria Giulia Colace (Eracle), Francesca Laviosa (Iris), Arianna Pozzoli (Lyssa), Katia Mirabella (Messaggero),  Carlotta Viscovo (Teseo), Serena Lippi, Arianna Pozzoli ,  Isabella Sciortino (figli di Eracle), Samuel Salamone (Corifeo), Sabrina Vicari, Mariella Celia, Silvia Giuffrè  (danzatrici), Serena Ganci e Marta Cannuscio (musiciste), il coro maschile dei vecchi Tebani realizzato (ancora un ribaltamento ma questa volta al femminile e con toni comico-grotteschi) dai giovani dell’Accademia d’arte del Dramma Antico di Siracusa. Il segno primo e principale da cui sembra dispiegarsi la lettura che si dà del testo euripideo è la bellissima scenografia firmata da Maringola: un cimitero di marmo bianco con decine e decine di ritratti e di foto e con sepolcri che il tempo ha svuotato e la pioggia ha riempito d’acqua. In questa scenografia, in cui il biancore del marmo non è mai (o non è più) astratto neoclassicismo ed anzi rimanda immediatamente ad un dolore familiare e ancora caldo d’affetti, un dolore privato o comunque di una comunità definita (e siamo proprio nel pieno della poetica della Dante), ecco stagliarsi la distruttiva prepotenza del potere e subito dopo la violenza assurda della follia e della fragilità umana. Tre grandi momenti: Lico con violenza prova a usurpare il trono di Eracle che si trova fuori città (impegnato nella fatica contro Cerbero); Eracle ritorna e, dopo aver ristabilito il suo legittimo potere in città, colpito all’improvviso, tramite Iris e Lyssa, dalla follia di Era, stermina la sua famiglia uccidendo moglie e figli; Teseo ritorna e aiuta Eracle a ritornare in sé, non suicidandosi come la morale eroica probabilmente avrebbe richiesto (si pensi ad Aiace), ma accettando di restare in vita e di portare per sempre il fardello del dolore che certo è poco eroico, ma è totalmente, profondamente umano. La regista ha saputo leggere il testo di Euripide con occhi limpidi e attenti, è riuscita a penetrare con intelligenza questo dispositivo di senso, a convertirlo con energia e delicatezza in un potente e saporito spettacolo mediterraneo che riesce a trasmettere coralmente la potenza del mistero tragico. Coralmente: uscendo da teatro si ricorda lo spettacolo non il singolo attore interprete (sebbene vi siano state delle solidissime prove d’attrice nelle interpretazioni di Naike Anna Silipo e di Katia Mirabella). Va intesa in questa direzione di coralità anche la scelta di ribaltare al femminile l’intero cast della tragedia: nessuna rivendicazione femminista e/o politicamente corretta, ma probabilmente il desiderio di riscrivere e il dramma euripideo senza alcun sacro timore e, allo stesso tempo, di ri-mescolare nello spazio della sua lingua teatrale i tanti elementi della complessa teatralità euripidea: la terribile paradossalità del fato, la forza oscura, negativa e persino violenta dell’azione degli dei nel mondo, la comicità involontaria e goffa, se non proprio volgare, del (di ogni) potere privo di nobiltà, l’incapacità della morale (eroica) tradizionale tradizionale di parlare al presente di costruire il futuro, la accettazione della umanità come unica misura della realtà. Cosa non convince di questo spettacolo? La quantità eccessiva di segni che, se inseguiti nella loro puntale e persino interessante significatività o allusività (la divaricazione nella tipologia delle musiche scelte, l’allusione ripetuta al mondo dell’Opera dei pupi come a quello dei cartoni animati giapponesi, dei video giochi, dei super eroi, le danze che sono insieme vagamente dervisce e vagamente brasiliane, l’uso ludico dell’acqua quale simbolo di vita e di vitalità tradita), sviano, distraggono e talvolta spengono l’incandescenza del mistero tragico proposto da Euripide, in ogni caso non aggiungono alcunché di significativo all’economia complessiva della messinscena.

Assai diversa, eppure anch’essa affascinante, è la messinscena dell’Edipo a Colono di Sofocle diretta da Kokkos che di questo allestimento ha curato anche le scene: si tratta di uno spettacolo giocato sulla bravura degli attori, sulla capacità degli interpreti di inerpicarsi tra le vette poetiche del grande, enigmatico e paradigmatico insieme, testo sofocleo. Le musiche sono di Alexandros Markeas, i costumi di Paola Mariani, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio. In scena ci sono Massimo De Francovich (Edipo), Robeta Caronia (Antigone), Sergio Mancinelli (Straniero), Davide Sbrogiò (Corifeo), Eleonora De Luca (Ismene), Sebastiano Lo Monaco (Teseo), Stefano Santospago (Creonte), Fabrizio Falco (Politice), Danilo Nigrelli (Messaggero), Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello (coro recitante dei vecchi ateniesi) e ancora i ragazzi e le ragazze dell’Accademia d’arte del Dramma Antico per il resto del coro e delle presenze sceniche. L’impianto scenografico e i costumi riportano a un confine, a una frontiera europea di un vago secondo dopoguerra, tra durezze e resistenze, tentazioni autoritarie e/o derive poliziesche, doverose difese di valori politici nobili e, su tutto, una grande statua d’uomo che, schiena rivolta al pubblico, sovrasta la scena intera e ne rappresenta (ne vuol rappresentare) in qualche modo la sintesi. Viene in mente l’aforisma di Sant’Agostino che alla domanda “Quid est veritas?” rispondeva con l’anagramma della stessa domanda “Est vir qui adest”: l’uomo che c’è, quello che sovrasta, appunto. Varrà per Cristo certo, vale già per Edipo. Che dire? Gli attori sono tutti all’altezza del grande testo e la messinscena, tagliata elegantemente nel silenzio, appare semplice, rigorosa, intelligente, aderente all’altezza della poesia sofoclea che ondeggia continuamente tra l’emozione e l’interrogazione filosofica, tra la luce del coraggio (o della miseria umana) e l’oscurità imperscrutabile della realtà e del destino. Lo spettacolo è tenuto per mano dagli attori: dal protagonista, De Francovich che, pur nella piena padronanza e intelligenza del personaggio, sembra restare sempre estraneo a qualsiasi posa da mattatore (e questo è un bene che va sottolineato) a Sbrogiò che è un corifeo energico e sensibilissimo, da Sebastiano Lo Monaco (che, pur nella sua consueta dimensione di generosità attorale, dà prova nel ruolo di Teseo di sapersi contenere e autodisciplinare) a Santospago (che è un Creonte scafato e però capace di far balenare una straordinaria complessità di  sotto-testo). Uno spettacolo rigoroso, pulito, senza però quel colpo d’ala - occorre dirlo - che avrebbe consentito di trovare, insieme con l’allusività politica che è giusta, pervasiva e ben giustificata, un oltre necessario di sapienza e di spiritualità. Un oltre necessario che, ad esempio, sviluppasse da un lato più concretamente il motivo del confine evocato dalla scenografia e dall’altro focalizzasse meglio la profondità magico-rituale presente (soprattutto, ma non solo) nell’episodio conclusivo del testo ma poco e mal visibile nello spettacolo.

Crediti fotografici per l’Eracle: Tommaso Le pera. Crediti fotografici per l’Edipo a Colono: Franca Centaro.

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