Taccuino croato

Pure qui, in Croazia, la stagione teatrale e' terminata. Non e' stata facile per nessuno, nemmeno per le compagnie piu' “protette”. Minor numero di produzioni nuove, ovviamente; in compenso, maggior numero di riprese, facilitate dal fatto che in pratica tutti i teatri del Paese possono contare su complessi fissi, quanto ad attori e tecnici, quindi l'ingaggio degli esterni (con accollamento di diarie, trasferte, viaggi oltre ai cachet) e' solitamente ridotto al minimo: qualche primattore/primattrice. E laddove c'e' bisogno di interpreti piu' giovani, li si prendono dalle accademie locali: cio' vale, ovviamente, per i teatri nella cui citta' ve ne siano: Zagabria, che conta il maggior numero di Teatri stabili pubblici, una decina; Spalato, che ne ha tre, e Osijek, due. Come ogni anno, la stagione e' terminata con il “botto” dei festival dedicati alla drammaturgia nazionale: Le Giornate di Marko Marulic; Le Giornate del Piccolo Marulic (riservato a spettacoli per ragazzi) e il KRADU, acronimo che sta per “Kazalisna revija Akademije dramske umjetnosti”, cioe' Rassegna teatrale dell'Accademia di Arti Drammatiche (di Zagabria: in tutto l'Est europeo le accademie sono facolta' universitarie cui si accede a studi medi superiori conclusi ed esami di ammissione molto severi), ma che ironicamente “RUBANO”. Una manifestazione nata cinque anni fa e riguarda la messa in scena dei migliori testi degli studenti di drammaturgia dell'accademia zagabrese, diretti per lo piu' da registi professionisti e interpretati dagli allievi dell'istituto medesimo. E' stato un successo: non solo mamme, parenti e compagni di studio, tra il pubblico, ma tanti giovani e habituees dei teatri capitolini. Ultima manifestazione, l'assegnazione del Premio Marin Drzic per testi inediti. Il cui esito ha scatenato l'ira dei commediografi, in quanto la giuria ha ritenuto di non dover assegnare il primo premio, cui si e' aggiunta la decisione della giuria delle Giornate di Marko Marulic di non assegnare il premio per il testo piu' bello, ma di darlo per il migliore lavoro d'insieme dell'ensambe. A detta dei quaranta firmatari della lettera di protesta inviata al Ministro della Cultura (la signora Andrea Zlatar Vijoliæ, il cui consorte e' uno dei mostri sacri della regia croata e di tutta la ex Jugoslavia) in tale modo sarebbe stata offesa la dignita' della categoria. La Zlatar ha avuto buon gioco nel rispondere che le decisioni delle giurie di qualsiasi festival, teatrale e non, sono autonome, aggiungendo: “Non vorrete mica che si torni ai metodi di un tempo, quando le decisioni sottostavano piu' a diktat politico-ideologici che non a ragioni estetiche?”. E che, dati alla mano, negli ultimi cinque anni i teatri professionali della Croazia (una cinquantina – tutti Stabili, retti da fondi statali e comunali) gli allestimenti di testi croati sono stati oltre 750, di cui una buona meta' di autori contemporanei. Ovviamente, e' seguito un mugugnare inconcludente, perche' e' risaputo che sono ben pochi paesi (peraltro, piu' ricchi della Croazia e piu' sensibili verso la cultura e il teatro) che danno tanto spazio e opportunita' alla drammaturgia nazionale contemporanea. (Che poi si contino sulle dita di una mano coloro che, tra gli autori, riescano a vivere solo di scrittura teatrale, e' un altro discorso, e investe le dimensioni del Paese ovvero il numero di compagnie, teatri, pubblico).

E pure quest'anno non sono mancati ulteriori round rispetto al quasi decennale match tra la teatrologa Sanja Nikcevic (saggista, docente universitaria) e un bel po' di critici e registi, ma anche qualche giovane autore, sulle pagine dei giornali, alla radio e in televisione, nei dibattiti pubblici. Lo scontro nasce sette anni fa, quando esce il suo saggio, dall'emblematico titolo “La nuova drammaturgia europea: una mistificazione, (tradotto in vari paesi, compresa l'Inghilterra - “British Brutalism, the New European Drama, and the Role of the Director, New Theater Quarterly, Cambridge University Press, 83/2005), in cui prende di petto, non tanto Sarah Kane, quanto i suoi piu' o meno genuini epigoni europei e croati. Non l'avesse mai fatto. Il (quasi) peggio della scena nazionale a spararle addosso. Ovviamente, senza confutarne le tesi di fondo, ma al solo scopo di difendere le posizioni acquisite, grazie appunto all'acquisizione e promozione di un teatro e di una teatralogia poco nota, ma accattivante. E, comunque, abbastanza vicini psicologicamente, allo spettatore e in genere al cittadino di un paese come la Croazia, uscito incattivito da una guerra non voluta, ma imposta, incattivito da una situazione sociale difficile, incattivito dall'assistere al trionfo del peggio. In questo peggio, quando si parla di cultura e di teatro, ecco il sottobosco culturale, fatto di ciarlatani e ciarlatane, di orecchianti, di ragazzotti e ragazzotte diventati “critici” dopo un superficiale tirocinio da cronisti di teatro... Insomma, la mediocrita' contro la cultura. Nikcevic, senza mai lasciarsi intimidire, non solo ha sempre risposto colpo su colpo, ma l'anno scorso ha addirittura riproposto il libro uscito nel 2005, arricchito di altre considerazioni e in special modo di tutte le critiche mossdele sulla carta stampata, per la gioia dei teatranti seri, di chi seriamente ama il teatro d'autore e di chi ama seriamente il teatro di regia. Infatti, il presupposto da cui muove l'Autrice, fin dalla prima edizione del suo lavoro, e' che la “imposizione” della drammaturgia della nuova crudelta' inaugurata dalla Kane, che in Croazia trovo' un certo ascolto (e trattandosi di un paese non grande, per numero di teatri, deleteria), comportava un pericolo. Nei riguardi della scrittura drammatica, in quanto andava coinvolgendo i commediografi piu' giovani e quelli piu' scafati; della prassi registica, perche' e' molto piu' facile “fare spettacolo” con la rappresentazione delle crudelta' quotidiane; degli attori meno attrezzati, attraverso l'interpretazione di personaggi poco piu' che monodimensionali; nei riguardi di un teatro di analisi culturale e politica. Se Dio vuole, il filone si e' quasi esaurito e i “guardiani“ del sarakenismo sono rimasti a guardia di un bidone vuoto.

Per la prima volta, quest'anno, in Croazia e' stato messo in scena un testo di Mario Fratti, il commediografo aquilano cittadino italo-americano, con residenza a New-York, notoriamente assai piu' rappresentato negli USA (e pubblicato in oltre venti lingue), che non in Italia. Il testo in questione, “Amici/Amiche”. A presentarlo, il complesso del Teatro Comunale di Sisak, un piccolo centro vicino a Zagabria; protagonista, uno dei maggiori attori croati, Goran Grgic (membro del Teatro Nazionale Croato delle capitale). La regia e' stata firmata dal critico, commediografo e traduttore Boris B. Hrovat – collaboratore di “Sipario” - profondo conoscitore della scena italiana, con all'attivo la traduzione di numerose opere di autori italiani, tra cui: Goldoni, Pirandello, Eduardo, Niccodemi, Nicolai, Maraini, Siciliano, Lunari, Fo, Quintavalle, Massini, Fratti, ma anche spagnoli e britannici: Calderon, Lope de Vega, Moratin, Shaw, Wilde. Chi conosce la drammaturgia di Fratti, sa bene che i suoi lavori degli ultimi ventanni sono “molto americani”, in quanto a personaggi e rispettivo abito mentale, situazioni, vicende, dialoghi. Ma a differenza di tanta (anche buona) drammaturgia moderna e contemporanea statunitense, i suoi testi, fuori dall'America, ne fanno comprendere molto meglio la realta', in quanto privi, e di freni inibitori e di pregiudizi. “Amici/Amiche” e' stato accolto molto bene; l'atto unico di un'ora e mezza e' piaciuto ed ha incuriosito, soprattutto – come ha scritto un critico – perche' in continuazione lo spettatore pensa di trovarsi di fronte a un qualcosa di noto in prima persona, vissuto, familiare, per poi subito dopo accorgersi che si tratta di qualcosa di totalmente sconosciuto.

Uno spettacolo che invece non e' piaciuto alla critica – ma molto al pubblico! - e' stato “Paron Maroje” di Marin Dr¾iæ, allestito dal Teatro Drammatico Gavella di Zagabria, diretto da Marco Sciaccaluga, peraltro apprezzatissimo per le sue precedenti regie a Spalato (“Fedra” di Racine) e allo stesso Gavella (“Tartuffe”, replicato nel solo teatro capitolino, oltre 500 posti, piu' di settanta volte in due anni). Cosa non e' piaciuto? L'approccio. Che non presentava nessun atteggiamento di soggezione. Bisogna sapere che il Dr¾iæ e', qui, una sorta di vacca sacra. Guai se mano infedele la tocca, a meno che non ricalchi i cliche locali. Era toccato anche ad una mia produzione, quando dirigevo il Dramma Italiano di Fiume: regista, Nino Mangano, costumi di Dora Argento e musiche di Massimiliano Pace; tra i protagonisti – venti attori in scena! - ricordero' Giulio Marini, Francesco Randazzo, Mimmo Lo Vecchio, Gianfranco Saletta, Andreja Blagojevic, Roberto Della Casa. Cosa non piacque allora, e cosa della messinscena di Sciaccaluga? Le stesse identiche scelte: la collocazione. La vicenda si svolge a Roma e quindi esige un approccio linguistico e scenografico conseguente; il deus ex machina della commedia, il servitore Pomet o Spazzatavole, non e' una maschera consueta, il servitore furbetto, ubriacone, mezzo lestofante; e'. bensi' l'Uomo nuovo, che ha visto il mondo e conseguentemente ci si e' adattato, senza pero' perdere acume, capacita' critica, senso del bene e del male, anzi1 Si spende non poco per rendere edotti gli interlocutori. Tutte cose che nel Dr¾iæ (Marino Darsa, nella versione italiana: era stato prorettore dell'univesita' senese intorno al 1540: ma tutto il suo teatro e' scritto in lingua croata) ci sono a piene mani, ma che la tradizione teatrale slava (intesa come ex jugoslava, dunque croata, serba, slovena, bosniaca, macedone; mentre non sono in grado, perche' non li ho visti, parlare degli allestimenti bulgari, cechi, polacchi, russi) non ha mai situato nei giusti binari, probabilmente per la poca domestichezza con lo spirito rinascimentale, che qui ha lambito le sole Ragusa (Dubrovnik) e Spalato, ma sempre in un crogiuolo intriso di altri elementi: slavomeridionali, bizantini, ortodossi. I quali sono presenti nelle opere del Dr¾iæ, ma non in questa, se non in misura minima. Tant'e' che un buon 20% del testo presenta parole, frasi, battute, dialoghi nell'italiano, forbitissimo perlatro, del tempo. Che Sciaccaluga, al contrario di tutti i registi (jugo)slavi e croati no n ha fatto tradurre o tagliato. (Va da se' che qualche critico “nazionalista” non abbia gradito, ma e' un problema suo e del suo primitivismo). Comunque sia, come mi ha detto il direttore del Teatro Gavella, ad avere ragione e' sempre il pubblico: la commedia e' stata replicata oltre trenta volte, da settembre ad oggi, con puntuali “tuttoesaurito”: un numero molto alto, se si tiene conto che il complesso nella presente stagione ha messo in scena altre tre “prime”, riproposto sette titoli del passato e ospitato una trentina di spettacoli esterni...

Purtroppo, la crisi finanziaria ha messo in forse la quantita' e la qualita' dei titoli da offrire nel corso delle prossime e numerose manifestazioni teatrali estive – ogni citta', ogni paesino, specie se sul mare, ha il suo festival o festivalino. Siamo a maggio, e ancora non sappiamo cosa vedremo e ascolteremo in estate. Per quanto concerne i testi teatrali italiani, la certezza riguarda la Stabile (il Teatro Nazionale) di Spalato che riprendera' le “Baruffe chiozzotte” (ribattezzate “Baruffe tra pescatori”) e l'attrice Ksenija Prohaska (gia' Madre Coraggio, Filumena Marturano, Billie Holiday, Serafina Delle Rose e, in questa stagione, la Regina Geltrude e Martha di “Chi ha paura di Virginia Woolf”) che tornera' a girare con “Clara Schumann” di Valeria Moretti, tradotta dal sotoscritto.

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