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Il dramma del mese

Così lontano, così Ticino di Davide Marranchelli

Trentamila erano, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, i bambini italiani clandestini in Svizzera: sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali; con i genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro di non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere.
La drammaturgia che state per leggere nasce, dunque, dalla scoperta di tale fenomeno dei «Versteckte Kinder» – bambini nascosti – proseguito con altri numeri fino all’ultimo decennio del ’900: bambini costretti a seguire in Svizzera i genitori, lavoratori stagionali, ma per legge clandestini e impossibilitati al ricongiungimento famigliare.
Due di loro sono i protagonisti di questa commedia nera. Cresciuti in una situazione di disagio, senza poter vedere la luce del sole, studiare, giocare al parco come i loro coetanei; e poi, da adulti, ancora incapaci di conoscere i loro sentimenti e quelli altrui: tormentati come sono da profonde paure e da un folle desiderio di rivalsa verso una nazione che non li voleva e che non li vuole ancora oggi.
Da comasco sono cresciuto immerso in una realtà incredibilmente diversa dal resto d’Italia, quasi senza accorgermene. Per noi delle province di confine è sempre stato normale avere lo zio a Basilea, il cugino a Ginevra, una sorella o una fidanzata lavoratrici in Svizzera, i nonni dipendenti della Lindt, la bisnonna contrabbandiera di sigarette.
Como, la ricca Como ‘minacciata dalle orde migratorie’, è essa stessa una città di migranti giornalieri, lo è sempre stata, e non me ne ero mai accorto.
Finalmente posso raccontare qualcosa che conosco da vicino: un rapporto, quello con il Ticino, molto controverso. Se da una parte i frontalieri “portano a casa i soldi”, dall’altra spesso nascondono l’insofferenza per essere trattati da ‘italiani’: lavoratori che si accontentano di un salario basso; spesso accompagnati da pregiudizi come quelli espressi dalla barzelletta raccontata in tutta serenità dall’ex sindaco socialista di Berna, Alexander Tschappat, ripresa nel corso della commedia da uno dei personaggi.
E contando anche che – tramite referendum del 25 settembre 2016 – il Canton Ticino ha approvato l’articolo costituzionale “Prima i nostri”, teso a privilegiare la manodopera indigena nelle assunzioni di lavoro, i due protagonisti della pièce intendono dare allora un segnale di protesta e ribellione talmente forte da imprimersi, una volta per tutte, nell’immaginario dell’opinione pubblica elvetica.
Rapire Mina. Questa la soluzione. Mina, la grande cantante, la tigre di Cremona. Nata a Busto Arsizio. Residente a Lugano. Riportarla a casa, come la Monna Lisa.
La scelta drammaturgica è strettamente legata al mio ruolo di attore e regista. La scrittura nasce già recitata, masticata in bocca prima di essere scritta, e cerca di lasciare spazio all’azione anche a discapito dell’esposizione giornalistica dei fatti che la determinano.
La scelta del linguaggio dell’opera rispecchia profondamente la mia visione del mondo, la necessità di ridere di fronte a tutto ciò che non conosciamo di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda.
La tematica affrontata è a cerchi concentrici. Parte dal macrotema sociale fino ad arrivare al particolare introspettivo. La critica alla vicina Svizzera, alle sue discutibili scelte di questo e dello scorso secolo, lascia fin da subito spazio a un altro tema: il disagio di due emigranti che, come sovente accade, cercano qualcuno o qualcosa con cui prendersela. Sono italiani e sono in Svizzera, ma potrebbero essere di qualsiasi nazionalità e ovunque.
Ma è l’esistenza, alfine, il focus su cui vira l’andamento del testo. Così come è emblematica la decisione dei protagonisti di rapire un’icona del calibro di Mina: venerata, stranota e diffusamente nominata a dispetto della sua scelta di scomparire, tanti anni fa, dalle scene mass-mediatiche e televisive. Da cui la domanda inversa: cioè, come si fa invece a essere qualcuno e ad avere un proprio posto nel mondo, quando quest’ultimo fa fatica a sopportarci?
Forse la violenza, declinata in tutte le forme di terrorismo narrate negli ultimi anni in Europa, nasce proprio da questa intima frustrazione; e dopo, solo dopo viene legittimata da altro: politica, religione, ideologia.
COSÌ LONTANO, COSÌ TICINO è pertanto il racconto di una follia che diventa realtà. Un gioco teatrale che eviscera – esasperandolo – non solo il rapporto tortuoso che hanno con la Svizzera i 60.000 italiani circa che, ogni giorno, varcano il confine come frontalieri dalle ricche province del Nord Italia, a cui vanno sommati i 500.000 residenti stabili oltreconfine: bensì, più in generale, la frustrazione e l’ammirazione dell’emigrante verso un paese che gli dà da mangiare e, al contempo, lo detesta.
Davide Marranchelli

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Diretto dallo stesso autore, a sua volta in scena con Stefano Panzeri, COSÌ LONTANO, COSÌ TICINO è altresì uno spettacolo prodotto da Teatro Città Murata e Mumble Teatro, che ha avuto la sua prima nazionale il 28 aprile 2018 al Teatro San Teodoro di Cantù, in provincia di Como. L’anno seguente è stato quindi finalista a Siena al Premio In-Box 2019 (di cui al website “inboxproject.it”) dove, lo scorso maggio, si è aggiudicato il riconoscimento della giuria “popolare” dei Millennials oltre a una serie di repliche in tutta Italia.

Davide Marranchelli nasce a Cantù il 6 novembre 1982. Prima di laurearsi in Scienze dei Beni Culturali all’Università Statale di Milano, frequenta il corso per attori della Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, proseguendo la formazione con pedagoghi e artisti quali: Kuniaki Ida, Gabriele Vacis, Ambra D’Amico, Elisabeth Boeke, Emanuele De Checchi, César Brie, Laura Curino, Serena Sinigaglia e Leo Muscato. L’amore per il teatro e qualsiasi forma di narrazione lo portano a esplorare differenti forme di ricerca artistica e d’attore. Ha quindi l’occasione di interpretare Zorzetto/Arlecchino nella BARCA DEI COMICI goldoniana, diretta da Stefano de Luca per il Piccolo Teatro di Milano; di collaborare con AsLiCo e Teatro Sociale di Como in qualità di attore e mimo per produzioni operistiche quali LA BOHÈME, CAPULETI E MONTECCHI, LA SONNAMBULA e OTELLO; di lavorare con molteplici realtà teatrali italiane come Unoteatro, Teatro del Buratto, Fondazione Toscanini, Teatro Evento, Teatro Pan e, a Mosca, con il Puppet Theatre Sergeij Obraztsov. Un fervido e articolato percorso che va dalla commedia dell’arte alla narrazione, dal teatro di figura al cabaret. Dal 2010 lavora inoltre come regista nella compagnia comasca Mumble Teatro, di cui è cofondatore e con la quale mette in scena diverse produzioni: tra queste si ricordano SENTIMÈ, presentata al festival Il Giardino delle Esperidi 2013 con la compagnia Anfiteatro; e, in coproduzione con Teatro Città Murata nel 2015, FIGURINI di cui è anche drammaturgo. La sua attività registica si estende poi nell’ambito dell’opera lirica. Difatti per AsLiCo cura le regie del BARBIERE DI SIVIGLIA, della CARMEN e dell’ELISIR D’AMORE all’interno del progetto OperaIT, mentre è assistente regista di Silvia Paoli per OTELLO e, al Teatro Comunale di Sassari, di Matteo Mazzoni per LA BOHÈME. Nel 2019 infine, fatta menzione dei successi di COSÌ LONTANO, COSÌ TICINO, vince il concorso della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo con la creazione DON GAETANO - A SPEED DATE WITH: spettacolo musicale di ricerca da lui scritto e diretto, rappresentato durante la Donizetti Night del 15 giugno dello stesso anno.

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Fiato corto di Andrea Monti

Una drammaturgia incardinata su un avvicendarsi di battute, fra monologhi e dialoghi a due e tre personaggi, che si snodano lungo un ritmico sviluppo orchestrato su forme e moduli tipici della poesia: ricercando, dunque, una musicalità e un’immediatezza espressiva in grado di fare risuonare, con fulminea carica penetrativa, uno stuolo di concetti e discorsi sul nostro problematico vivere odierno.
In sintesi, ecco presentati i tratti salienti di FIATO CORTO. Un incastro di corti teatrali che nei pensieri del suo autore, Andrea Monti, risponde a un bisogno bruciante di liberazione da certi limitanti schematismi esistenziali indotti, o altrimenti autoimposti in modo inconscio, dovuti al quotidiano turbinio di relazioni e dinamiche sociali che la sovraeccitata epoca attuale tende a innervare di elementi funzionali a un pigro benessere di facciata, alimentato dalle foghe del consumismo con le sue illusive mode e modalità.
Quando, invece, nell’intimo delle persone premono energie e urgenze in cui vibra la voglia di emanciparsi da simili sistemi irreggimentati, per andare piuttosto in cerca di vitali e affrancate vie di pensiero e condotta. Dischiuse, quindi, a una sincera ed espansa connessione con un proprio intimo sentire; sempre in ascolto attento, comunque, del respiro e delle sintonie di chi si ha intorno.
C’è inoltre nel testo un’ulteriore gamma di risonanze, dettate dalla sua matrice metateatrale. Difatti la compagnia di personaggi protagonista dà conto di riflessioni sull’arte del teatro, sul mestiere difficile e magari mal gratificato dell’attore, su certi meccanismi creativi e d’organizzazione che spesso ne serrano la forza comunicativa e d’invenzione. Così, tra un «Fiato corto» e l’altro, si assiste al tentativo di siffatte figure recitanti di stravolgere il senso primario del flusso testuale che sono impegnate a rappresentare, cercando di prendere il sopravvento su di esso oltre che sulla regia che lo accompagna. Quest’ultima – come scrive Monti di suo pugno – viene allora «resa invisibile dalle sollecitazioni degli attori, sui personaggi, che con il rallentamento del respiro diventano sempre più sicuri del loro ruolo e pronti a uscire dallo schema imposto». Poiché «l’alternanza di comicità, assurdità, rabbia, frustrazione lavorativa e bisogno di astrazione» gli consente «di giocarsi la loro possibilità interpretativa»; mentre il pubblico può trovare continuamente «qualcosa a cui aggrapparsi per mantenere alto il livello di curiosità e tensione», grazie al mirato intervallarsi dei diversi interlocutori in scena.
Ne sortisce una drammaturgia dinamica, imprevedibile, fitta di suggestioni e che diverte. Nel senso proprio di questo termine: ossia che verte, volge, altrove. E, nella fattispecie, laddove vi sia gioia da condividere qui e ora.
(dp)

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Diretto dallo stesso autore, FIATO CORTO è andato in scena per la prima volta al Nuovo Teatro San Paolo di Roma il 17 novembre 2018 (leggi la recensione); con il disegno luci di Mauro Guglielmo, i costumi di Angela Di Donna e Mariagrazia Iovine, la supervisione musicale di Umberto Papadia e l’aiuto regia di Matelda Sabatiello; mentre nel cast di interpreti figurano Martina Barboni, Riccardo Benforti, Emanuele Boscioni, Francesco Casella, Diego Parente, Lisa Recchia e Giorgia Valeri che ha curato anche le coreografie. Per ogni altra informazione, si veda il website “nuovoteatrosanpaolo.it”.

Andrea Monti è regista, autore e attore teatrale. Allievo di Aldo Nicolaj e Maurizio Faraoni, dal 1994 continua ad affinare la sua scrittura orientandosi perlopiù su quella drammatica. Infatti sono numerosi gli spettacoli che ha scritto e prosegue a scrivere, spesso occupandosi di dirigerli per la scena. Anche se si afferma subito come creatore di racconti grazie ai riconoscimenti che, sul finire del secolo scorso, riceve in un paio di premi: cioè lo Studio12, nel 1997, grazie al racconto FUORI!; e, per due volte, quello della Condotta Romana di Slow Food ossia “Racconti di Vino” con le opere SENZA LANGUORE e C’ERA UNA VOLTA UN CAVOLO. In quel periodo, si laurea peraltro in Lingua e Letteratura Spagnola, presso la Terza Università di Roma nel 1998, con una tesi su Alfonso Sastre: noto drammaturgo e sceneggiatore contemporaneo fra i più rappresentati e premiati in Spagna. Diversamente, nel mezzo della sua formazione alla scuola teatrale di Faraoni, realizza ancora nel 1997 la sua prima regia: DOCCIA FREDDA. Dal 2003, invece, tiene corsi di scrittura teatrale e laboratori di recitazione in talune realtà del Lazio quali la Piccola Accademia di Stefano Jurgens, le Officine Teatrali e l’Officina Teatro XI. Nel 2006 fonda la webzine “TeatroTeatro.it” – di ampio seguito fra addetti e appassionati dell’arte scenica – con cui indice altresì il concorso “TeatroTeatro da Mangiare”, dedicato ai corti teatrali inerenti al cibo. L’anno seguente, scrive e dirige con Marco Massaccesi il serial in 10 puntate intitolato ZONA CRITICA, riguardante l’«infame mondo della critica cinematografica» e interpretato da Mauro Mandolini e Lisio Castiglia. Un biennio dopo fonda l’Associazione Culturale Accademia San Paolo per la divulgazione delle arti legate allo spettacolo dal vivo (cfr. www.accademiasanpaolo.com). Si susseguono, poi, alcuni suoi adattamenti concernenti alcuni classici della drammaturgia, di cui dirige anche le rispettive messinscene: ovvero FILUMENA MARTORANO (2011), versione in romano della celebre Marturano creata e scritta da Edoardo De Filippo; 6 PERSONAGGI (2014) dall’altrettanto famosa pièce di Luigi Pirandello coi suoi sei «in cerca d’autore»; e TRILOGIA DER SANGUE (2015) da tre tragedie di William Shakespeare. Dal 2014, sempre a Roma, è direttore artistico del Nuovo Teatro San Paolo, di cui cura la programmazione più le rassegne “Belli Corti” e “Belli Passi” rivolte rispettivamente ad autori teatrali e a coreografi; mentre dal 2012 è drammaturgo e regista della compagnia Dupla Carga (cfr. facebook.com/DuplaCarga). Con questa, negli ultimi anni, ha scritto e diretto diversi spettacoli quali: VERSO ME, PAPADIARIUM, SENZA AFFLATO, ASPETTANDO GODO e, oltre al citato FIATO CORTO, il donnesco FEMMINARIUM che è stato insignito come miglior testo alla rassegna romana del 2016 Testaccio Comic Off, ottenendo ottimi riscontri di pubblico e critica nel corso della successiva tournée nazionale. Di quest’anno, infine, è la creazione del bando “Belli Lunghi” che seleziona testi per il cartellone di drammaturgia contemporanea del 2019-20 del Nuovo Teatro San Paolo.

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