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Articoli e interviste

Estate Teatrale Veronese

Verona, città shakespeariana per eccellenza, anche se, a quanto sappiamo, mai visitata dal Bardo, ma da lui resa universale con alcune delle sue più famose drammaturgie, ripropone anche quest'anno, nell'ambito della sua estate teatrale al bellissimo Teatro Romano, la rassegna - omaggio, caratterizzata dal 1948 e fino praticamente a ieri da grandi e più tradizionali allestimenti.
Ma le 'crisi' si sa, oltre ad essere fratture che interrompono traumaticamente una continuità decennale cioè ormai una tradizione, costituiscono anche occasioni per cambiare positivamente, sostituendo alle comodità dell'abituale i rischi e le opportunità dell'innovazione, come in questo caso. Infatti l'impossibilità, causa Covid19, di mettere in capo tali grandi allestimenti ha suggerito al nuovo Direttore Artistico Carlo Mangolini di tentare una via nuova e stimolante, quella delle riscritture, portando in scena l'eco contemporanea delle immortali tragedie di Shakespeare e così ritrovando

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Festival Tramedautore 2020

E sono 20! Quattro lustri di drammaturgia contemporanea che il Festival Tramedautore mette in vetrina con successo. Fino al 20 settembre a Milano va in scena l’edizione 2020 sempre a cura del comitato artistico con Angela Lucrezia Calicchio, Andrea Capaldi, Gian Maria Cervo e Michele Panella, e realizzato da Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano e con Mare Culturale Urbano. La magia si percepisce anche questa volta, pur tra mascherine e ingressi contingentati. Sarà per la sede storica del Piccolo Teatro di via Rovello, intimista al punto giusto, sarà per la qualità della proposta 2020, non resta che gustarsi questa full immersion di dibattiti, spettacoli, presentazioni. Si conferma la mission storica del festival, squarciare il velo sulla drammaturgia di tutto il mondo consapevoli che proprio lì si crea il nuovo, il linguaggio di domani. Ma oltre a ciò – e qui sta la chiave del successo – su questi palcoscenici si disvela l’oggi,

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Alpe Adria Puppet Festival il diario

A volte viene da pensare, senza scomodare Gustav Jung, che le coincidenze, in fondo, non esistono. Così mentre, per altre finalità, rileggevo Antonin Artaud mi è stata offerta l'occasione di partecipare ad un festival di Teatro di Figura, a questo Festival di Teatro di Figura che da 29 anni si svolge a Gorizia e dintorni. Mi si dirà: cosa c'entra Antonin Artaud? Centra perché questo grande del teatro moderno rappresenta il punto forse più avanzato della rivolta novecentesca contro un certo teatro della parola e del dialogo, il moderno teatro borghese cioè, un teatro intellettualmente talmente antropizzato, con parola contemporanea, da essere diventato sottile come un passatempo, ed è ancora Artaud a dirlo, “digestivo”. Dietro e prima di tutto ciò, ma ora aggiungerei insieme, ci sono il gesto, il segno, la maschera che creano e disegnano significati come geroglifici sulla scena. Questa in fondo è l'essenza del “teatro di figura”, che naviga tra danza e ombre, tra burattini e pupi, tra

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Incontro con Elisabetta Pozzi

Elisabetta Pozzi, genovese. Dopo il diploma alla scuola di recitazione dello Stabile della sua città, ha caratterizzato la sua carriera, in prevalenza teatrale ma non solo, per quella rara capacità di rivivere e rinnovare i grandi personaggi che ha interpretato. Più drammaturga in scena, si direbbe, che semplice interprete, attraverso il personaggio ha spesso saputo offrire nuove e inaspettate chiavi di lettura anche al testo che la impegnava e alla scrittura scenica che la chiamava e la chiama alla ribalta. Ha stupito e si fa apprezzare per questa sua qualità unita ad un approccio, nonostante tutto, semplice e diretto, da non-diva, pur se diva a ragione potrebbe essere ormai definita. La intervistiamo al telefono prima del suo ritorno a Genova con una delle sue più interessanti interpretazioni, la “Elena” dal poemetto di Ghiannis Ritsos, la cui revisione scenica risuonerà nel centro stesso della città, della polis che in fondo l'ha formata.

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T.i.r. la rivoluzione del Teatro di Genova

Ce l'aveva anticipato, il Direttore Davide Livermore nel corso di una intervista in piena pandemia, che l'estate 2020 del Teatro Nazionale di Genova sarebbe stata una sorpresa. La forza e l'intelligenza del teatro per allontanare pericoli che allora sembravano insuperabili e per offrire nuovamente al pubblico la presenza, la indispensabile presenza dei suoi attori sul palcoscenico, la magica dinamica del recitare e comunicare. È nato così, anzi se vogliamo è stato recuperato da una precedente diversa sperimentazione dello stesso Livermore, “T.I.R. - Teatro in Rivoluzione” l'evento che potrà caratterizzare l'estate, periodo tradizionalmente di chiusura, genovese e ligure, evento che, proprio come un pianeta o un satellite, cercherà di rivoluzionare da un angolo all'altro della regione. Cos'è infatti “Teatro In Rivoluzione”, è soprattutto portare la bellezza in piazza, farla toccare quasi, fonderla con i luoghi e le comunità che li abitano, è rimescolare il teatro, oltre i generi e le rigide divisioni, è non far dimenticare, dopo tanta lontananza, che di quella bellezza abbiamo sempre bisogno, forse più di prima, per sconfiggere l'imbarbarimento che insidia la nostra contemporaneità votata, nei singoli

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Intorno a Pentesilea conversazione con Chiara Guidi

“Un attimo fa era ancorata sulle cime della vita, e ora è lì per terra, morta”.  L'occasione è la presentazione del suo ultimo lavoro, una “Pentesilea” di Heinrich Von Kleist, frutto di un laboratorio con gli studenti del corso di alta formazione che, ideato prima, è mutato, quasi metamorfizzandosi, per l'avvento della pandemia, così da diventare un coro di voci in uno spazio estetico man mano conquistato e consolidato. Uno spettacolo presentato in anteprima nazionale su Radio 3 all'interno del programma condotto da Laura Palmieri. Ma con Chiara Guidi non ci si può fermare ad un singolo evento, e così il nostro incontro si è trasformato in un momento di discussione sul senso contemporaneo del teatro. Per domandarci cioè se il teatro è ancora in grado di interrogarci e se noi siamo ancora capaci di interrogarlo. La sospensione di questi mesi sembra infatti, anziché indirizzarci al profondo, averci mostrato la via del consueto, del luogo comune che sfugge e a cui sfugge l'orizzonte, “per emulare nel presente ciò che si faceva prima”, come ci ha detto lei stessa, “come se il teatro, vista la precarietà del futuro non abbia più la stessa urgenza”. Si fa finta, mentre il bisogno vero è

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