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Il dramma del mese

Fino a prova contraria di Paolo Sartori

I miei testi nascono a voce alta, le parole echeggiano dentro di me. Prima le dico e poi le scrivo. Ho sempre avuto, fin da ragazzo, questa esigenza. La parola dovevo dirla, non mi bastava leggerla in silenzio; dovevo darle fiato, voce, carne.
Da un maestro come Giovanni Testori ho imparato che la cosa più importante per un attore, un’attrice, è la parola.
Il teatro nella sua essenza è una forma di mistero. Il mistero è qui inteso come alchimia di tempo, luogo e parola. La parola diventa per me forma di espressione nel suo generarsi, costruirsi, spezzarsi, per poi riemergere in una lingua che è già alchimia nel suo farsi corpo del teatro.
Inizialmente approccio suoni, frammenti, sillabe; una parola che cerca di generarsi, di nascere, di partorire se stessa in forma corporea, prima ancora di diventare narrazione. Il senso della mia ricerca è appunto misterioso perché non provo ad agire per forme certe, per narrazione palese, per significati codificati, ma mentre scrivo cerco di mettere in scena le stesse parole. Paradossalmente posso affermare che la parola si mette in scena da sola, sulla pagina bianca, nello stesso istante in cui la trascrivo, prima ancora di essere messa in scena nella testa e nel cuore dei molteplici artefici della rappresentazione teatrale: registi, interpreti e altre figure di un ensemble artistico. Questa è la mia fissazione (o follia?), questa è la mia pretesa, questa è la mia esigenza. Solo così, credo, con questa spinta, la parola scritta può diventare corpo vero, vibrante, fatto di carne e di sangue: dove l’interprete – e prima ancora l’essere umano vivente nel suo didentro – si assume la responsabilità di un’esecuzione in cui si addensi ed emerga una così pulsante materia.
In questi anni ho indagato il mondo di William Shakespeare e ho riscritto alla mia maniera AMLETO, MACBETH, RE LEAR, ENRICO V. Poi ho provato a scavare tra i ritmi e i temi della tragedia greca di Eschilo ed Euripide. Ultimamente sono attratto dalla scultorea opera di John Steinbeck. Mi piace e mi appassiona attingere ai Classici perché vi trovo non solo una tecnica e dei materiali perfetti, ma anche quell’appello al giudizio del pubblico che considero raro nel teatro contemporaneo.
FINO A PROVA CONTRARIA è il frutto di un ulteriore esperimento dentro questa mia continua ricerca. Il racconto che si snoda è una sorta di “prova per una confessione”. La protagonista cioè “prova”a dire “a voce alta”, dentro la sua cella e prigione, come sono avvenuti i fatti che la vedono accusata di un gesto d’estrema violenza; e – come l’autore – cerca le parole giuste da dire davanti ai giudici, quando sarà chiamata a deporre per il processo in cui è imputata.
Le battute sono numerate, in ordine crescente, da 1 a 999. Questa sequenza, però, può essere cambiata in base alle esigenze della messa in scena. Ogni battuta infatti ha una vita propria e, insieme, sono come tessere di un mosaico che possono quindi essere utilizzate per creare situazioni emotive nuove e differenti, secondo le diverse sensibilità di registi e interpreti.
Paolo Sartori

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Vincitore del Premio Ipazia alla Drammaturgia 2019 (si veda “www.eccellenzalfemminile.it”), il testo scritto da Sartori volge in racconto drammatico il problema dell’affettività femminile in rapporto a relazioni tossiche con uomini capaci di abusi, manipolazioni ed efferatezze nei confronti delle donne. E, come si riporta dalla motivazione dello stesso premio, «la testimonianza resa di fronte al pubblico riassume i topoi più frequenti che s’incontrano nei processi per maltrattamento e violenza ma li declina con una sensibilità e uno scavo psicologico lontani da ogni tentazione didascalica: come se il pubblico li ascoltasse per la prima volta. Interessante, inoltre, la costruzione sintattica in cui sono quasi assenti le subordinate. La scelta non denota sciatteria ma si rivela funzionale a due diverse direzioni. I “segmenti” facilitano infatti chi si impegni in un monologo; ma, come suggerisce l’autore stesso, consentono di affidare il racconto a più voci, sottolineandone la valenza di tragico fenomeno sociale, oltre che di dramma personale».

Paolo Sartori, nato a Udine nel 1966, è architetto e dramaturg. Laureato in Architettura allo IUAV di Venezia nel 1994, si distingue e fa notare come drammaturgo già nel 1991 al Premio Candoni Arta Terme per il suo testo CESC’ASSIS-LÌ: rappresentato nove anni dopo da Antonio Syxty con il titolo A PIEDI NUDI SUL PALCO, per l’interpretazione di Andrea Soffiantini al Teatro Litta di Milano. Le sue collaborazioni si allargano in seguito ad altri professionisti dell’arte teatrale quali Giuseppe Bevilacqua, Franco Palmieri, Paolo Patui e Daniela Zorzini. In particolare, per quest’ultima si occupa della stesura e regia di AMOR DI CLARA nel 2002; mentre, nel 2017, riscrive la tragedia ROMEO E GIULIETTA di Shakespeare per una messinscena della stessa teatrante con due soli interpreti. Per Palmieri, invece, scrive AGOSTINO IN BACKSTAGE che debutterà sul palco veneziano di Bibione nel 2013, oltre a UNA COMMEDIA CON OTTO CADAVERI E DUE CRETINI dall’AMLETO scespiriano, rivisto in chiave comica e rappresentato al Teatro Le Laudi di Firenze nel 2018. Vi sono altri testi di Sartori che diventano spettacoli, tra cui alcuni che lo vedono di nuovo impegnato pure come regista. Collabora inoltre con realtà artistiche come il Teatro Stabile Friulano, il Teatro Nuovo Giovanni da Udine e il Palio Teatrale “Ciro Nigris” Città di Udine, dedicandosi nondimeno a docenze per corsi e seminari di scrittura teatrale. Una somma di esperienze in cui, peraltro, esprime una creatività drammaturgica che trova riscontri di successo nel teatro studentesco e in quello rivolto alla valorizzazione della lingua friulana. Riscrive così per la scena – e studenti liceali – il romanzo RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini nel 2013; crea il dramma COME LE ALLODOLE ASSETATE SUL MIRAGGIO per il Teatro Ristori di Cividale del Friuli che, nel 2017, coinvolge nel correlato spettacolo uno stuolo di ragazzi della stessa cittadina. In friulano, diversamente, scrive una serie di pièce che, fra il 2006 e il 2012, si aggiudicano la vittoria di tre edizioni consecutive del concorso indetto dall’Associazione Teatrale Friulana e dalla Provincia di Udine, mirato appunto a valorizzare la ricchezza espressiva di questa lingua dialettale nella drammaturgia. Da menzionare, poi, le sue pubblicazioni di racconti e romanzi: LORY & FRANK per le edizioni della Biblioteca del Magazzino nel 2005 (con cui nel 2008 pubblica anche la silloge teatrale FUORI PROGRAMMA, introdotta da Antonio Syxty); L’AMORE E BASTA per l’editrice Uni Service di Trento nel 2007; QUID per i tipi bergamaschi di Silele nel 2016; e nel 2018, per Yuocanprint di Roma, NULLA DI PIÙ.

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La Classe di Francesco Ferrara

Il primo giorno di prove, quando io e i quattordici attori della Factory del Teatro Bellini di Napoli abbiamo incontrato il regista Gabriele Russo, il testo de LA CLASSE non esisteva ancora. Conoscevamo soltanto l’argomento che volevamo raccontare e la data in cui lo spettacolo avrebbe debuttato. Era stata una nostra scelta, questo è vero, ma la cosa lì per lì ci parve comunque rischiosa. E non si può negare che lo fosse.
Perciò quel giorno ci siamo rimboccati le maniche e, una volta al lavoro, io e Gabriele abbiamo capito che in realtà potevamo trarre un enorme vantaggio da una situazione solo in apparenza complicata. Avevamo a disposizione un’idea, quattordici giovani attori, il loro entusiasmo e un mese di tempo. Mica male. Così abbiamo subito messo i loro corpi e le loro menti a confronto con il tema complesso che avevamo scelto, un tema che sapevamo li avrebbe messi in difficoltà in quanto attori e, di conseguenza, in quanto esseri umani (o viceversa, le due cose vanno di pari passo): come si può ‘interpretare’ la lucida follia di Anders Breivik, un uomo che ha ucciso, rincorrendoli con un fucile, decine di ragazzi innocenti? Come si può capire il dolore dei genitori delle vittime? Come si può entrare nell’animo di un giudice costretto a giudicare uno stragista secondo l’ordinamento e non secondo l’istinto? Prevedevamo che, nel tentativo di rispondere a domande così oscure, i ragazzi avrebbero toccato sentimenti a loro sconosciuti e per questo avrebbero smosso gigantesche masse interiori. Con questa consapevolezza siamo partiti per il viaggio che ci ha portato alla realizzazione della pièce.
Nella prima fase Gabriele ha guidato il gruppo di attori in lunghe sessioni di improvvisazione. I ragazzi si immergevano nei momenti che orbitavano intorno all’attentato: la preparazione, l’ultimo abbraccio tra Breivik e sua madre, i tentativi di fuga delle vittime, il processo. Entravano nei personaggi, li reinventavano, li interpretavano e ne uscivano; poi ne discutevano, valutavano l’efficacia del loro lavoro e riconoscevano allo stesso tempo una profonda difficoltà a trovare delle risposte certe.
Io nel frattempo osservavo e prendevo appunti. Quando abbiamo avuto a disposizione abbastanza materiale da fare anche più di uno spettacolo (abbiamo dovuto, infatti, rinunciare a buona parte di quanto avevamo accumulato), ci siamo concessi qualche giorno di pausa per tentare di dare forma scritta a una materia in quel momento informe. Autonomamente ho buttato giù una prima stesura che subito abbiamo verificato in scena. C’era, come ci aspettavamo che fosse, ancora qualcosa che non funzionava. Così ho riscritto e modificato secondo le esigenze dello spettacolo, poi verificato ancora e riscritto ancora e così via; mentre Gabriele, dal canto suo, scardinava ulteriormente i significati del testo che via via andava formandosi.
E ora eccoci qua. Dopo un anno e mezzo di continue revisioni su un testo che ritengo ancora in divenire, e al di là del risultato artistico che rimettiamo nelle mani del pubblico, alla fine di questo percorso io sono pronto a chiedermi soprattutto una cosa: quanto può essere importante oggi il lavoro di un gruppo, intendendo con gruppo ciò che in effetti dovrebbe essere, ossia più teste che operano insieme affrontando il rischio del fallimento in totale libertà creativa? Non vale forse la pena di provare, almeno provare, a riscoprire la dimensione collettiva del teatro? Non sarebbe questo un atto profondamente politico?
Io ho una mia risposta, ma è giusto che a porsi la domanda siano tutti quelli che il teatro lo vivono, da un lato o dall’altro della scena.
Francesco Ferrara

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Diretto da Gabriele Russo e interpretato dai giovani allievi della Bellini Teatro Factory, LA CLASSE - RITRATTO DI UNO DI NOI ha debuttato il 24 giugno 2018 al Napoli Teatro Festival. Prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, lo spettacolo è stato ripreso l’anno seguente al Piccolo Bellini e, come anteprima della stagione 2019-20, nella sala grande del Teatro Bellini stesso. È inoltre andato in scena con successo al Piccolo Teatro Grassi di Milano per l’edizione 2019 del festival Tramedautore.

Francesco Ferrara nasce nel 1985. Si laurea in Filologia Moderna all'Università degli Studi di Siena con una Tesi sulla poesia di Dylan Thomas. Alternando lavoro e studio, frequenta per due anni il Corso di Laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli e consegue un Master in Drammaturgia e Cinematografia nello stesso ateneo. Nel 2019 si diploma come drammaturgo alla Bellini Teatro Factory, l’accademia teatrale del Teatro Bellini di Napoli dove, tra 2017 e 2018, è assistente alla regia di Gabriele Russo per un paio di spettacoli. Ossia: TITO, riscrittura originale di Michele Santeramo del TITO ANDRONICO scespiriano, nell’ambito del progetto “Globe(a)l Shakespeare”; e L’ULTIMO DECAMERONE per la drammaturgia di Stefano Massini. Oltre a scrivere LA CLASSE, è autore de IL TEMPO ORIZZONTALE che – montato nuovamente da Russo – debutta al Napoli Teatro Festival 2019 e si rappresenta al Piccolo Bellini, sempre di Napoli, nella stagione teatrale subito a seguire. Durante la quale si replica pure il suo dramma LOOK LIKE, andato in scena nel febbraio 2019 per la regia di Salvatore Cutrì nella stessa sala napoletana. GRADI DUE, invece, è una scrittura nata all’interno del progetto “Safari” e figura nel cartellone 2019-20 del TAN - Teatro Area Nord di Napoli grazie alla messinscena di Domenico Ingenito, ideatore del progetto, e con la supervisione drammaturgica di Letizia Russo. Di nuovo con Cutrì, infine, Ferrara fonda il Collettivo Mind the Step che con lo spettacolo FOG è finalista al Premio Scenario 2019; mentre si distingue anche come scrittore di racconti che compaiono su alcune riviste letterarie. Tra questi si ricordano: SEMPRE CON TE pubblicato su “Tre Racconti”, CANDELINE apparso su “Carie” e TRE su “Narrandom”.

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