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Il dramma del mese

La Classe di Francesco Ferrara

Il primo giorno di prove, quando io e i quattordici attori della Factory del Teatro Bellini di Napoli abbiamo incontrato il regista Gabriele Russo, il testo de LA CLASSE non esisteva ancora. Conoscevamo soltanto l’argomento che volevamo raccontare e la data in cui lo spettacolo avrebbe debuttato. Era stata una nostra scelta, questo è vero, ma la cosa lì per lì ci parve comunque rischiosa. E non si può negare che lo fosse.
Perciò quel giorno ci siamo rimboccati le maniche e, una volta al lavoro, io e Gabriele abbiamo capito che in realtà potevamo trarre un enorme vantaggio da una situazione solo in apparenza complicata. Avevamo a disposizione un’idea, quattordici giovani attori, il loro entusiasmo e un mese di tempo. Mica male. Così abbiamo subito messo i loro corpi e le loro menti a confronto con il tema complesso che avevamo scelto, un tema che sapevamo li avrebbe messi in difficoltà in quanto attori e, di conseguenza, in quanto esseri umani (o viceversa, le due cose vanno di pari passo): come si può ‘interpretare’ la lucida follia di Anders Breivik, un uomo che ha ucciso, rincorrendoli con un fucile, decine di ragazzi innocenti? Come si può capire il dolore dei genitori delle vittime? Come si può entrare nell’animo di un giudice costretto a giudicare uno stragista secondo l’ordinamento e non secondo l’istinto? Prevedevamo che, nel tentativo di rispondere a domande così oscure, i ragazzi avrebbero toccato sentimenti a loro sconosciuti e per questo avrebbero smosso gigantesche masse interiori. Con questa consapevolezza siamo partiti per il viaggio che ci ha portato alla realizzazione della pièce.
Nella prima fase Gabriele ha guidato il gruppo di attori in lunghe sessioni di improvvisazione. I ragazzi si immergevano nei momenti che orbitavano intorno all’attentato: la preparazione, l’ultimo abbraccio tra Breivik e sua madre, i tentativi di fuga delle vittime, il processo. Entravano nei personaggi, li reinventavano, li interpretavano e ne uscivano; poi ne discutevano, valutavano l’efficacia del loro lavoro e riconoscevano allo stesso tempo una profonda difficoltà a trovare delle risposte certe.
Io nel frattempo osservavo e prendevo appunti. Quando abbiamo avuto a disposizione abbastanza materiale da fare anche più di uno spettacolo (abbiamo dovuto, infatti, rinunciare a buona parte di quanto avevamo accumulato), ci siamo concessi qualche giorno di pausa per tentare di dare forma scritta a una materia in quel momento informe. Autonomamente ho buttato giù una prima stesura che subito abbiamo verificato in scena. C’era, come ci aspettavamo che fosse, ancora qualcosa che non funzionava. Così ho riscritto e modificato secondo le esigenze dello spettacolo, poi verificato ancora e riscritto ancora e così via; mentre Gabriele, dal canto suo, scardinava ulteriormente i significati del testo che via via andava formandosi.
E ora eccoci qua. Dopo un anno e mezzo di continue revisioni su un testo che ritengo ancora in divenire, e al di là del risultato artistico che rimettiamo nelle mani del pubblico, alla fine di questo percorso io sono pronto a chiedermi soprattutto una cosa: quanto può essere importante oggi il lavoro di un gruppo, intendendo con gruppo ciò che in effetti dovrebbe essere, ossia più teste che operano insieme affrontando il rischio del fallimento in totale libertà creativa? Non vale forse la pena di provare, almeno provare, a riscoprire la dimensione collettiva del teatro? Non sarebbe questo un atto profondamente politico?
Io ho una mia risposta, ma è giusto che a porsi la domanda siano tutti quelli che il teatro lo vivono, da un lato o dall’altro della scena.
Francesco Ferrara

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Diretto da Gabriele Russo e interpretato dai giovani allievi della Bellini Teatro Factory, LA CLASSE - RITRATTO DI UNO DI NOI ha debuttato il 24 giugno 2018 al Napoli Teatro Festival. Prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, lo spettacolo è stato ripreso l’anno seguente al Piccolo Bellini e, come anteprima della stagione 2019-20, nella sala grande del Teatro Bellini stesso. È inoltre andato in scena con successo al Piccolo Teatro Grassi di Milano per l’edizione 2019 del festival Tramedautore.

Francesco Ferrara nasce nel 1985. Si laurea in Filologia Moderna all'Università degli Studi di Siena con una Tesi sulla poesia di Dylan Thomas. Alternando lavoro e studio, frequenta per due anni il Corso di Laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli e consegue un Master in Drammaturgia e Cinematografia nello stesso ateneo. Nel 2019 si diploma come drammaturgo alla Bellini Teatro Factory, l’accademia teatrale del Teatro Bellini di Napoli dove, tra 2017 e 2018, è assistente alla regia di Gabriele Russo per un paio di spettacoli. Ossia: TITO, riscrittura originale di Michele Santeramo del TITO ANDRONICO scespiriano, nell’ambito del progetto “Globe(a)l Shakespeare”; e L’ULTIMO DECAMERONE per la drammaturgia di Stefano Massini. Oltre a scrivere LA CLASSE, è autore de IL TEMPO ORIZZONTALE che – montato nuovamente da Russo – debutta al Napoli Teatro Festival 2019 e si rappresenta al Piccolo Bellini, sempre di Napoli, nella stagione teatrale subito a seguire. Durante la quale si replica pure il suo dramma LOOK LIKE, andato in scena nel febbraio 2019 per la regia di Salvatore Cutrì nella stessa sala napoletana. GRADI DUE, invece, è una scrittura nata all’interno del progetto “Safari” e figura nel cartellone 2019-20 del TAN - Teatro Area Nord di Napoli grazie alla messinscena di Domenico Ingenito, ideatore del progetto, e con la supervisione drammaturgica di Letizia Russo. Di nuovo con Cutrì, infine, Ferrara fonda il Collettivo Mind the Step che con lo spettacolo FOG è finalista al Premio Scenario 2019; mentre si distingue anche come scrittore di racconti che compaiono su alcune riviste letterarie. Tra questi si ricordano: SEMPRE CON TE pubblicato su “Tre Racconti”, CANDELINE apparso su “Carie” e TRE su “Narrandom”.

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L'AcquaSantissima di Francesco Aiello e Fabrizio Pugliese

Che cosa determina la non contraddizione tra la cultura mafiosa e quella cattolica?
Com’è possibile, all’interno della stessa Chiesa, la presenza di un Dio dei carnefici e un Dio delle vittime?
In scena è un uomo dell’ndrangheta a parlare: la ricerca drammaturgica e scenica viaggia verso la creazione di un ‘personaggio narrante’; storie e fatti sono filtrati attraverso il suo sguardo in uno sforzo di immedesimazione che, considerata la materia, richiede non poca fatica.
La mafia può contare su miti potenti, riti, norme e simboli di forte presa, senza i quali sarebbe come un popolo senza religione né legge. Grazie a questo i mafiosi hanno costruito un’immagine di sé di ‘uomini d’onore’, paladini dell’ordine che fanno giustizia; ma nella loro lunga storia non hanno mai difeso i deboli contro i forti o i poveri contro i ricchi: la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, di potere.
Abbiamo quindi dato forma a una creatura narrante, un’anima nera: il lato oscuro del pensiero meridiano, che parla di mafia, religione e, inevitabilmente, di potere, portando il pubblico su un piano di ascolto lucido e mai eccessivamente emotivo.
(Dalle note degli autori)

Prodotto da URA Teatro e Federgat, il testo teatrale in gioco è anche uno spettacolo andato in scena per la prima volta il 20 giugno 2019, al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno per il festival I Teatri del Sacro. A interpretarlo con intensità di vibratili accenti, fra le musiche di Remo De Vico, ancora Fabrizio Pugliese che ne ha curato la regia con lo stesso Francesco Aiello. Lavoro scenico che «si muove intorno ad un inginocchiatoio, attraverso una ritualità verbale che mischia continuamente il sacro con il profano, entrando in modo diretto nelle viscere della problematica, restituendone allo spettatore tutte le valenze più profonde e spesso sconosciute», come ha scritto Mario Bianchi per la webzine “KLP - Krapp’s Last Post”.

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Francesco Aiello, nato a Cosenza nel 1981, inizia il suo percorso teatrale durante gli anni universitari con la compagnia Libero Teatro, prendendo parte a molte messinscene del regista Max Mazzotta tra cui: IL SOGNO DI LEAR e GIANGURGOLO – PRINCIPE DI DANIMARCA da William Shakespeare, VUOTI DI MEMORIA da Primo Levi, CAOS da Luigi Pirandello e VISIONI DI GALILEO da Bertolt Brecht. Interpreta poi altre pièce montate da registi quali: Francesco Suriano (ARROBBAFUMU; LA BROCCA ROTTA A FERRAMONTI; PEER ’U STORTU; SALVATORE, CACATICCHIU, GAMBILONGHE E FERDINANDO), Francesco Marino (I RACCONTI DEL PINEROTTOLO), Lindo Nudo (MIA MARTINI, UNA DONNA, UNA STORIA; AMORE E STALKING; CALABRIA, UNA STORIA) e Anna Carabetta (FORAGABBU E MERAVIGLIA). Nel 2013, invece, viene diretto dal grande Eimuntas Nekrošius nel laboratorio-spettacolo VITA DI GALILEO da Brecht, andato in scena al Teatro Olimpico di Vicenza. Diversamente, nel 2017, debutta come regista e drammaturgo con L’INCIDENTE – IO SONO GIÀ STATO MORTO, presentato in prima nazionale al festival Primavera dei Teatri e con cui si aggiudica tre premi al concorso NOpS Out del Teatro Tor Bella Monaca di Roma. Molto attivo nel mondo del cinema, recita nei film FIABESCHI TORNA A CASA di Max Mazzotta, SCALE MODEL e GOODBYE MR. PRESIDENT di Fabrizio Nucci e Nicola Rovito, oltre a RACCONTO CALABRESE di Renato Pagliuso. Recita anche in diversi cortometraggi tra cui si ricorda ECCO SORRIDE di Andrea Belcastro, grazie al quale vince il premio per il miglior attore al concorso Brevi d’autore. Il suo ultimo lavoro teatrale da regista e interprete è CONFESSIONI DI UN MASOCHISTA, scritto da Roman Sikora, coprodotto nel 2018 da Teatro Rossosimona, Primavera dei Teatri e PAV Fabulamundi.

Fabrizio Pugliese. Cosentino, ‘emigrato’ a Lecce, si forma tra Bologna (dove si laurea al DAMS), Roma e Cosenza come attore e regista nonché arte-terapeuta. Dal 1992 al 2012 lavora con il leccese Teatro Koreja, storico Stabile d’Innovazione, partecipando come attore e autore alle sue maggiori produzioni; occupandosi inoltre di strutturare la didattica di molteplici laboratori di formazione teatrale che realizza con bambini, insegnanti e disabili; mentre crea, peraltro, numerosi spettacoli per l’infanzia. Un ricco insieme di attività tuttora in corso, sulla fertile scia di ulteriori incontri e collaborazioni. Dal 2015, infatti, collabora con Principio Attivo Teatro e Cooperativa Thalassia su diverse produzioni. Nel maggio 2015 invece, con Fabrizio Saccomanno, fonda l’associazione URA Teatro riprendendo una collaborazione iniziata con lui un quindicennio prima, proprio presso Koreja. Nascono cosi diversi lavori di teatro di narrazione, ma sempre ricercando nuovi stili narrativi e possibilità sceniche.

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