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Il dramma del mese

A.CH.A.B. All CHihuahuas Are Bastards di Aleksandros Memetaj

Quando inizio a scrivere una storia non so mai esattamente dove andrà a finire. In realtà credo fortemente che la storia sia già scritta dentro di me, solo che io non la conosco ancora. Quindi, quando scrivo, probabilmente sto solo scavando dentro.
Alcune persone più sagge di me, prima che io nascessi, hanno detto che dentro di noi c’è tutto ovvero che, nella nostra anima, convivono: il salvatore e l’omicida, il filantropo e l’egoista, il saggio e l’immaturo, il vecchio e il bambino, l’uomo e la donna, eccetera. Insomma, qualcuno deve avermi fregato facendomi credere che dentro di noi ci sono delle possibilità infinite.
Prima di essere un Regista sono un Drammaturgo e un Attore: e sinceramente non so quale di queste identità venga prima. Per me è necessario partire dal corpo, dallo stomaco dell’Essere che gioca in scena, perché è l’unico possibile custode di verità. Sono profondamente convinto che le parole debbano passare il test dell’azione scenica, la quale deve riconoscere quelle parole e trovare la strada per farle sue e renderle azione.
Ogni parola che viene incisa sul foglio da un’immancabile Bic nera, proviene dal mio stomaco e dalla mia spina dorsale che sta “in azione”, che immagina vividamente quello che scrive. Poi la parola viene passata – come un testimone – all’Attore che riproduce nuovamente il test. Se anche lo stomaco dell’Attore digerisce quella parola, allora posso iniziare a pensare che potrebbe essere la parola giusta da usare.
Molto spesso sono costretto a non affezionarmi alle parole che scrivo: perché sono solito cambiarle fino a pochi giorni (a volte minuti) prima che io vada in scena, o che mandi in scena i miei attori (accettando quindi anche l’odio che una decisione simile comporta in loro). Tutto questo però è possibile perché i miei attori sanno che, per me, a contare è il senso invece che la forma, il contenuto invece che il contenitore.
Non voglio dire che le parole non contano ma, nel Drammaturgo che scrive e nell’Essere che gioca, occorre aver chiari i seguenti aspetti: chi parla e cosa vuole davvero questo “chi” quando si mette a parlare; qual è il mondo in cui si trova mentre sta parlando; quali leggi governano tale mondo. Avendo chiaro ciò, a quel punto le parole dovrebbero essere quelle giuste. E se non lo sono, poco ci manca.
Le parole, in fondo, a mio avviso sono solo un vestito che ci mettiamo addosso. Niente di più. Sono l’abito che decidiamo di indossare. Ma quello che conta è ciò che sta dietro alla parola, che le dà profondità e respiro, che la fa poi arrivare in un determinato modo alle orecchie, al cuore e allo stomaco del pubblico: quello che alcuni definiscono “il senso” o “l’azione” oppure “il sottotesto”, altri ancora “la necessità”. Tuttavia, al di là di ogni declinazione o definizione che si può dare, la “parola adatta” conta averla dentro nel momento in cui si scrive.
E quando io scrivo, lo faccio perché voglio che il pubblico provi le emozioni che provo anch’io nell’istante in cui immagino qualcosa. È come se fosse una voglia egoista e al contempo ‘filantropica’. Non so dove sia il limite tra un bisogno egotico di far sentire la propria voce e uno invece filantropico di far vedere cosa c’è fuori dalla caverna in cui siamo chiusi.
Io scrivo per il bisogno di comunicare con gli altri e gioco l’attore allo stesso e identico scopo.
Anche questa storia che è A.CH.A.B., con la sua specie di casa sospesa nel mondo delle idee, risponde al bisogno di comunicare con gli altri: provando a restituire, tramite quattro personaggi, un ritratto dell’oggi. Inoltre è forse il tentativo personale di sublimare velleità violente; insieme a quello di raccontare la mia generazione attraverso un trio di personaggi totalmente diversi tra loro come sono Lorenzo, Eva e Maia, cercando nondimeno una riconciliazione con quella precedente rappresentata dalla figura di Luigi. Allo stesso tempo, è pure il tentativo di dare delle possibili soluzioni all’insofferenza quotidiana odierna, di far sorridere le persone e mettere alla prova coloro che, nonostante tutto, riescono a sorridere. Per vedere se, da quel sorriso, riescono a scavare in profondità e scoprire le migliaia di versioni di sé che hanno all’interno.
Aleksandros Memetaj

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Con la regia dello stesso Memetaj, che ne ha composto la drammaturgia, A.CH.A.B - All CHihuahuas Are Bastards è uno spettacolo andato in scena per la prima volta il 17 settembre 2019, al Piccolo Teatro Grassi di Milano, in occasione del festival Tramedautore. Interpretato da Agnese Lorenzini, Ilaria Manocchio, Ciro Masella e Valerio Riondino, è prodotto da Nogu Teatro (di cui al website “nogu.it”) e concorre per la vittoria finale alla rassegna In-Box 2020 (online al link “inboxproject.it”) che valorizza e premia le esperienze più interessanti della scena emergente italiana.

Aleksandros Memetaj. Nato a Valona in Albania, all’età di sei mesi viene portato in Italia a Venezia, dopo una traversata migratoria del mare. Cresce e si forma nella città veneta, dove si dedica a studi classici per distinguersi poi, diciassettenne, nel torneo “Disputa Filosofica” organizzato dall’Università di Padova. Competizione che vince per due volte. Nel 2015, arriva un’altra conquista: quella che lo vede al debutto come drammaturgo e attore del suo monologo ALBANIA CASA MIA, prodotto all’epoca da Argot Produzioni di Roma e attualmente da Nogu Teatro, per la regia di Giampiero Rappa. Un assolo appassionante che riscuote fortune e applausi per oltre 150 recite in Italia, Svizzera e USA, mentre nel 2016 si aggiudica un paio di riconoscimenti: quello del Festival Avanguardie 20 30 di Bologna e il Premio del Pubblico al 15° Festival Teatrale di Resistenza organizzato dal Museo Cervi di Gattatico, in provincia di Reggio Emilia. Nel 2018, quindi, si occupa della scrittura e interpretazione di ELOGIO DELLA FOLLIA - #ILIKEDOPAMINA, diretto da Tiziano Panici ancora per Argot Produzioni e Cie Twain - centro di produzione danza. L’anno dopo è insignito come “Giovane Artista Euromediterraneo” al Mare Magnum Festival e – fatta già menzione di A.CH.A.B. – scrive i testi per la pièce JULIETTE, di cui è uno dei 10 performer diretti e coreografati da Loredana Parrella per Cie Twain. Come attore, infine, si cimenta nel 2020 con un testo altrui qual è L’OSPITE - UNA QUESTIONE PRIVATA di Oscar De Summa, montato e co-interpretato da Ciro Masella per la produzione di Pupi e Fresedde. Mentre, al di là delle ribalte teatrali, lavora come attore di cinema e televisione recitando nei lungometraggi BRUTTI E CATTIVI di Cosimo Gomez del 2017, SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini del 2018, KARIM di Federico Alotto del 2019 e nella serie Tv THE MIRACLE, ideata da Niccolò Ammaniti per l’emittente “Sky Atlantic” che l’ha trasmessa in prima visione nel 2018.

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Fino a prova contraria di Paolo Sartori

I miei testi nascono a voce alta, le parole echeggiano dentro di me. Prima le dico e poi le scrivo. Ho sempre avuto, fin da ragazzo, questa esigenza. La parola dovevo dirla, non mi bastava leggerla in silenzio; dovevo darle fiato, voce, carne.
Da un maestro come Giovanni Testori ho imparato che la cosa più importante per un attore, un’attrice, è la parola.
Il teatro nella sua essenza è una forma di mistero. Il mistero è qui inteso come alchimia di tempo, luogo e parola. La parola diventa per me forma di espressione nel suo generarsi, costruirsi, spezzarsi, per poi riemergere in una lingua che è già alchimia nel suo farsi corpo del teatro.
Inizialmente approccio suoni, frammenti, sillabe; una parola che cerca di generarsi, di nascere, di partorire se stessa in forma corporea, prima ancora di diventare narrazione. Il senso della mia ricerca è appunto misterioso perché non provo ad agire per forme certe, per narrazione palese, per significati codificati, ma mentre scrivo cerco di mettere in scena le stesse parole. Paradossalmente posso affermare che la parola si mette in scena da sola, sulla pagina bianca, nello stesso istante in cui la trascrivo, prima ancora di essere messa in scena nella testa e nel cuore dei molteplici artefici della rappresentazione teatrale: registi, interpreti e altre figure di un ensemble artistico. Questa è la mia fissazione (o follia?), questa è la mia pretesa, questa è la mia esigenza. Solo così, credo, con questa spinta, la parola scritta può diventare corpo vero, vibrante, fatto di carne e di sangue: dove l’interprete – e prima ancora l’essere umano vivente nel suo didentro – si assume la responsabilità di un’esecuzione in cui si addensi ed emerga una così pulsante materia.
In questi anni ho indagato, con la collaborazione del mio amico fraterno Daniele D'Arrigo, il mondo di William Shakespeare e ho riscritto alla mia maniera AMLETO, MACBETH, RE LEAR, ENRICO V. Poi ho provato a scavare tra i ritmi e i temi della tragedia greca di Eschilo ed Euripide. Ultimamente sono attratto dalla scultorea opera di John Steinbeck. Mi piace e mi appassiona attingere ai Classici perché vi trovo non solo una tecnica e dei materiali perfetti, ma anche quell’appello al giudizio del pubblico che considero raro nel teatro contemporaneo.
FINO A PROVA CONTRARIA è il frutto di un ulteriore esperimento dentro questa mia continua ricerca. Il racconto che si snoda è una sorta di “prova per una confessione”. La protagonista cioè “prova”a dire “a voce alta”, dentro la sua cella e prigione, come sono avvenuti i fatti che la vedono accusata di un gesto d’estrema violenza; e – come l’autore – cerca le parole giuste da dire davanti ai giudici, quando sarà chiamata a deporre per il processo in cui è imputata.
Le battute sono numerate, in ordine crescente, da 1 a 999. Questa sequenza, però, può essere cambiata in base alle esigenze della messa in scena. Ogni battuta infatti ha una vita propria e, insieme, sono come tessere di un mosaico che possono quindi essere utilizzate per creare situazioni emotive nuove e differenti, secondo le diverse sensibilità di registi e interpreti.
Paolo Sartori

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Vincitore del Premio Ipazia alla Drammaturgia 2019 (si veda “www.eccellenzalfemminile.it”), il testo scritto da Sartori volge in racconto drammatico il problema dell’affettività femminile in rapporto a relazioni tossiche con uomini capaci di abusi, manipolazioni ed efferatezze nei confronti delle donne. E, come si riporta dalla motivazione dello stesso premio, «la testimonianza resa di fronte al pubblico riassume i topoi più frequenti che s’incontrano nei processi per maltrattamento e violenza ma li declina con una sensibilità e uno scavo psicologico lontani da ogni tentazione didascalica: come se il pubblico li ascoltasse per la prima volta. Interessante, inoltre, la costruzione sintattica in cui sono quasi assenti le subordinate. La scelta non denota sciatteria ma si rivela funzionale a due diverse direzioni. I “segmenti” facilitano infatti chi si impegni in un monologo; ma, come suggerisce l’autore stesso, consentono di affidare il racconto a più voci, sottolineandone la valenza di tragico fenomeno sociale, oltre che di dramma personale».

Paolo Sartori, nato a Udine nel 1966, è architetto e dramaturg. Laureato in Architettura allo IUAV di Venezia nel 1994, si distingue e fa notare come drammaturgo già nel 1991 al Premio Candoni Arta Terme per il suo testo CESC’ASSIS-LÌ: rappresentato nove anni dopo da Antonio Syxty con il titolo A PIEDI NUDI SUL PALCO, per l’interpretazione di Andrea Soffiantini al Teatro Litta di Milano. Le sue collaborazioni si allargano in seguito ad altri professionisti dell’arte teatrale quali Giuseppe Bevilacqua, Franco Palmieri, Paolo Patui e Daniela Zorzini. In particolare, per quest’ultima si occupa della stesura e regia di AMOR DI CLARA nel 2002; mentre, nel 2017, riscrive la tragedia ROMEO E GIULIETTA di Shakespeare per una messinscena della stessa teatrante con due soli interpreti. Per Palmieri, invece, scrive AGOSTINO IN BACKSTAGE che debutterà sul palco veneziano di Bibione nel 2013, oltre a UNA COMMEDIA CON OTTO CADAVERI E DUE CRETINI dall’AMLETO scespiriano, rivisto in chiave comica e rappresentato al Teatro Le Laudi di Firenze nel 2018. Vi sono altri testi di Sartori che diventano spettacoli, tra cui alcuni che lo vedono di nuovo impegnato pure come regista. Collabora inoltre con realtà artistiche come il Teatro Stabile Friulano, il Teatro Nuovo Giovanni da Udine e il Palio Teatrale “Ciro Nigris” Città di Udine, dedicandosi nondimeno a docenze per corsi e seminari di scrittura teatrale. Una somma di esperienze in cui, peraltro, esprime una creatività drammaturgica che trova riscontri di successo nel teatro studentesco e in quello rivolto alla valorizzazione della lingua friulana. Riscrive così per la scena – e studenti liceali – il romanzo RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini nel 2013; crea il dramma COME LE ALLODOLE ASSETATE SUL MIRAGGIO per il Teatro Ristori di Cividale del Friuli che, nel 2017, coinvolge nel correlato spettacolo uno stuolo di ragazzi della stessa cittadina. In friulano, diversamente, scrive una serie di pièce che, fra il 2006 e il 2012, si aggiudicano la vittoria di tre edizioni consecutive del concorso indetto dall’Associazione Teatrale Friulana e dalla Provincia di Udine, mirato appunto a valorizzare la ricchezza espressiva di questa lingua dialettale nella drammaturgia. Da menzionare, poi, le sue pubblicazioni di racconti e romanzi: LORY & FRANK per le edizioni della Biblioteca del Magazzino nel 2005 (con cui nel 2008 pubblica anche la silloge teatrale FUORI PROGRAMMA, introdotta da Antonio Syxty); L’AMORE E BASTA per l’editrice Uni Service di Trento nel 2007; QUID per i tipi bergamaschi di Silele nel 2016; e nel 2018, per Yuocanprint di Roma, NULLA DI PIÙ.

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