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Articoli e interviste

Lezioni sul gesto

Io sono Virgilio...e il gesto si apre nel sorriso di una mano. Il nostro corpo, i nostri piedi le mani parlano anche quando noi siamo in silenzio. Così si presenta a tutti Virgilio Sieni, nel corso della sua lezione sul gesto che ha avuto luogo a Milano. Dopo l’esperienza di Cammino Popolare (progetto realizzato in occasione del Primo maggio 2017 da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in collaborazione con la Compagnia Virgilio Sieni e con Triennale Teatro dell’Arte) il coreografo torna negli spazi della Fondazione, e offre una lezione pratica sulle qualità del gesto, la gravità e la risonanza. La lezione, comprende un vocabolario minimo di azioni primarie (camminare, voltarsi, andare in terra, girare, chinarsi, piegarsi) ed è rivolta a tutti coloro che desiderano avvicinarsi al linguaggio del corpo e alle sue potenzialità espressive, sviluppando un percorso di ricerca e di consapevolezza. Arriviamo verso le dieci nella sala della Fondazione lasciamo i nostri oggetti personali nello spogliatoio, insieme a noi arriva anche Virgilio Sieni, una maglietta con il logo della sua scuola di danza, un pantalone della tuta e piedi scalzi, ci sorride e con sguardo gentile e umile introduce con

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Il futuro della Fondazione Piccolomini

La Fondazione Piccolomini di Roma nasce come ente morale a seguito del lascito testamentario di Nicolò Piccolomini, attore e regista teatrale, morto a 28 anni nel corso della seconda guerra mondiale. In seguito è diventata una Ipab (Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza), sottoposta alla legge Crispi del 1890 e posta sotto il controllo della Regione Lazio.  Lo scopo statutario fu inizialmente quello di costituire una casa di riposo per artisti teatrali. In seguito, non essendo praticabile la trasformazione della Villa in casa di riposo, quello di aiutare gli artisti teatrali in difficoltà economiche, dai 55 anni in su.  La Fondazione vive esclusivamente grazie al reddito degli immobili ereditati da Nicolò (e che appartenevano a sua madre, Anna Menotti). Non gode di nessun contributo pubblico ordinario.

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Il racconto dell'ancella

Per la Giornata Internazionale della Donna, Radio 3 fa una scelta singolare ma insieme profonda e ricca di innumerevoli suggestioni, la scelta di leggere nella serata dell'8 marzo “Il racconto dell'ancella” di  Margaret Atwood, il suo famoso e fortunato romanzo distopico dato alle stampe nel 1985. Scelta singolare ed insieme profonda perché scegliendo di parlare di un mondo futuribile, e che dunque non c'è, accetta di liberare il discorso sulla condizione attuale delle donne da distorsioni politiche e sociologiche, da slogan ed etichette, per mostrane l'essenziale nudità. Una nudità in cui si incarna, per così dire, la persistente distorsione di un potere che si esercita nella sopraffazione della donna per affermare la sua progressiva disumanizzazione, in cui riverberare l'infelicità della intera umanità, oltre il genere, e della natura stessa. Una condizione femminile, quella narrata dalla Atwood nel desolato panorama post-atomico di una America trasfigurata, che non è metafora ma bensì concreta

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Il padre di Strindberg

Opera centrale nella drammaturgia di August Strindberg rappresenta una sorta di translitterazione psicologica ed interiore del dibattito sulla condizioni femminile che caratterizza la seconda metà dell'ottocento e che, non tanto paradossalmente, vede protagonisti quasi esclusivi uomini 'sorpresi' e tormentati per quella irriducibilità del femminile che andava man mano manifestandosi.
Una irriducibilità che corrodeva, essendone in un certo senso provocata, le strutture di un patriarcato, sociale e psicologico, che l'uomo stesso non sembrava più in grado di sostenere e riprodurre.
È dunque una narrazione non sulla condizione femminile in quanto tale, che la contemporanea drammaturgia di Ibsen sembrava meglio configurare, quanto su una condizione 'maschile' ovvero patriarcale resa ineludibilmente fragile e insostenibile quando è posta di fronte all'egemonia sull'immortalità che il femminile inevitabilmente detiene. Scrive in proposito Sara Piagno nel suo “Danze di

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Angela Demattè e il bardo

Nata a Trento, laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, Angela Demattè si diploma nel 2005 all’Accademia dei Filodrammatici. Nel 2009 vince il 50° Premio Riccione e il Premio Golden Graal, con il suo primo testo “Avevo un bel pallone rosso”. Il testo è messo in scena da Carmelo Rifici, con cui inizia una florida collaborazione artistica. Vince inoltre il Premio Scenario 2015 con il progetto “Mad in Europe”. E infine “Ifigenia, liberata”, esplorando gli antichi Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Antico e Nuovo Testamento. Comincia così il cammino di questa drammaturga verso i classici e verso IL BARDO... Traduce The Taming of the Shrew, La bisbetica domata, che debutta prima al LAC di Lugano e ora in scena al Carcano di Milano con la regia di Andrea Chiodi.  Si avverte subito il suo abituale segno stilistico, caratterizzato dalla musicalità e dalla polivocalità. L’adattamento teatrale si arricchisce di termini sonori e musicali, di parole fortemente corporee, incisive: «Ho cercato di costruire un microcosmo di parole che restituisse l’eco del suo, ho riproposto rime e assonanze esattamente corrispondenti a quelle originali, così come l’uso della prosa e del verso.

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Il teatro e il mare

Riprende l’appuntamento del Teatro Stabile di Genova con il mare e parrebbe, questa, cosa naturale considerata la storia secolare di questa città che, appunto, sul mare si affaccia ma soprattutto nel rapporto con il mare, amato ed insieme temuto e vissuto con diffidenza e sconcerto, ha messo alla prova la sua identità. Come del resto a noi sembra cosa naturale affacciarci alla realtà che ci circonda e che ci illudiamo forgiata dalla nostra identità, una realtà organizzata e senza derive su cui quotidianamente approdare e vivere. “Isole e approdi” questo il titolo delle conferenze del ciclo 2017 – 2018 di “Il Teatro e il mare”, e il quinto appuntamento, il primo del 2018, ha ospitato il giornalista e studioso di semiotica Stefano Bartezzaghi e il filosofo Simone Regazzoni, mentre al bravo Aldo Ottobrino era affidato il compito delle letture. Peraltro più “derive” che approdi perché oggetto delle due prolusioni a confronto è stato “Robinson Crusoe e la filosofia di Lost”, quindi non tanto il ritrovarsi in un percorso

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