Chi ha paura dei "Saluti da Brescello"?

Si apprende, anche se alla notizia non sembra sia stata data la dovuta rilevanza sui media mainstream, che l'ex Sindaco di Brescello (ricordiamo primo comune emiliano sciolto per infiltrazioni mafiose) si è molto offeso, forse anche perché si è molto “riconosciuto”, per quanto raccontato nella spettacolo delle Albe “Saluti da Brescello”, tanto offeso da coinvolgere nella sua ardita denunzia per diffamazione Marco Martinelli, che il testo ha scritto, Marco Belpoliti, che lo ha pubblicato, Donato Ungaro, il vigile che lo ha ispirato con le sue vicende reali, ma anche Ermanna Montanari che è stata solo la splendida protagonista di un “Va pensiero” che al tutto si riferisce rileggendolo con grande sagacia e sincerità drammaturgica. A questo punto diventa necessario riepilogare e ricordare come in quello spettacolo le statue redivive di Peppone e Don Camillo si raccontano con un certo scandalo le strane vicende di un vigile urbano del loro famoso paese in riva al grande fiume,

licenziato solo perché pretendeva di scrivere quello che vedeva e di non girare la testa altrove.
Se pensiamo che il vigile ha ottenuto le sue ragioni in tutti e tre i gradi di giudizio, che il Comune è stato sciolto per mafia e che il recente processo Aemilia, anch'esso concluso, ha svelato ben altri intrighi, ci domandiamo il perché di una querela tanto pretestuosa quanto infondata.
L'unica risposta che ci si propone è la volontà ancora una volta di intimidire, di spargere paure suggerendo oscure minacce, ma non solo, è anche quella di impedire che la gente capisca, visto che la denunzia sembra essere stata accompagnata da strani avvisi ai direttori di teatro che dovessero mettere in scena quello spettacolo (e forse lo stesso drammaturgo) sperando in tanti Don Abbondio che temono eventuali guai.
Oltre l'indignazione, giusta e inevitabile, questa vicenda è la riprova che la finzione del vero teatro smaschera le nostre ipocrisie e che, come ha dichiarato Martinelli, “il teatro quando si arma della verità può fare paura ai potenti, in questo modo il suo senso antico irrompe nella contemporaneità”.
Attenzione e solidarietà, a Marco, Ermanna, Donato e a Belpoliti, sono le uniche armi, ma quanto formidabili, per sconfiggere una così brutta deriva.

Tre domande a Marco Martinelli:

MDP Ti ha sorpreso una iniziativa del genere o, avendo affrontato quegli argomenti che così profondamente riguardano la salute della comunità, in qualche maniera te l'aspettavi?
MM Nessuna sorpresa. Affrontare certi argomenti comporta un prezzo da pagare. E’ inevitabile. Già per Pantani avevo ricevuto la minaccia di una querela da parte di uno dei medici di Madonna di Campiglio. Lei non può mettermi in scena, mi ha intimato al telefono, la smetta o io la querelo. Ho risposto citando svariati esempi di persone messe in scena o sullo schermo cui gli autori non avevano chiesto l’autorizzazione. Si chiama, nel mondo dell’arte, libertà di espressione. Niente da fare: il medico in questione ha aggiunto: E poi Lei ha messo il mio nome in locandina subito dopo quello di un bandito come Vallanzasca, è inaccettabile! Se è per questo, ho risposto, prima di Lei in locandina c’è il ministro Gasparri… questo forse non la infastidisce? La “minaccia” di querela è rimasta solo telefonica, non si è mai arrivati a un atto di tribunale, come nel caso di Saluti da Brescello. Dopo averlo finito, ho chiesto a Donato Ungaro di verificare se nel Brescello tutto fosse preciso e fondato, e Donato mi ha assicurato in tal senso. Poi ha aggiunto: Ermes Coffrini ha la querela facile, aspettiamoci di tutto. Querela che è arrivata puntuale.

MDP In proposito pensi che il mondo della cultura e del teatro abbia anticorpi robusti?
MM Direi di sì. Anche se qualche teatro che ci aveva chiesto di ospitare Saluti da Brescello in un primo momento si è impaurito, e ha messo in dubbio la scelta fatta. Chi fa questo genere di querele ha uno scopo preciso: intimidire. Spargere fumo e paura.

MDP Tutto questo insegna come la libertà dell'arte debba potersi scontare con gli ostacoli che gli vengono opposti. Pensi che tale libertà debba avere dei limiti e che qualcuno quei limiti possa avere introiettato?
MM Penso che un artista debba avere un forte senso di responsabilità personale. Se faccio satira contro un potente, se accuso questo o quello, la mia scrittura deve essere fondata, non gratuita. Quindi i limiti più giusti sono quelli che un artista pone a se stesso: ovvio che se mi invento che tizio o caio hanno rubato e ammazzato, ovvio che mi merito una reazione da parte di chi viene ingiustamente calunniato. Ma se tutto quello che scrivo è fondato su dichiarazioni pubbliche o sentenze in cassazione, allora il bersaglio della mia satira si deve rassegnare. Non è il caso dell’ex sindaco Coffrini: nella sua querela continua imperterrito ad affermare che “a Brescello la mafia non c’è”, nonostante Brescello sia il primo comune dell’Emilia Romagna sciolto per infiltrazioni mafiose, nonostante il processo Aemilia e le centinaia di condanne. E’ nella natura del teatro, da Aristofane a Molière a Brecht, combattere l’arroganza dei potenti.

Tre domande a Donato Ungaro

MDP Lei si aspettava che la sua vicenda privata potesse avere una così forte risonanza pubblica tanto da diventare esemplare?
DU No, perché in me è forte la convinzione di non aver fatto nulla di speciale; solo il mio dovere. Di 'vigile urbano' e di giornalista. Oggi, quando vedo gli occhi rossi delle persone che mi vengono a stringere la mano dopo aver visto VA PENSIERO, mi stupisco. Spero che la “banalità del bene” possa contagiare, mi auguro che l'ingenuità del non essere in grado di vedere scorciatoie possa dilagare; dobbiamo chiederci in ogni frangente dov'è l'interesse della comunità, prima che quello personale. Solo mettendo al bando l'egoismo, l'individualismo possiamo sperare in una società migliore. Molti ragazzi, quando vado nelle scuole a raccontare la mia storia, mi chiedono del mio rapporto con la paura; e io dico loro che c'è sempre, deve esserci. Ma la giusta reazione alla paura è il coraggio, che nasce dalla certezza di fare scelte giuste. Ecco, l'unico esempio che mi sento di incarnare è quello della reazione alla paura con la scoperta del coraggio, che deriva dalla fermezza dei valori. Tutto il resto viene da sé; ed è solo coscienza del proprio dovere verso gli altri.

MDP Si è fatto più amici o più nemici (anche solo per indifferenza e pigrizia) per questa sua storia?
DU I momenti di difficoltà sono spartiacque; molti amici (e colleghi 'vigili') sono spariti, altri si sono trasformati. Alcuni colleghi giornalisti solo ora scoprono la mia storia, nonostante nel tempo si sia condiviso il lavoro di redazione; e c'è chi lo fa chiedendo scusa per non aver creduto ai miei allarmi di quasi vent'anni fa, e c'è chi invece tradisce con il tono della voce l'invidia per i premi ricevuti: l'Ambrosoli, il Pio La Torre, il Grido della Farfalla. Senza pensare a quanto dolore c'è dietro a quei riconoscimenti: per me, per i miei figli che mi sono sempre vicini. Infine, c'è chi scrive di me definendomi un “...professionista dell'antimafia...”; visto il pulpito da cui arriva un'affermazione del genere, la considero una medaglia. L'indifferenza non merita neanche di essere presa in considerazione, perché è l'indegna arma di “...mezz'uomini, ominicchi e quaquaraquà...”; all'indifferenza non rimane che rispondere con un sorriso di commiserazione. In ogni caso, gli amici che ho trovato sulla strada valgono immensamente di più di quelli che ho “perso”; sopra tutti voglio nominare Marco Martinelli e Ermanna Montanari, che con tutti gli amici del Teatro delle Albe hanno creduto in me e hanno fatto da cassa di risonanza a “una storia semplice”, rendendolo speciale.

 MDP C'è chi dice che una società giusta non ha bisogno di eroi. Lo pensa anche lei?
DP In una società giusta non dovrebbe neanche servire l'eroe. Dovrebbe essere una figura inutile, paradossale, di cui non si capisce il senso; quando invece i soggetti che compongono la società non si comportano in modo da creare la “società giusta”, ecco che allora serve non tanto la figura dell'eroe, ma quella del bambino che scoppia a ridere e dice: “Il Re è nudo!”. Perché più che di eroi, a volte abbiam bisogno di “fanciulli” che non credono alle bugie dei lestofanti, che vorrebbero bollare come stupidi o inadeguati coloro che non si allineano al potere/volere di autorità che si nascondono in una abbagliante luce, che finisce per nascondere le loro malefatte. Alla fine di VA PENSIERO il sipario rimane aperto, con attori e spettatori che se ne vanno “a scena aperta”, in uno scambio osmotico; chiunque può raccogliere dal proscenio i panni di “eroe” che Martinelli provocatoriamente lascia a disposizione di tutti. È questo il messaggio di VA PENSIERO: chiunque può essere eroe, anche solo facendo il proprio dovere.

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