Blume

La vita spesso è un bocciolo che esita a fiorire pienamente e che talvolta, rinchiuso nel suo dolore e nella sua angoscia, rischia di appassire prima ancora di conoscersi. È questo io credo il senso, inteso anche come 'direzione' cognitiva prima che spaziale, del lavoro teatrale, coreutico e performativo di Barbara Altissimo, un lavoro e una ricerca condotta su se stessa innanzitutto, attraverso gli altri e la relazione con loro. “Blume”, bocciolo in tedesco appunto, il suo ultimo lavoro è dunque anche lo sguardo su esistenze che attendono di fiorire, è il sollecitare questa attesa attraverso l'arte, è lo stimolarla facendola transitare in scena, senza sopraffazione ma anche senza l'indifferenza che talora caratterizza le drammaturgie delle diversità alla ricerca di facile consenso. Perché in fondo il lavoro su persone con diversità e difficoltà, fisiche, psichiche, sociali o semplicemente esistenziali che siano, quando riesce a trasformare queste persone in personaggi, cioè in attori che recitano storie, non tanto e non solo le loro storie, è un lavoro che riguarda innanzitutto noi anche prima di loro. Certamente il teatro e la danza può avere ed ha una efficacia in senso lato 'terapeutica', può contribuire

cioè al benessere complessivo delle persone, tutte, ma quando si riesce a riguardare quello stesso lavoro nel suo orizzonte artistico ed estetico, diventa ricerca di sé, ricerca dei propri confini e dei propri limiti, scoperta ed elaborazione/trasformazione di quelle zone oscure della psiche e dell'anima, chiamiamolo il “male”, che nascondiamo ma che tutti, anche e soprattutto i “normali”, ci riguardano.
Quei tredici ragazzi che con sapienza estetica e pazienza registica Barbara Altissimo organizza in scena e a cui, in un certo senso, affida e dona il suo spettacolo, ci ricordano questi limiti, ce li fanno propriamente vedere, e raccontando a noi le loro storie personali le trasfigurano nelle storie che percorrono e guidano la scoperta che ognuno di noi tenta su se stesso.
È una sorta di schema libero quello strutturato da Barbara Altissimo, coreografa e danzatrice con esperienza internazionale e poi studiosa delle dinamiche del corpo e dei conseguenti squilibri della mente, per questo suo “Blume”, uno schema in cui le singole diversità possono entrare ed uscire con libertà, anche a costo di qualche occasionale scollamento, mentre sono tenute insieme dall'atmosfera musicale creata, o meglio elaborata sui suggerimenti dei giovani attori, dal bravo Didie Cara che suona dal vivo in scena.
La aiuta in tutto questo la drammaturgia di Emanuela Currao che, con attenzione e molta delicatezza, quei racconti rende dicibili in scena, da quelli brevi di una frase sussurrata e pudica, a quelli più elaborati e complessi. Didie Cara e la Currau hanno anche collaborato alla creazione artistica.
In scena, ciascuno portando con bravura la propria diversità come una ricchezza quale è ma anche condividendo i propri confini con noi pubblico, i ragazzi del progetto IN VIRDIS, di cui è spettacolo finale. Carola Del Pizzo, Chiara Cau, Daniele Disalvo, Eleonora Belpoliti, Gabriele Graham Gasco, Giovanni Scarpa, Gorette Kamuanya, Loveth Kingsley, Michela Bellitto, Rebecca Palma, Sanaa Sallah, Sebastian Mutajudos Rios, Tommy Crosara ci hanno dunque raccontato storie di emarginazione, malattia, difficoltà a vivere, migrazione ma non solo, cioè hanno raccontato le nostre storie.
Assistente alla regia Valeria Stefanini, disegno luci e spazio scenico Massimo Vesco, costumi Alessia Panfili, organizzazione e comunicazione Roberta Cipriani.
Una produzione Liberamenteunico associazione che prosegue, con questa seconda trilogia sui giovani, l'esperienza di quella precedente (Polveri) con gli anziani della Piccola Casa della Provvidenza al Cottolengo di Torino. In prima nazionale alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino il 23 marzo. Numeroso il pubblico, molto l'interesse, meritato il successo.

Foto Fabio Melotti

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