La scala nel caos?

Ricordate il recente scontro epocale – sul ring della Scala - tra Carlo Fontana e Riccardo Muti?

Perfettamente inutile e infondato, si concluse con una decisione salomonica: via tutti e due! Muti in giro per il mondo, Fontana tacitato con la polpetta di un seggio al Senato, nel parco buoi dell’Unione.
A suo tempo ho tifato per Fontana: poiché mi sembrava molto più importante e insostituibile il bagaglio di conoscenze e di rapporti con la città che egli aveva costruito in tanti anni, che non i rapporti di Muti con l’orchestra, che altri direttori avrebbero potuto tranquillamente costituire in breve tempo. In più, rimproveravo a Muti, non solo di pronunciare sempre la parola “musica” con la M maiuscola, ma anche il fatto di aver voluto sopprimere – sotto gli occhi distratti di Milano – l’antica tradizione che voleva ogni stagione inaugurarsi con un’opera di Verdi. La motivazione: “non dobbiamo essere provinciali, bisogna allargarsi, aprirsi…” Il che sarebbe come tacciare di provincialismo i Wiener Philarmoniker perché al concerto di Capodanno non si “aprono” al tango o alla tarantella, e insistono nei valzer e nelle polche danubiane. Purtroppo, per creare una tradizione occorrono decenni, per distruggerla basta un giorno!

Amen! Al posto di Fontana e Muti è subentrato Stéphane Lissner: arrogante e supponente, ha cominciato subito col mettersi sotto i tacchi lo statuto – che chiede due persone diverse per i ruoli di sovrintendente e di direttore artistico - e si è dimostrato poi più attento alla tessitura dei propri rapporti internazionali che non all’interesse del teatro e della città, patrocinando spettacoli di indifendibile arbitrarietà (ma tutti con firme mediaticamente “in”) come il recente “Tritano e Isotta”, ambientato in un Centro di Prima Accoglienza per immigrati clandestini di Lampedusa, e gli “immortali amanti” vestiti con cascami da terzo mondo.
La situazione attuale ha comunque origine antica, che risale al momento della ristrutturazione della Scala (e della poco convincente epifania dell’Arcimboldi). Carla Fracci, a suo tempo, lamentò che nell’ammodernamento del grande teatro si fosse distrutto palcoscenico di grande e irripetibile tradizione ottocentesca, per costruirne uno ipertecnico e onnipotente, che – aggiungo io - qualsiasi sceicco di Abu Dabi o di Gedda può farsi fare in diciotto mesi.

La cosa mi ricorda che qualche anno fa Pechino ha raso al suolo le mura mongole della città per costruirvi una circonvallazione: crimine orrendo, ma motivato comunque dalle necessità dello sviluppo. Ma nel caso della Scala, è possibile invocare la stessa attenuante? La Scala è il tempio di un modo di fare “teatro in musica” consegnato nel suo tempo storico: un palcoscenico onnipotente sarebbe forse comprensibile se vi si ospitasse il moderno “teatro in musica”, di “Cats”, dei “Miserabili” dei grandi musicals di Hollywood e di Cocciante. Ma per l’”opera” tradizionale – la sola ammessa nel tempio – da Mozart a Puccini, l’ipertecnicismo non solo non serve, ma è dannoso, come una Formula 1 nel traffico cittadino.

Un palcoscenico troppo dotato è per un regista un invito a sfruttare – senza un vero bisogno espressivo – i mezzi che le macchine gli mettono a disposizione, ed è dunque un pericolo per l’ispirazione, oltre che per i costi di uno spettacolo. La mirabolanza degli effetti (chiedo scusa per il neologismo) in che cosa può giovare al “Flauto magico” o alla “Bohème”? Essa può solo turbare l’originario equilibrio tra la componente musicale e quella scenografica, spostare l’ago della bilancia e dell’attenzione, e spingere alla ricerca di un’originalità scenotecnica eccessiva e sovrabbondante. E’ singolare sottolineare come nel teatro lirico di oggi mentre la parte musicale procede verso un sempre maggiore rigore filologico, la parte scenografica si muova verso ogni possibile gratuità di soluzioni, purchè appunto facciano scandalo e notizia.
Sarebbe interessante che il direttore artistico della Scala ne discutesse con il Sovrintendente: ma come è possibile, ora che Lissner è sia l’una cosa che l’altra? Ora, avvicinandosi la data della scadenza dell’impegno con Lissner, c’è da sperare che il CdA della Scala, gli enti fondatori, gli enti pubblici che la governano rinsaviscano, che Milano – così distratta in materia, fino a questo momento – apra finalmente gli occhi. Giustizia e giudizio vorrebbero che si richiami Fontana e che il discorso “Scala” riparta dal punto da cui mai avrebbe dovuto scostarsi.

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