Chi paga i critici?

Quando Leonardo Mello, direttore della bella rivista “VeneziaMusica”, mi chiese un breve intervento sulla questione critica per un importante dossier su questo tema, con un prezioso incrocio di sguardi, più voci a confronto, anche con questioni, riflessioni, punti di vista da parte degli artisti, ricordo che – tra tanti problemi di cui poter scrivere – decisi di soffermarmi in particolare sul rapporto tra la crescente diffusione dell’esercizio critico sul web (un bisogno reale nel piacere di vedere, conoscere e tradurre in parole analisi e impressioni) e la perdita di riconosciuta identità/competenza professionale. E si aggiungeva: “Aspetti complementari sono la tendenza a non pagare (oppure offrire cifre irrisorie, davvero rare le eccezioni) e l’opinionismo imperante. Un ‘mestiere’ esiste nella misura in cui la società ne riconosce il bisogno ed è disposta a pagare per questo? Ci vogliono soldi per una sedia, un tragitto in autobus, uno spettacolo. E per una recensione?”.
La difficile situazione economica di questi anni, con una sensazione di soffocamento che si aggrava e si diffonde sempre più, ha reso più veri e concreti anche i dibattiti. Così è stato all’“aperitivo critico” di Radicondoli, dove i giornalisti presenti, numerosi, anche di testate nazionali, hanno messo in luce il disagio per il poco spazio sulla carta stampata e il puro volontariato web, dove, essendoci più libertà, va anche sfumando l’autorevolezza di chi esercita la critica. Il rischio del parere estemporaneo. All’incontro di Napoli si è confermata l’esigenza – al di là dei liberi blog – di avere vere redazioni che possano quindi chiedere accrediti per i propri giornalisti: si decide quali eventi seguire e si chiede ai propri critici, che si è imparato a stimare, di andare a vedere i singoli spettacoli o di essere presenti a particolari festival. O viceversa: si invia l’elenco degli spettacoli, delle manifestazioni da seguire suddivise per territorio, una volta ogni venti giorni/un mese, ai vari collaboratori che indicano quindi le proprie scelte. È questo per esempio il metodo utilizzato da “Artribune” (prima “Exibart”), a cui io collaboro da diversi anni scrivendo di arti figurative (gratuitamente, of course!).
Insomma: dei responsabili, che sappiano quindi anche tener conto della varietà del teatro, oltre le passioni settoriali, che abbiano quindi anche il desiderio di aiutare chi si avvicina all’attività critica dando consigli, sottolineando errori, evidenziando il modo per migliorare lo sguardo e la scrittura. Una rivista che sia quindi possibile difendere: nell’insieme e nelle sue singole parti, affrontando magari ogni tanto anche tematiche più vaste d’ordine politico-culturale, con diversi punti di vista.
Una direzione con una redazione sufficientemente stabile implica necessariamente dei costi. Anche di questo si è parlato a Vicenza nell’ambito della giornata di Rete Critica. Del resto è questo il motivo per cui è in situazione di stallo – malgrado le decine di adesioni, che ancora vanno moltiplicandosi dopo la pubblicazione dell’articolo su “I teatri delle diversità” – la rivista internazionale plurilingue immaginata questa estate a Torino: indispensabili una redazione internazionale e una per le singole realtà nazionali.
Soldi. Per uno strumento riconosciuto importante a tutti i livelli: perché se il teatro ha resistito alla globalizzazione come omologazione, sempre fondamentale è lo scambio di esperienze, la possibilità di sapere in merito a festival e spettacoli, a libri e iniziative anche oltre i propri confini.
Ma qui in particolare – in questo crescente diffondersi del pensiero critico (molti per esempio i siti con interessi esclusivamente teatrali o che ospitano, in riviste più ampiamente culturali, recensioni di spettacoli) – ci si vuole soffermare su alcune questioni che possono sembrare marginali. Discorsi ascoltati.
Una volta – e immagino ci sia ancora per qualche ufficio pubblico – esisteva la “trasferta”: chi si allontanava dal proprio abituale posto di lavoro per doveri d’ufficio non solo veniva rimborsato nelle spese ma pagato di più, se non altro per il maggior numero di ore che il trasferimento implicava.
I critici viaggiano abitualmente a loro spese. È così grave che possano essere i teatri ad ospitarli per la notte? Cosa c’è di scandaloso se qualcuno non va a vedere uno spettacolo distante – che pure sono sicura amerebbe incontrare – perché, oltre le spese del viaggio, non se la sente di affrontare anche quelle della notte in albergo? Certo: nel paese ideale dovrebbe intervenire il giornale. E qualcuno ancora c’è. Ma allora la critica si ridurrebbe a ben poche voci.
È questo che si desidera? Dall’altra – e in forma complementare – si avrebbero infiniti blog, del tutto caotici, dove l’analisi attenta e raffinata finirebbe per annegare tra le più confuse opinioni.
Bisogna arrendersi al “mi piace/non mi piace”?
E c’è chi ancora pensa che i critici – se non sono della nobile carta stampata, di quotidiani e riviste note – debbano pagarsi il biglietto! Una simpatica discussione a Vicenza. Intanto, forse (è solo una piccola ipotesi per provare a procedere correttamente), i teatri potrebbero iniziare a distinguere le riviste con redazione dai semplici blog. Così difficile? In fondo se io voglio conoscere diversi punti di vista di uno spettacolo – un esempio? una regia di Luca Ronconi – è più facile andare su Google e leggere diversi punti di vista (cercando magari di selezionare le riviste online più stimate) piuttosto che andare a cercare su un quotidiano, magari anche solo del giorno prima.
Questioni aperte.
Così ancora su “VeneziaMusica”: “Come per ogni professione (si vuole continuare a chiamarla così?) sono indispensabili – senza entrare qui nel merito di molte, ed essenziali, questioni etiche, per conflitti d’interesse e similari – studio e aggiornamento. Ma come pretendere questo se la società poi non riconosce il valore dell’attività critica? Sarà solo la passione disinteressata a mantenere vivo questo impegno d’analisi? Ma può questo aiutare la crescita del teatro di qualità, mettendo in luce le direzioni della ricerca?
Perché è in questo infine che risiede il senso del nostro lavoro: mostrare, ricordare l’importanza dell’esperienza teatrale nel suo pulsare dentro la contemporaneità”.
Finora il problema è stato avvertito e dibattuto soprattutto dai diretti interessati.
Si ritorna quindi alla domanda iniziale: la società pensa davvero che si possa fare a meno degli esperti? Ci si può accontentare di un’intervista all’attore –  di cinema, di teatro – e dei comunicati stampa per le mostre da andare a visitare, per i libri da leggere?
Non è un caso che né a Ferrara alla Festa dell’“Internazionale”, né a Perugia al Festival del Giornalismo si sia mai parlato dello stato della critica per la cultura.
Territori marginali di semplice volontariato? E chi sopravviverà – in un inevitabile continuo ricambio che non permette di depositare vero sapere, se la società (che sono anche i teatri che ricevono finanziamenti pubblici) non vorrà affrontare il problema – dovrà infine accontentarsi di conoscere solo quanto è vicinissimo, chiudendosi al mondo.
È questo che si desidera?
Ma forse non interessa neppure la domanda…

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