Conversazione con Maximilian Nisi

Incontro Maximilian Nisi a pochi giorni dal debutto il 5 luglio del suo Giuda nell’ambito della LXXVa Festa del Teatro di San Miniato. Attore di grande intensità, con alle spalle un lungo tirocinio avendo seguito grandi maestri del teatro non solo italiani (fra gli altri Strehler, Ronconi, Vassiliev), Maximilian Nisi ha già portato nell’estate del 2020 al festival estivo di Borgio Verezzi, grazie alla pausa concessa dagli eventi pandemici, questo suo spettacolo, su testo scritto da Raffaella Bonsignori. Grazie anche alla sua pervicace volontà Nisi ha voluto portare la sua notevolissima performance all’attenzione degli spettatori anche a Roma nel mese di maggio del 2021 al teatro Lo Spazio, al punto di anticipare quasi tutti gli attuali spettacoli teatrali in programmazione. In tale occasione ho potuto assistere a Giuda con estrema partecipazione, godendo dell’interpretazione del protagonista, seguendo un tessuto verbale per monologo di rara accuratezza e profondità reso teatralmente assai valido, grazie anche alle musiche di Stefano

De Meo e alle proiezioni create dal video artista Marino Lagorio, il tutto reso armonico, coerente e organico dalla cura accorta e non prevaricante dello stesso Maximilian.
 
GT
Ti faccio subito una domanda un po’ “cattivella”, anche per spingerti a fare la storia del tuo Giuda: avevi l'intenzione di riempire un vuoto che si stava per creare una volta sospeso, per la pandemia, ad esempio, l’allestimento di Il piacere dell’onestà, che ti vedeva impegnato con Geppy Gleijeses?
 
MN
In verità l'idea di dedicare attenzione ad un personaggio come quello di Giuda esisteva già da molto tempo e precisamente da quando nel 2000, per il Grande Giubileo, interpretai Cristo, per il Teatro Stabile di Trieste, diretto da Antonio Calenda. La pandemia, da cui siamo stati travolti due anni fa e la solitudine forzata che n'è scaturita mi hanno spinto a voler finalmente realizzare il progetto, portarlo in scena, scegliendo, tra l'altro, una forma di rappresentazione che, in verità, non ho mai amato, quella del monologo. Il Covid non ha annullato soltanto la tournée de Il piacere dell'onestà, ma anche quella di Un autunno di fuoco, di Mister Green e ha rinviato a chissà quando le prove di un nuovo allestimento. Avevo bisogno di pensieri non miei, di porre il mio immaginario in luoghi rassicuranti e lontani e di ricominciare a nutrire, teatralmente parlando, qualche speranza. Quindi credo di aver voluto riempire, più che un vuoto, un silenzio, per far sì che questo non diventasse assordante e sterile come avrebbe potuto facilmente accadere.

GT
So che non è la prima volta che porti sulla scena personaggi legati alla dimensione religiosa; sapendo che non è facile su queste tematiche coinvolgere molti spettatori: perché l’hai fatto, che necessità ti spingeva?
 
MN
Sono sempre stato scelto dai registi o dalle produzioni per i ruoli religiosi interpretati finora. Ce ne sono stati tanti, è vero: Billy Budd, Francesco d'Assisi, Giovanni Battista, il Diavolo, Mefistofele. Per quanto concerne il ruolo di Giuda le cose sono andate diversamente, affrontarlo è stata una mia scelta, una mia curiosità. Ho sempre privilegiato i grandi ruoli, a volte li ho preferiti addirittura alle tematiche trattate in un testo. Ritengo, inoltre, a differenza di ciò che dici, che anche i personaggi legati alla dimensione religiosa possano esercitare un fascino grandissimo sul pubblico e riescano, molte volte, a coinvolgerlo in modo significativo e totale.
 
GT
Come è nata la collaborazione con l’autrice del testo, Raffaella Bonsignori, avvocato penalista, giornalista, scrittrice, testo che anche alla lettura è molto coinvolgente, denso nel pensiero e nelle sottili pieghe psicologiche, al limite psicoanalitiche? Ti sei posto anche degli interrogativi di ermeneutica evangelica, o di teologia morale?

 MN
Avevo delle idee riguardo al testo che desideravo portare in scena. Partendo da La Gloria di Giuseppe Berto, del 1978, edito da Mondadori, ispirato al vangelo di Giuda, copia del quale fu ritrovata a metà anni Settanta, in un codice poi considerato apocrifo e di probabile cultura gnostica (sec. III-IV d. C.), mi sarebbe piaciuto riscattare il personaggio di Giuda, facendone un vincente, tirandolo finalmente fuori da quell'Inferno a cui fu condannato anche da Dante. In base a tale “quarto” vangelo Giuda era il più colto tra i discepoli, il più ricco, il più vicino a Gesù, ed ho sempre pensato che fosse riduttivo rappresentarlo come un disgraziato, un essere mostruoso, un uomo avido e corrotto. Ci doveva essere qualcosa di più in lui e le sue motivazioni non potevano essere così semplici e scontate. Ho conosciuto Raffaella Bonsignori al Teatro Quirino di Roma, nel mio camerino, dopo uno spettacolo. Durante un'intervista che mi fece qualche giorno dopo le parlai, tra le altre cose, dei miei progetti e tra questi del mio desiderio di portare in scena il personaggio di Giuda. Raffaella mi ha proposto di scrivere un testo per me di ispirazione analoga ma con un differente epilogo, che in lettura ho comunque amato moltissimo. Abbiamo dialogato e lavorato a lungo, poi, per trovare una ragione scenica comune e una chiave che potesse rendere interessante una scrittura nuova relativa ad una delle vicende più saccheggiate al mondo. Non mi sono posto alcun interrogativo di ermeneutica evangelica o di teologia morale, di Giuda mi interessava unicamente l'aspetto umano.
 
GT
Che tipo di lavoro “fisico” hai svolto per poter realizzare una voce adatta a una sorta di monologo interiore, o flusso di coscienza, o soliloquio teatrale?
 
MN
Effettivamente il mio approccio ad un testo, ad un personaggio è sempre molto fisico. Non avresti potuto scegliere aggettivo più appropriato. In scena, così come accade in natura, ritengo che il corpo debba anticipare sia il pensiero che la parola. Ho cominciato quindi con l'immaginare fisicamente il personaggio di Giuda e poi, affinati i mezzi necessari per raccontarlo, mi sono abbandonato al ritmo dei suoi pensieri, ne ho condiviso i ricordi, le speranze, le paure. L'ho reso infine monologante, o meglio dialogante con se stesso. L'inferno in cui si trova non è altro che la sua stessa coscienza ancora priva di schiettezza morale.
 
GT
E sulla scena a chi immagini di rivolgerti, oltre che a Dio, e, ovviamente, agli spettatori?

MN
Giuda pensa a voce alta, ragiona con se stesso. Solo di tanto in tanto si rivolge a Dio, pur sapendo che Questo, probabilmente, non gli risponderà mai. Non esiste un rapporto diretto tra lui e gli spettatori, a parte quello previsto dalla convenzione del linguaggio teatrale. È completamente solo, intrappolato nella trama delle sue parole. Non dialoga con gli spettatori, a parte per un breve istante, verso la fine. Si relaziona invece con le immagini rievocate dalla sua memoria, con le suggestioni ritmiche dei suoi impulsi e dei suoi pensieri ancora vividi ed accesi.
 
GT
In vista del 5 luglio a San Miniato stai svolgendo qualche cambiamento della impostazione recitativa, o del testo, o degli elementi di scena, che son pochi essenziali e significativi?
 
MN
 
Ci sto pensando, ma capirò il da farsi la sera del 3 luglio, appena arriverò a San Miniato, in Piazza Duomo. Mi aspetto un palco molto grande, poco circoscritto, tutt'altro che raccolto e suppongo assai difficile da oscurare. Sarà impossibile ricreare il climax delle due edizioni precedenti e, forse, cercare di farlo avrebbe poco senso. Dal momento che ritengo che una rappresentazione scenica debba sempre uniformarsi al luogo che l'accoglie e un attore debba trovare il modo di relazionarsi il più possibile con il pubblico presente, anche quando, come in questo caso, non ci dovrebbe essere alcuna relazione, credo che cercherò soluzioni e suggestioni nuove. Avendo curato la messa in scena sono libero di cambiare le regole del gioco, di trasgredire, cosa che raramente amo fare nel mio lavoro.

GT
All’inizio di questa “avventura” come avevi pensato di operare affinché l’allestimento di Giuda divenisse un “fatto” teatrale?
 
MN
Testo. Musica. Immagini. Tre diversi racconti. Tre differenti trame. Tre vie. Io, il loro punto di incontro. Un tavolo a quattro gambe, per intenderci, messo su anche per un solo spettatore.
 
GT
Infine, cosa ti aspetti dagli spettatori che ti vedranno il 5 luglio a San Miniato? Come pensi di agire sulla scena per questa speciale occasione?
 
MN
Il pubblico, a volte, mi ha sorpreso. Non è mai stato banale con me. Spesso, in modo anche inconsapevole, mi ha raccontato cose interessanti. Non mi piace quando è compiacente a prescindere. Il disaccordo può essere uno stimolo, un momento di confronto e di intrigante crescita. Spero di lavorare senza filtri, in tranquillità. Libero di animo. E mi auguro di percepire, come sta accadendo in queste settimane, quella meravigliosa energia mista a voglia di teatro che viaggia ancora, forte e vitale, dentro tutti noi. Desidero, per mezzo del teatro, rendere radiosi volti sconosciuti, esattamente come accadeva un tempo.

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