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Il dramma del mese

L'indispensabile capitolo uno di D.Pachera e C.Mori

Il progetto de L’INDISPENSABILE prende il via da un’indagine all’interno della nostra società. Attraverso incontri e interviste con persone di diversa età, genere ed estrazione sociale, sviluppa una ricerca su ciò che siamo e su quello che d’indispensabile è rimasto nelle nostre vite di singoli e comunità.
Le domande ruotano attorno a un unico tema, il cibo, che diventa un pretesto per parlare di altro. Interrogandosi, infatti, sulle loro abitudini alimentari, le persone si concedono di riflettere su di sé in maniera nuova. L’intervista stessa è stata ideata come un momento performativo e come un percorso di autoconsapevolezza per entrambe le parti: un incontro e un dialogo reciproco sia per chi intervista, sia per chi è intervistato.
Queste testimonianze ci raccontano di quanto il cibo possa rivelare chi siamo; quanto descriva una società intera e il suo tempo, il suo percorso; quanto riesca a mostrarci la nostra identità intima e comunitaria.
Le registrazioni delle interviste entrano, quindi, nella stesura della drammaturgia senza essere manipolate: rispettate nella loro forma comprensiva di ripetizioni, errori, cadenze e punteggiatura. Selezionando alcuni frammenti puri delle interviste e assemblandoli in una drammaturgia scenica unitaria, la regia e l’interprete lavorano sulla scoperta del filo rosso che emerge spontaneamente dalle storie raccolte.
L’INDISPENSABILE ha avuto un suo primo sviluppo in due contesti molto diversi tra loro: in una residenza nel comune laziale di Arsoli, nei pressi di Roma, a contatto con gli abitanti; e a Brescia, all’interno del corso di alta formazione teatrale IDRAfactory, dedicato ai professionisti del settore. In entrambi i casi, le testimonianze raccolte hanno permesso di costruire uno spettacolo che restituisse il processo stesso di quell’esperienza condivisa; l’immagine di due collettività molto diverse.
Ad Arsoli, dalle interviste sul tema del cibo è emerso il forte legame degli intervistati con il loro passato, con i ricordi delle persone care scomparse, con le loro tradizioni, con i cambiamenti che il paese stesso ha subito. È affiorata, in molte persone, una riflessione sul rapporto con l’infanzia, con le figure della madre e del padre, con i sapori di una volta. Era come se anche il paese, un tempo, fosse stato bambino; ma anziché crescere, fosse solo invecchiato.
A Brescia, invece, il tipo di comunità intervistata era molto differente: persone provenienti da diverse regioni italiane, anagraficamente più giovani, che si ritrovavano lì insieme per motivi puramente professionali. La stessa modalità d’indagine utilizzata con il gruppo di Arsoli, ha portato dunque a esiti molto differenti: è venuta alla luce la fotografia di una generazione sperduta, dove il singolo si percepisce un estraneo nella moltitudine. È emersa l’immagine di una generazione dove l’unica cosa che la avvicina al concetto di comunità è, paradossalmente, la difficoltà a sentirsi una comunità.
Il progetto ha finora in archivio un centinaio d’interviste. Attraverso l’utilizzo del materiale raccolto da questo periodo d’indagine e da uno successivo di sperimentazione, siamo arrivati a costruire un primo capitolo scenico.
L’INDISPENSABILE Capitolo Uno è il primo risultato teatrale di questa indagine ed è prodotto dal Collettivo L’Amalgama (di cui si veda il website “collettivolamalgama.com”).
Si tratta di uno spettacolo compiuto che sviluppa una propria tematica interna, ma che si riallaccia inevitabilmente al processo di ricerca svolto.
L’obiettivo è sviluppare un altro paio di capitoli: ulteriori due spettacoli, che insieme a questo, vadano a comporre una triade di monologhi ognuno con un tema e un racconto autonomi ma, al tempo stesso, legati al meccanismo delle interviste.
Per questa prima messinscena, uno dei quattro attori coinvolti nel lavoro progettuale porta sulla ribalta un collage di ricordi, storie e testimonianze personali e di altre persone, tramite l’utilizzo della parola e di frammenti audio delle interviste fatte.
La scena, il racconto dell’interprete e le testimonianze audio, vanno a comporsi in un’unica narrazione che mescola differenti storie e ricordi attorno a una tavola da pranzo che viene apparecchiata e sparecchiata in continuazione.
Lo spettacolo prende in esame, dunque, solo una parte delle interviste raccolte e drammatizza l’esperienza – vissuta nel processo d’indagine – di un singolo attore: nella fattispecie Davide Pachera, accompagnato dalla regia di Clara Mori.
Il monologo si sviluppa intorno a un argomento fondamentale, quello del ricordo: e, più precisamente, quello del ricordo che si sgretola. La storia cardine, alla quale si legano tutte le altre, narra di un ragazzo che cerca di ricordare la madre e la ricetta di una focaccia di cui si è dimenticata. La madre a sua volta cerca di ricordare la propria madre affetta da Alzheimer. Attraverso il suo racconto, iniziato con una domanda sul cibo, emerge una complessità generazionale legata al ricordo, al non-ricordo e alla paura di non riuscire più a ricordare le cose, le persone o una semplice ricetta.
Contemporaneamente, nelle stesse date in cui si tiene la recita, l’attore intervista delle persone del luogo. I frammenti di queste interviste si sovrappongono alle altre storie. Così, durante lo spettacolo, fra gli spettatori ci possono essere persone che sentono la propria voce registrata o delle parole che hanno detto, mescolate a quelle di altre persone – magari sedute accanto e che neanche si conoscono – mentre particolari molto intimi e sconosciuti si rivelano.
(Dai materiali di presentazione del progetto)

«L’INDISPENSABILE è uno spettacolo che parla di ognuno e di tutti, tutti insieme; che raccoglie le voci e le riporta con delicatezza su un palco, come una carezza. Lo spettacolo riesce a captare le voci e a catalizzarle in un contenitore senza confini, senza mai costringerle: anzi liberandole, con dolcezza, raccontando quanto l’esperienza del “sentire” e spesso il “provare a tutti i costi a non sentire” ci riguarda tutti e che, anche quando ci sembra di essere soli e immancabilmente affamati di qualcosa che non c’è più, alla fine non lo siamo e non dobbiamo esserlo per forza. Perché quell’esperienza può essere condivisibile e può così abbracciarci in maniera inaspettata».
(Una spettatrice anonima)

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Davide Pachera si laurea in Arti Visive e dello Spettacolo con una Tesi sullo Squat Theatre presso lo IUAV di Venezia, dove nel 2012 consegue anche la Laurea Specialistica in Scienze e Tecniche del Teatro con una Tesi sul rapporto tra i Neuroni Specchio e il lavoro di ricerca di Peter Brook. Durante il periodo universitario lavora con Karina Arutyunyan, Luigi Dall’Aglio, Claudio Longhi e Csaba Antal. Nel 2016, si diploma presso la Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Continua in seguito a formarsi con artisti e direttori di livello nazionale e internazionale. Tra i tanti si ricordano Tomi Janezic, Anatolij Vasiliev, César Brie, François Khan, Arturo Cirillo, Jurij Alschitz e Marco Sgrosso. Parallelamente si forma anche sul lavoro fisico dell’attore attraverso laboratori e workshop con docenti quali Maria Consagra, Micaela Sapienza, Julie Stanzak, Carolyn Carlson, Michela Lucenti, Gisèle Vienne, Núria Guiu Sagarra, Anja Röttgerkamp nonché Marta Bevilacqua della Compagnia Arearea. Dal 2013 lavora con la compagnia teatrale Malmadur di Venezia per la quale, nello stesso anno, ha preso parte allo spettacolo LEAR/Del conflitto generazionale e, dal 2016 al 2019, alle messinscene ZOGA! Mani sulla città, STARLÙC, HOMO LUDENS e CINQUANTA MINUTI DI RITARDO. È tra i fondatori e creatori del Collettivo L’Amalgama nato nel 2016, anno in cui l’esordiente compagnia mette in scena il dramma RIBELLIONI POSSIBILI di Luis García-Araus e Javier García Yague, a cui seguiranno altre originali produzioni. Tra queste si segnalano QUI E ORA del 2019 e LOST IN MACONDO del 2021, dirette da Andrea Collavino. All’interno dell’Amalgama, con la collaborazione di Clara Mori e altri partner del Collettivo, sviluppa poi il progetto L’INDISPENSABILE che debutta in una sua prima forma scenica nel 2021. Da menzionare, infine, la sua partecipazione come attore al Microfestival 2017 e a diversi lavori della compagnia Domesticalchimia: fra i quali UNA CLASSICA STORIA D’AMORE ETEROSESSUALE (2017), LA BARCA DEI SOGNI (2018) e SONNAMBULI (2019).

Clara Mori si laurea all’Università di Milano Bicocca in Comunicazione e Psicologia nel 2013, anno in cui partecipa al workshop teatrale organizzato dalla LAMDA - London Academy of Music and Drammatic Art. Tre anni più tardi si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, dove studia con importanti insegnanti del panorama nazionale e internazionale. Nel 2016 segue una masterclass di Anatolij Vasiliev e Alessio Nardin, dopo avere partecipato nel 2015 a un workshop tenuto da Jurij Alschitz. Studia inoltre canto e voce con Elena Arcuri. Fa parte della compagnia di attori e attrici Collettivo L’Amalgama, attivo in tutta Italia e con cui ha vinto vari premi. Oltre a curare la regia di diversi spettacoli, compie anche esperienze video in cortometraggi e pubblicità, mentre lavora come educatrice presso la cooperativa Cascina Biblioteca di Milano: dedicandosi all’infanzia e a ragazze e ragazzi con disabilità. Con la stessa cooperativa collabora al festival di teatro inclusivo TiRibalto e, sempre a Milano, insegna alla scuola Il Faro Teatrale. Per il Consorzio SiR, invece, cura il progetto GAME-On, un laboratorio di videomaking che coinvolge minori con problemi giudiziari; lavora, infine, sulle tossicodipendenze giovanili collaborando con Dianova.

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La Vacca di Elvira Buonocore

«Ho scritto avendo accanto, seduto e in carne e ossa, il mio desiderio. Ha scelto la musica che avrei dovuto ascoltare. Ha fatto silenzio. Mi ha corretto diverse parole.»
LA VACCA non ha avuto vita facile.
È un testo nato nel solco di un cambiamento epocale che non ci aspettavamo. Realizzato nell’estate del 2019, ha atteso la riapertura dei teatri per un anno e mezzo con la paura di non aver più ragion d’essere. Una paura che ancora condivide con altri. Nonostante tutto è riuscito a esistere, forte anche di un consenso sottinteso che, in qualche modo, lo ha nutrito.
LA VACCA è nata da un incontro fortunato, quello con Gennaro Maresca, regista e attore della giovane compagnia B.E.A.T. teatro. Una conoscenza voluta e resa possibile da Mario Gelardi, direttore del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, che ha intuito una qualche assonanza tra le nostre sensibilità. In effetti, agli inizi di quel lavoro, nella ricerca di un linguaggio – drammaturgico per me e scenico per Gennaro – ci accorgevamo con un certo stupore d’essere stranamente sodali. Era plausibile, così dal nulla, un’affinità.
Le parole della drammaturgia sono venute fuori piano, tra le aule semideserte di un’università che l’afa di luglio aveva quasi addormentato. Scrivere in quel luogo non teatrale mi ha aiutato a regredire, a ritornare al passato, alla coltre spessa di sensazioni che volevo a tutti i costi riportare in scrittura. Si ribadiva in me un immaginario che già da tempo avevo sviluppato: quello della provincia, della periferia ignorata, di certi luoghi dell’abbandono in cui si abita senza vivere. E si dorme senza mai svegliarsi.
La rappresentazione di uno spazio profondamente marginale rientra in un obiettivo più ampio, una ricerca sulla provincia che provo a condurre cautamente, partendo dal linguaggio. Una lingua che qui è imbastita per l’occasione, ma che al contempo è agganciata al suono del mio dialetto: la risultante vuole essere un artificio che renda il parlare dialettale più estremo, reale ma pure più vicino all’invenzione. Come accade anche ai bambini di inventarsi le parole e di usarle pesantemente, come vere.
Il testo mette in scena uno stato emotivo, una condizione di precarietà che abitiamo, ogni giorno, quando indossiamo la nostra pelle. Quando siamo ciò che siamo. È proprio il rapporto con il corpo a essere al centro di una narrazione che s’incardina sul desiderio. Un desiderio che si manifesta in un luogo incapace di riconoscerlo, di educarlo e di farlo vivere.
In un tempo, il nostro, in cui il desiderio è subito catturato e calato in una forma non appena si manifesta, i tre protagonisti de LA VACCA si oppongono a questa logica. Donata, la ragazzina coprotagonista del dramma, non è catturabile. Non è assoggettabile. Il suo desiderio è deforme. Lei stessa, i suoi modi, il suo approccio alla vita e a chi la attraversa non è conforme. E lo spazio in cui questa soggettività agisce non è quello della città, in cui vige il decoro. Siamo in un paesaggio altro, quasi lunare; da considerarsi un oltremondo perché su di esso non attecchisce l’attenzione, la curiosa macchina maniacale che si interessa alle umanità, le ravviva e poi le assoggetta.
Questi personaggi vivono in uno spazio indecoroso: è lì che il desiderio pullula, sbraita, si sbraccia.
E infine resta la domanda: che fine fa il desiderio?
Elvira Buonocore

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Questa vibrante drammaturgia della Buonocore è andata in scena per la regia di Gennaro Maresca: il quale figura anche tra gli interpreti insieme a Vincenzo Antonucci e Anna De Stefano fra le scene di Michele Lavadera, i costumi di Rachele Nuzzo e le luci di Roberta De Pasquale. Prodotta dalla compagnia B.E.A.T. teatro di Napoli, la pièce de LA VACCA ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui: il Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti” nel 2019; quello “Per fare il Teatro che ho sognato / Per-formare il sociale” al festival Presente Futuro 2021 del Teatro Libero Palermo; e il premio Scenari Pagani 2021. Maggiori informazioni sullo spettacolo, tuttora in distribuzione e tournée, sono reperibili sul website “beatteatro.org”.

Elvira Buonocore (1989) è drammaturga e attrice. Diplomanda in Drammaturgia presso la Bellini Teatro Factory - Accademia d’Arte Drammatica del Teatro Bellini di Napoli, si forma come autrice parallelamente a un’intensa esperienza di recitazione. Nel 2013 ha inizio un lungo percorso con il Teatro Grimaldello, diretto da Antonio Grimaldi, per cui lavora come interprete e drammaturga. A questa fase appartengono, tra i molti, le interpretazioni dei lavori ESERCITO D’AMORE, VIETATO PORNO AMEN e IL SOGNO DEI FELICI, del quale scrive anche la drammaturgia con Alfonso Tramontano Guerritore. Crea inoltre i testi originali degli spettacoli PUTTANA E BASTA, premiato al Festival Potenza Teatro 2015, e IL FIORE CHE TI MANDO L’HO BACIATO che si è aggiudicato il premio della stampa al festival Voci Dell’Anima 2020 di Rimini. Diversamente, è tra i finalisti della VI edizione dei Teatri del Sacro con MIA MADRE SOPRA TUTTO. Un incontro fondamentale è quello con il regista, attore e drammaturgo Mario Gelardi, che le consente di collaborare a tutt’oggi con il Nuovo Teatro Sanità di Napoli da lui diretto. Fatta già menzione, poi, del lavoro e dei riconoscimenti inerenti a LA VACCA, sono da ricordare la scrittura del dramma PURPACCI – QUELLI CHE NON SARANNO e quella a più mani de LA FIDANZATA/PANDEMICO VAUDEVILLE: ambedue messe in scena nel 2020 e nel 2021 per il Teatro Bellini di Napoli, con le regie rispettivamente di Salvatore Scotto D’Apollonia e di Francesco Saponaro. Infine, oltre a collaborare ad attività curatoriali di arte e cultura, al momento è impegnata nel progetto internazionale “R-Evolution Project - The Theatrical Practices Beyond The Sud” a cui partecipano artisti e creativi under 35 di differenti nazionalità.

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