G8 project 2021 Il mondo che abbiamo

È stato, secondo tutti o quasi, un evento discrimine della storia più recente del nostro paese e non solo, quelli per cui si dice che ci sia un prima e un dopo. Parliamo di Genova 2001 e del G8 di quel luglio ovviamente, eppure l'impressione è che le istituzioni e anche le rappresentanze abbiano voluto dimenticare, anzi forse che noi stessi abbiamo voluto dimenticare. Un po' perché ancora troppo dolenti di fronte a cicatrici fin troppo evidenti, un po' perché presi da un inestricabile e immotivato senso di colpa che ancora ci interroga, come in ogni sconfitta dolorosa, su cosa abbiamo sbagliato, su cosa potevamo fare di diverso. Il Teatro Nazionale di Genova al contrario di molti soggetti della scena nazionale e locale, si è invece assunto il compito di riproporre, anche contro un comune sentire, quel ricordo, si è preso la responsabilità di surrogare con il linguaggio profondo e acuto dell'arte tante omissioni e tante banalizzazioni cauterizzanti. Nel segno di una concezione del teatro millenaria

ma ancora modernissima, quella che lo mette al centro di ogni possibile riflessione condivisa. Come scrive il Direttore Davide Livermore che ha fortemente voluto l'iniziativa, l'affermazione di un teatro come “luogo in cui la comunità interroga se stessa”, e, aggiungerei, finalmente.
Così sabato 9 ottobre, nove scritture richieste allo scopo a nove drammaturghi, ciascuno in rappresentanza degli stati che parteciparono a quel tragico vertice internazionale compresa l'Unione Europea, si sono dipanate in una maratona suddivisa tra il palcoscenico del Teatro della Corte e quello del Teatro Gustavo Modena.
Una maratona teatrale tematica dunque, costruita non attraverso la scelta di spettacoli ma bensì su apposite comissioni ad artisti selezionati da Andrea Porcheddu, Dramaturg del teatro di Genova, che sottolinea la diversità ed insieme la sintonia dei testi “uniti in un flusso narrativo condiviso, in un disegno drammaturgico armonico.”
Tutti prodotti dal Nazionale di Genova, i singoli spettacoli sono stati ciascuno affidato ad un regista diverso e ad interpreti diversi così da mescolare diverse sensibilità e visioni in un quadro quanto più variegato e ricco.
Ma non solo di questo si è trattato. Ho nel corso degli anni assistito, infatti, anche ad altre maratone teatrali tematiche, ad esempio quelle organizzate a Roma proprio nel 2001 da “Teatro Civile” al Teatro Vascello e nel 2002 al Teatro Ambra Jovinelli, nonché quella sul tema del lavoro di una decina di anni fa al Teatro Argentina. Nei confronti di tutte quelle esperienze vi sono analogie ma anche specificità interessanti.
Erano, soprattutto quelle nate in prossimità o subito dopo il G8, iniziative dal basso che raccoglievano e condividevano ciò che, drammaturgicamente parlando, quegli eventi suscitavano nella carne viva del movimento teatrale, in sintonia con un proliferare di iniziative, come ad esempio i cosiddetti “girotondi”, che vedevano ancora un protagonismo più consapevole e condiviso nella opposizione ad un presente dalle derive sempre più inquietanti.
Qui invece è una iniziativa istituzionale che si sostituisce a cercare di risuscitare attraverso il ricordo una riflessione il cui filo sembra essersi perduto in un riflusso di individualismo e di solitudine senza legami veramente organizzati.
Ne è riscontro il linguaggio scenico prevalentemente proposto dalla rassegna genovese, incentrato sul prevalere di un teatro di narrazione, monologico, in cui la ricerca del contatto-dialogo con il pubblico è cifra essenziale, esigenza preminente che un po' mescola in sé, con le stimmate dei vent'anni passati e ancora irrisolti, quelle della recente pandemia, quasi un desiderio di ritrovarsi dopo, finalmente liberi e lucidi, a fare i conti con sé stessi.
Un effetto tra l'altro enfatizzato dall'uso comune degli schermi a fare da sfondo, una sorta di lavagna informativa, ad ogni singolo spettacolo.
Non è un problema solo formale e linguistico, ma riguarda soprattutto la capacità di intercettare nella riflessione scenica, che è naturalmente e inevitabilmente anche politica,  momenti essenziali della vita individuale o sociale, quasi che oggi fosse più difficile elaborare drammaturgicamente un  lutto ancora irrisolto.
Come ha scritto al riguardo Keir Elam nel suo essenziale “Semiotica del teatro”, è un problema che riguarda ogni processo di significazione e di comunicazione, cioè le sintassi con cui si generano i significati e con cui questi vengono scambiati. Riguarda dunque: <<i diversi sistemi segnici, i codici operanti nella società, i messaggi e i testi concreti prodotti di conseguenza.>>
Così anche quando in scena vi erano più personaggi, che agivano spesso con lo sguardo rivolto significativamente alla platea, ciascuno era in un certo senso il portatore di una rifrazione di quello che nella sostanza rimaneva un “monologo informativo”, quale sottocodice drammatico prodotto da quella che Umberto Eco chiamava “Ipercodifica”.
Talora questa modalità 'informativa' era celata in una struttura drammaturgica che voleva facilitarne la trasmissione senza però, in fondo, modificarne la natura.
Segno forse e appunto del desiderio e della difficoltà di rappresentare una sofferenza ed una sorpresa che, nei mutamenti sociali e politici successivi in cui la stessa voglia di capire e di cambiare sembra essersi dispersa in mille rivoli non comunicanti tra loro, ancora va elaborata, reuperando la griglia perduta di consapevolezza, conflittuale, contraddittoria e oppositiva quanto si vuole, che ha caratterizzato il Novecento e la lotta di classe.
Al riguardo vale la pena di sottolineare una coincidenza, che tale forse non è. Mentre si sviluppava la maratona teatrale di Genova, a Roma veniva dato l'assalto alla sede nazionale della Cgil da parte di squadristi fascisti. Una coincidenza che mi fa pensare a quanto sia necessario un teatro che sappia essere civile nel senso profondo del termine, capace cioè di riflettere, di far riflettere, e soprattutto di sconfiggere l'oblio dietro il quale sembrano spesso prepararsi rigurgiti oscuri della storia.
Anche nell'ottica di una grande tradizione che nel passato ha contraddistinto il Teatro di Genova, quella del “Teatro documento” di Luigi Squarzina e Vico Faggi.
Nel complesso una selezione, tra inevitabili discontinuità e qualche debolezza, interessante. Si è cominciato dunque alle 14 al Teatro della Corte con il drammaturgo belga Fabrice Murgia e il suo “Change le monde, trouve la guerre” (foto in apertura) per la regia di Thea Dellavalle, confronto di una identità in viaggio che si rispecchia in sé stessa a distanza di vent'anni. Con Irene Petris, Alice Torriani e Emanuele Righi.
Lo spettacolo seguente, “Our Heart Learns” del canadese Guillermo Verdecchia per la regia di Mercedes Martini, è invece il percorso, avanti e indietro, dentro una doppia educazione sentimentale, con esiti contrapposti che generano una nostalgica malinconia che da esistenziale si fa inevitabilmente politica. Con Martina Sammarco, Matteo Sintucci, Alberto Giusta, Silvia Napoletano e Rita Castaldo.
Analogo il processo narrativo del successivo “Trascendance” (foto a sin.) della inglese Sabrina Mahfouz per la regia di Serena Sinigaglia. La vita di una coppia che si pone a lato degli eventi, quasi su un balcone che ha come vista il mondo ma che ha la finestra chiusa, e vive sé stessa attraverso la griglia mobile delle droghe, ciascuna a caratterizzare una epoca diversa e, in questa, una prigionia sempre rinnovata ma sempre eguale a se stessa. Il mondo va avanti anche senza di noi e in questa sorta di indifferenza verso il presente si perde ogni speranza di futuro, proprio quella speranza spezzata nella repressione violenta di Genova 2001.
Ha chiuso la prima parte della maratona, in rappresentanza della Germania, “Sherpa” di Roland Schimmelpfennig per la regia di Giorgina Pi, breve percorso onirico a doppio sguardo con via di fuga metafisica.
Ha invece aperto la seconda parte, al Teatro Gustavo Modena, il monologo del russo Ivan Vyrypaev “Dati Sensibili: New Constructive Ethics” per la regia di Teoodoro Bonci del Bene che ne è stato anche l'interprete, scrittura intorno all'intreccio tra etica privata e etica pubblica nell'epoca della società digitale.
Poi “In situ”, scritto e diretto dalla francese Nathalie Fillon, elaborazione difensiva, oniricamente freudiana e con accenti metafisici, che tenta di affrontare qualcosa che si è voluto dimenticare. Con Graziano Piazza, Viola Graziosi, Odja Llorca e Fabrizio Costella.
Tra suggestioni checoviane e salde radici nella tradizione del “Teatro No” con il suo seguire il ciclo universale delle stagioni, il bel testo giapponese “Il Vigneto” (foto a destra) di Toshiro Suzue per la regia di Thaiz Bozano. La malinconia di un mondo che non c'è più sovrapposta alla malinconia di un mondo che poteva essere, metaforicamente ambientate in un vigneto, specchio della vita di ciascuno di fronte a una realtà, in un pianeta e in una società violentemente gobalizzata ovvero globalmente violentata, che sembra non appartenerci più. Con Irene Villa, Lisa Lendaro, Francesca Santamaria Amato e Sonia Convertini.
“Basta” della statunitense Wendy MacLeod per la regia di Kiara Pipino, è un tentativo interessante ma non perfettamente riuscito a mio avviso, di svelare quell'evento attraverso un grottesco che manca però di vera ironia.
Quasi un ritorno sui luoghi della propria sconfitta e anche della propria, a volte dolorosa, crescita, è stato l'ultimo spettacolo della maratona: “Genova 21” (foto a sin.) di Fausto Paravidino, un po' un “Vent'anni dopo” senza entusiasmo per l'autore di “Genova 01”, scritto a ridosso di quegli eventi. Quasi un non-teatro, un monologo a quattro voci rivolto al pubblico della platea che significativamente rimane sempre illuminata. “Un diario del presente, offerto in forma teatrale” scrive il drammaturgo. Con lo stesso Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Matteo Manzitti, Barbara Moselli e Enrico Pittaluga. Una chiusura significativa della rassegna che in un certo senso ne anticipa futuri esiti.

Un grande sforzo produttivo quello del Teatro Nazionale di Genova che così adempie alla promessa del Direttore Livermore di 'spendere' i soldi pubblici per alimentare, anche nella difficoltà della pandemia, la creatività degli artisti e l'operatività di tutti i lavoratori del teatro così pesantemente colpiti. Non è questo a mio avviso un elemento secondario ma è dentro lo spirito della intera iniziativa sul G8 che ha avuto il suo centro in questa intensa e vivificante maratona teatrale.

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